Capitolo Quindicesimo

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I'm finished with you


Le palpebre erano pesati, più del solito. Sentiva come se il suo corpo fosse stato riempito di sassi. Era tutto così difficile da muovere. Come se fosse paralizzata, non riusciva a muovere neanche un dito. Sembrava avesse dormito per anni e ora avesse perso tutte le capacità motorie, però lei non ricordava di essere andata a dormire. Non ricordava nulla di quello che aveva preceduto questo suo difficile risveglio.

Con una forza che non pensava che avrebbe mai impegnato per muovere solo un paio di palpebre, aprì finalmente gli occhi e si rese conto che qualcosa non andava. Prima di tutto quello non era il suo letto, tanto meno quella la sua stanza. Iniziò a guardarsi intorno, il suo corpo si muoveva lentamente, ma i suoi occhi saettavano da un lato all'altro.

Come ambiente era decisamente più ampio rispetto a camera sua. Dalla finestra posta sul lato destro della stanza, leggermente rettangolare, entravano dei caldi raggi d'un sole pomeridiano. Questi rendevano la stanza, decorata con colori freddi, decisamente più calda. Davano un aspetto aranciato, che sapeva di calore famigliare.

Sul muro direttamente di fronte alla finestra c'erano altri due letti come il suo, accanto a lei tre, e sotto la finestra altri e due. Per un totale di otto letti, tutti esattamente uguali. Accanto a questi vi erano dei piccoli mobiletti, e fra un letto all'altro si alzava un separè chiuso. Il muro di fronte a lei non era come gli altri. Oltre alla porta c'era una vetrata, con delle tendine bianche con piccoli decori azzurri, che permetteva l'affaccio ad un'altra stanza.

Lì non c'erano letti, c'era una scrivania, un lettino di quelli scomodi da studio medico, e degli armadietti. A troneggiare la scrivania c'era una donna che era impegnata con un cruciverba, sembrava che fosse molto complicato, aveva le sopracciglia aggrottate e si puntellava la matita alle tempie.

Capì di essere in infermeria. Non sapeva perché e come ci fosse finita, ma non c'erano dubbi sul fatto che le avevano dato qualcosa per farla dormire. Cercò nuovamente di muovere il braccio, non voleva certo restare lì ferma come una statua finché la donna non avesse finito il cruciverba. Un solo piccolo movimento le causò dolore alla parte interna del gomito.

Lo guardò e notò che un ago dalle dimensioni sproporzionate, decisamente troppo grande per i suoi gusti, albergava all'interno delle sue carni e le iniettava chissà che cosa. Sicuramente era qualcosa che non le avrebbe fatto bene, ne era certa. Era sicuramente un qualche medicinale per tenerla immobile. Sicuramente. Non c'erano cinghie che le impedivano i movimenti, eppure continuava ad essere così difficile muoversi.

La testa era pesante. Ora che i suoi pensieri stavano riprendendo il normale ritmo rimbombavano e rimbalzavano sulle pareti della sua testa. Non le era mai successo, o anche se fosse stato lei non lo ricordava, quindi era come se non le fosse mai successo. Un brusio si fece vivo nelle sue orecchie mentre pensava a cosa ci stesse facendo in quel luogo.

Non aveva senso, durante tutto il suo soggiorno non ci era mai entrata lì, nemmeno per una visita medica, lei godeva di un'ottima salute. Effettivamente non avrebbe dovuto neanche trovarsi in un ospedale psichiatrico in quel momento, ma gli altri erano riusciti ad ingannare tutti dicendo che lei era pazza. Bugiardi.

«Cosa ci fai qui? Cosa ti stanno mettendo dentro? Dovresti essere in camera tua e non con un ago che ti butta chissà che cosa nelle vene!» disse severo Faust che era uscito dal nulla con immensa strafottenza del mal di testa che stava affliggendo Maryanne in quel momento.

Lei non sapeva che rispondere. Quelle domande se le stava ponendo lei stessa e non aveva di certo una risposta, anche se avrebbe tanto voluto. In quel momento, ferma sul suo letto come se avesse in corpo copiose quantità di sassi, sapeva solamente quanto la sua testa facesse male ad ogni parola che Faust le diceva o che solamente lei stava pensava.

When We Are GoneDove le storie prendono vita. Scoprilo ora