20. L'anello

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La lista campeggiava al centro della scrivania, come un triste monito. Né Lucius né tantomeno Isobel osavano toccarla, quasi si trattasse di un vecchio ordigno militare inesploso che tuttavia era meglio non provocare, qualora avesse deciso di compiere il suo dovere con un ritardo di trent'anni.

«Quindi è da Jenkins che suggerisci di cominciare?» la incalzò Lucius, indicando con il mento il primo nome indicato sul foglio di carta. Senza scomporsi, Isobel annuì lentamente. Poi aggiunse: «Una volta che avrete Jenkins, riuscirete ad arrivare anche a Byrne. Sono inseparabili, e sono loro a occuparsi della corrispondenza del Ministro». Parlava in tono stentoreo, muovendosi rigidamente, come se infilata da qualche parte sotto alla sua veste di severo velluto ci fosse stata la mano di un abile ventriloquo a guidarne i movimenti.

Lucius distolse in fretta lo sguardo da lei. Sapeva che quella mano era la sua; era stato lui a scagliarle contro la maledizione Imperius e a trasformarla in quel docile burattino. Per un attimo, immerso nel buio silenzio del grande salone di Villa Lestrange, aveva perfino temuto che l'incantesimo fosse troppo debole per avere successo. E invece aveva funzionato.

Isobel Chapman, in qualità di impiegata dell'Ufficio per la Cooperazione Magica Internazionale, costituiva una risorsa preziosa per passare informazioni al Signore Oscuro, e al contempo discreta, proprio perché non avrebbe destato sospetti dal momento che il suo ufficio non entrava direttamente in contatto con quello del Ministro. Questa era stata la sua fortuna, anche se una vita trascorsa con il giogo della sottomissione attorno al collo poteva definirsi tutt'altro che fortunata.

«D'accordo. Direi che abbiamo finito, allora» sentenziò Lucius, facendo per alzarsi dalla poltrona, quando Isobel parlò di nuovo.

«C'è un'altra cosa» mormorò, e per un attimo, intrappolata sul fondo dei suoi occhi, Lucius scorse di nuovo l'amica di un tempo. «Ho notizie su quel tale che stavi cercando, Carrson. È stato avvistato a sud della Francia, è vivo».

La notizia piovve tra loro come una spolverata di neve, seminando nello studio un silenzio ovattato. Isobel lo guardava, stringendosi nella poltrona quasi non sapesse il motivo preciso della sua presenza lì. Lucius le aveva scritto non appena aveva saputo dell'incendio all'orfanatrofio, nella speranza di poter ricevere informazioni da lei in anticipo sul dottor Pennygan, dal momento che Isobel aveva contatti stretti con l'Ufficio di Parigi. Era così che l'aveva attirata nel suo studio per poterla portare dal Signore Oscuro e sottometterla alla causa. Una mossa scaltra, utilmente doppia. Ma da quando aveva calato la bacchetta contro il volto di Isobel per scagliare la maledizione Imperius, tutto ciò che c'era stato prima tra loro, incluso il favore personale che le aveva chiesto, era svanito dalla sua mente, avvolto dalla nebbia della codardia.

Isobel era stata la sua prima amica, l'unica persona a condividere le sue cattive abitudini in fatto di donne e alcol senza mai giudicare. Si erano conosciuti al Dragone Rosso, entrambi due giovani impiegati del Ministero freschi di assunzione: Lucius grazie alle sue conoscenze e al cognome importante, Isobel per esclusivo merito personale. Frequentavano il pub per gli stessi motivi, e ben presto Isobel era diventata la sua inseparabile compagna di bevute.

Poi il lavoro l'aveva portata a trasferirsi a Parigi, e Lucius era tornato a occupare il suo vecchio posto solitario al bancone del pub. Da quel giorno in poi con Isobel si era sentito sporadicamente, via lettera. Finché non aveva ricevuto la notizia del suo ritorno a Londra, e la prima cosa che aveva fatto dopo anni di lontananza era stata ingannarla. Forse di contro a una vita di tradimenti e schiavitù Isobel avrebbe scelto la morte. Non c'era modo di saperlo, per questo Lucius aveva preferito pensare che lei fosse davvero morta, che la persona inghiottita in quel momento dalla sua poltrona non fosse altro che un involucro vuoto. Così era più facile. Così, il senso di colpa perdeva d'intensità, trasformandosi in un ronzio al quale si sarebbe abituato con il passare del tempo.

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