6. Vulnera sanentur

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Caro Cygnus,

Gregory è ancora al settimo cielo dopo la tua visita di oggi. Non fa che giocare con il cavalluccio volante che gli hai regalato; dice che se si allena abbastanza potrà volare fino a Londra per stare con te. Gli si illuminano gli occhi quando ti guarda, e io non posso fare altro che ringraziarti, ancora una volta. So che comunemente le persone associano la felicità a sogni più grandiosi, ma a me basta questa stanza e il pensiero che ogni giorno posso svegliarmi e trovare il corpicino di Gregory che dorme abbandonato al mio fianco per essere felice. Ad ogni modo, non ti sorprenderà sapere che la tua visita ha rallegrato anche me. È grazie a te se Gregory e io abbiamo un futuro. Sai, a volte mi ritrovo a fantasticare su come sarebbe la nostra vita se tu vivessi qui, con noi, a Parigi. Sarebbe tutto più semplice, e Gregory avrebbe un'altra persona su cui fare totale affidamento. Ho così paura di non farcela, da sola. E poi, ti sembrerà sciocco, ma da quando ci siamo ritrovati ho il continuo terrore che possa succedere qualcosa che possa dividerci. Spesso mi sveglio di notte, pervasa dal terrore di scoprire che il mio letto è vuoto. Allora mi giro, trovo Gregory addormentato in posizione fetale e gli accarezzo la testa corvina, piano, per non svegliarlo. Solo a quel punto riesco a riprendere sonno. A volte, prima di riaddormentarmi, ti penso, sperando che anche tu faccia lo stesso. A volte ti sogno, perfino. Che sciocca che sono, vero? Probabilmente starai ridendo di me, e faresti bene. Riesco persino a sentire la tua voce che mi rimprovera. So bene che non puoi lasciare Londra, né la tua famiglia, ma questo non mi impedisce di continuare a sognare che un giorno tutto sarà diverso.
Chi ha detto che i sogni sono innocui era uno sciocco, o uno che non ha mai sognato veramente. I sogni possono uccidere, anche se lentamente. Ma in fondo me lo merito. Dopotutto, è colpa mia se non stiamo insieme. Se avessi scelto diversamente, anni fa, a quest'ora il tuo letto non sarebbe così freddo e vuoto. Ma sono stata stupida, stupida e ingenua, e ho condannato entrambi al gelo di un'incolmabile lontananza. È probabile che non vorrai più vedermi dopo questa lettera, né scrivermi, perciò te lo confesserò una sola volta: ti amo, Cygnus, e ti amerò finché questo mio fragile cuore avrà voce.

Devotamente tua,

Hélène

Narcissa arrivò alla fine dell'ultima lettera esausta, come se avesse corso a perdifiato lungo un viale in salita. Sentiva le guance in fiamme e le braccia tremanti, mentre il petto fremeva nel vestito di satin verde come un passerotto sorpreso dall'arrivo prematuro dell'inverno. Si portò una mano al costato, tra i due seni rigonfi, incapace di scostare lo sguardo dal pezzo di carta ingiallito dal tempo sul quale spiccavano, vezzosamente arricciolate, le parole indecenti che aveva appena letto. Diversi sentimenti si agitavano in lei come flutti intenti a contendersi la riva del suo cuore. Non aveva mai letto una lettera d'amore, di certo non clandestina, e men che meno indirizzata a suo padre, di conseguenza lo stupore si era inevitabilmente affacciato per primo nel suo cuore; poi era toccato allo sdegno fare piazza pulita e lasciare spazio alla vergogna. Non per se stessa, per essere stata incapace, ancora una volta, di confinare la propria curiosità, ma per suo padre e per tutta la famiglia. In un attimo immaginò la catastrofe che si sarebbe scatenata se la sua povera madre fosse giunta in possesso di quelle righe infiammate di passione. Di certo ne sarebbe morta. E che dire degli altri membri della famiglia, e dell'intera comunità magica? Uno scandalo simile avrebbe oscurato per sempre il fulgore dei Black, già opacizzato dalla fuga di Andromeda. Narcissa non era affatto sorpresa che suo padre l'avesse tenuta ben nascosta in fondo a un plico di lettere innocue abbandonato in una botola sotterranea. Quel che la lasciava perplessa era la decisione di lasciare a lei, e a lei sola, la possibilità di leggere quelle righe. Perché affidarle in eredità un fardello tanto gravoso?

Ma, più di tutto, a sconvolgerla nel profondo era quell'innegabile verità: suo padre aveva un'amante. Il solo concretizzare quel pensiero nella mente le faceva girare la testa come un valzer troppo audace. Eccola, la rabbia. Suo padre, l'impeccabile Cygnus Black, che si macchiava di un peccato così squallido come il tradimento, mettendo in pericolo una reputazione dalle radici secolari. Come aveva potuto? Era vero che, almeno stando a quanto recitava la lettera, quella donna si era limitata a professare il proprio amore per iscritto. Ma se si fosse fatta coraggio e si fosse presentata alla porta di Villa Black, magari accompagnata dal figlioletto, pronta a rivendicare un ruolo che non le sarebbe mai potuto appartenere? In un attimo, una dopo l'altra, come gocce di una pioggia torrenziale, le parole le tornarono in mente, dolorosamente indelebili. Non c'era solo gratitudine in quei riccioli d'inchiostro, ma qualcosa di più potente, qualcosa che somigliava terribilmente alla devozione. Quella donna venerava suo padre. Non avrebbe mai fatto nulla che potesse nuocergli, anche se questo equivaleva ad autocondannarsi a una sofferenza eterna. Provava tristezza per lei, in fondo, una tristezza di certo favorita dalla distanza che quella lettera poneva tra loro due. Hélène, chiunque fosse, apparteneva al passato. Di lei restava solo una lettera sgualcita e macchiata in più punti - lacrime?, Narcissa non osava domandarsi a chi appartenessero - riemersa da una botola segreta. E presto, non sarebbe rimasta neppure quella. Se c'era un motivo valido per cui suo padre le aveva affidato quelle parole, era per fargliele distruggere.

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