Capitolo Diciassettesimo

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So fake your death


Si era sbagliata. Si era sbagliata di grosso quando aveva pensato che sarebbe riuscita a cavarsela con un unica seduta circondata da matti. Lei aveva accettato perché pensava sarebbe stato un evento isolato, e anche per restituire un favore ancora incompiuto. Non pensava che sarebbe diventata una cosa abituale. In effetti avrebbe dovuto pensarci.

Si riunivano una volta a settimana, parlavano e discutevano di tutto ciò che era successo durante la settimana o di argomenti casuali. Lei era stata messa nel gruppo dei "giovani"; lì era lei la più piccola, tutti gli altri si aggiravano sui trent'anni d'età. Maryanne l'aveva fatto notare al dottor Knight, ma le aveva assicurato che si sarebbe trovata bene.

In fondo lei era la più giovane di tutta la clinica, anche se era legalmente un'adulta sarebbe stato difficile trovare qualcuno della sua stessa età. Per questo quel gruppo gli era sembrata la scelta più adatta. L'importante in quel caso era che lei iniziasse nuovamente a rapportarsi con le persone che aveva attorno.

Questo era il suo secondo incontro, e da quello precedente aveva imparato che si doveva fidare del suo giudizio, lì davvero tutti avevano una rotella fuori posto. Non capiva in che modo certi incontri avrebbero potuto giovarle. Andando con lo zoppo si impara a zoppicare, si sa, quindi perché metterla a parlare con un gruppo di matti?

Faust aveva suggerito la teoria secondo la quale il suo dottore stava cercando di farla impazzire davvero, così da poterla tenere in scacco per sempre fra quelle quattro mura. Maryanne però non aveva ancora deciso se aveva ragione o meno. Sì voleva concedere almeno un altra seduta prima di additare l'uomo, in fondo non voleva incolpare nessuno senza prima delle prove, e poi aspettava ancora il suo favore.

Abel Knight fu l'ultimo ad occupare l'ultima sedia che componeva un cerchio. Maryanne all'inizio non si aspettava di trovare lui nel gruppo, ma aveva poi scoperto che lui dirigeva il gruppo dei "giovani", e che un'altra dottoressa ne dirigeva un altro, con persone più mature di età.

«Buon pomeriggio» esordì tenendo fra le mani una cartellina, durante quelle sedute non aveva la sua agenda, ma aveva questa cartellina dove probabilmente c'erano i nomi di tutti i pazienti che partecipavano. Erano dodici in tutto. «Buon pomeriggio» risposero quasi tutti contemporaneamente.

Maryanne fu una delle poche a non rispondere, preferiva evitare di parlare troppo quando era circondata da così tanta gente. Voleva evitare che qualcosa che aveva detto facesse arrabbiare qualcuno per chissà quale motivo. Gli altri erano così, violenti e suscettibili.

Abel destò il suo sguardo su tutti e dodici i pazienti. Maryanne era seduta accanto a lui e alla sua sinistra una ragazza affetta dal disturbo borderline. Era tranquilla tutto sommato, per questo non c'erano problemi che le due stessero vicine, non si infastidivano e restavano calme per tutta la durata della seduta.

«Com'è andata la settima che è appena passata?» chiese allegro a tutti. Quel giorno era lunedì e avrebbero dovuto dire come erano andati sette giorni in poche parole, per poi lasciare spazio agli altri e poter parlare anche di diversi argomenti, non le sembrava una cosa facile da fare.

«Poteva andare peggio» sbuffò uno dai capelli biondi. Se ne stava con le braccia incrociate e si vedeva lontano un miglio che lì proprio non ci voleva stare. Maryanne non ricordava il suo nome, molto probabilmente non era importante. «Come mai Roy?» chiese curioso.

Il biondo, Roy, si sistemò sulla sedia, sbuffò sonoramente di nuovo a slacciò le braccia per sistemarsi i capelli. «Qui è una palla immensa» sentenziò rivolgendo poi il suo sguardo alle finestre. «Non c'è mai nulla di nuovo da fare, siamo segregati qui all'interno per tutto il tempo. Anche in tv non c'è mai nulla».

When We Are GoneDove le storie prendono vita. Scoprilo ora