2. Apertis verbis

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Il salottino degli ospiti di Villa Malfoy era avvolto nella penombra. Narcissa sedeva sul limitare del divano in pelle scura, la schiena dritta e le ginocchia unite che puntavano verso la porta, tutti segni che tradivano il suo desiderio inconscio di fuggire. In quei cinque minuti di attesa aveva già nervosamente cambiato posizione delle mani un paio di volte e ispezionato l'arredamento fino a imparare a memoria la disposizione dei mobili.

Quando Dobby le aveva detto che avrebbe potuto accomodarsi lì, per un attimo il magma di ansia che le ribolliva nelle viscere si era bloccato, congelato dalla sorpresa. Di tutte le innumerevoli stanze che c'erano a Villa Malfoy, quella era l'unica in cui Narcissa non aveva mai messo piede prima di quel momento. Per tutti gli anni in cui la sua famiglia aveva frequentato il maniero dei Malfoy, a Narcissa e agli altri bambini era sempre stato espressamente ordinato di restare alla larga da quella stanza, il cui accesso era riservato solo agli adulti. Lì i genitori si riunivano per parlare di politica e di altri argomenti ritenuti troppo noiosi – o forse pericolosi? – per i bambini. Col tempo l'entrata del salottino aveva finito per demarcare un confine netto: dentro il mondo degli adulti, con le sue luci soffuse e il tintinnio di bicchieri in cui si mescolavano whisky e segreti; fuori il mondo dei piccoli, dove batteva sempre il sole dell'entusiasmo infantile.

D'istinto Narcissa aveva indugiato sulla soglia, il corpo che si irrigidiva al ricordo del monito dei genitori. Ma poi le era tornato in mente che non c'era più nessun genitore in vita, e di colpo la consapevolezza che ora l'adulta era lei le piovve sulla coscienza, improvvisa come un temporale estivo. I suoi piedi erano ancora lì, radicati sul confine: oltrepassandolo avrebbe detto addio per sempre al mondo dell'infanzia, al quale da tempo ormai non apparteneva più, per entrare ufficialmente in quello degli adulti. E ricevere il suo battesimo delle tenebre. Così, con il cuore già colmo di nostalgia, Narcissa aveva varcato la soglia.

Il salottino non era neanche lontanamente affascinante e misterioso come se l'era immaginato da piccola; era un semplice salottino, magari non semplice nel senso in cui poteva intendere il termine un mago comune – si trattava pur sempre di una stanza di Villa Malfoy – ma comunque non sembrava così diverso dal resto della casa: elegante e confortevole, certo, ma non segreto. L'unico indizio che lasciava intendere gli antichi traffici di idee e opinioni che avevano visto protagonisti i suoi genitori era dato dall'aroma di sigaro che infestava la stanza come uno spirito senza requie. Narcissa ne era stata avvolta non appena era entrata, ma ora che sedeva sul divanetto l'odore ancora persisteva, come se avesse impregnato ogni singolo oggetto presente nella stanza.

Sarebbe stata in grado di riconoscere quella nota speziata anche in uno stanzone pieno di fumatori. Quello era il profumo emanato dalla sua giacca quando, a fine serata, Cygnus Black la prendeva in braccio per farla addormentare sulla spalla. Ogni volta Narcissa si aggrappava a quell'odore, convinta che seguendone le tracce avrebbe trovato la fonte dei segreti di suo padre, e tuttavia alla fine il sonno vinceva sempre, complice l'odore di sigaro che tingeva i suoi sogni di colori accesi. Suo padre non era un fumatore, ma molte cose cambiavano quando si attraversava la soglia di quel salottino. Per un attimo, mentre entrava, Narcissa aveva creduto di trovarlo ancora lì, come se l'era immaginato per anni: seduto nella poltrona di fronte a quella di Abraxas Malfoy, in una posa rilassata che non si concedeva mai a casa propria, mentre le volute di fumo gli solleticavano il viso.

Il rumore della porta che si apriva la fece sobbalzare sul posto, sottraendola di colpo a quella fantasia. Lucius entrò con passi misurati, e di colpo Narcissa sentì la stanza rimpicciolire. Si alzò in piedi educatamente e gli rivolse un piccolo sorriso in segno di saluto. Prima di ricambiare con un cortese baciamano, Lucius fece scorrere lo sguardo sulla sua figura: era trascorsa una settimana dal funerale di Cygnus Black, ma a giudicare dall'espressione dipinta sul suo volto, per Narcissa non doveva essere passato nemmeno un giorno.

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