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Sembri confuso, ragazzo

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Le gocce battevano leggere sulla lastra sottilissima che Frank teneva sulla testa come certe donne africane fanno con i vasi o con i cesti. Scivolavano poi verso le dita di Frank, bagnandole, mentre il ragazzo proseguiva il suo viaggio.

Cercava di distendere i nervi rilassandosi con il ticchettio delle gocce, ma i pensieri erano aggrovigliati nel suo cervello come le vie di quel labirinto. La casetta in cui si era risvegliato all'inizio del viaggio. Le sphaerae. Le meduse. Il labirinto. Il mostro della grotta. Il lago. Il bianco dei muri del labirinto. Il sangue. Tutto quel sangue...

Tutto quel sangue che... non aveva senso. Era come se appartenesse ad un altro mondo, come se non avesse NULLA A CHE FARE CON FRANK.

Cosa vuol dire? Vuol dire che quel sangue non aveva nulla a che fare con la sua storia, mentre tutto ciò che aveva affrontato in precedenza aveva qualche legame.

Le gocce di pioggia scendevano sempre più fitte, scrosciando contro la pietra e poi espandendosi su di essa come le risposte, dopo essere affiorate, si espandevano nella mente di Frank. Una goccia. Le sphaerae rappresentavano la sua ansia. Due gocce. Le medusine il suo vizio di rifugiarsi nella fantasie per scappare dalla noia del quotidiano dimenticandosi però completamente di vivere. Tre gocce. Il mostro della grotta tutte le sue insicurezze e le sue paranoie che stava imparando a combattere.

Ma il mostro acquatico? E quel labirinto?

Non avevano nulla a che fare con lui.

Appartenevano totalmente ad un'altra dimensione, stonavano come l'unico mattoncino giallo incastrato per sbaglio in una torre di mattoncini neri.

La pioggia batteva più forte, l'acqua scivolava copiosa tra le dita di Frank, rendendo la presa difficoltosa.

Il sangue... I proiettili...

Che fine aveva fatto l'odore di vaniglia?

Un pensiero terribile affiorò nella mente di Frank, pensiero enfatizzato da un fulmine che aprì uno squarcio nel cielo. Che fosse successo qualcosa a Gerard? Che tutto ciò riguardasse LUI?

Il sangue... i proiettili...

Frank scagliò la lastra di marmo per terra. Si ruppe in mille pezzi, il sonoro "crack" sovrastato dal boato dei tuoni che ruggivano mentre calavano le tenebre.

Si spinse i palmi sulle orecchie. Invocò aiuto, ma nessuno poté udirlo se non le tenebre immobili e i fantasmi di quella dimensione. Stavano venendo a prenderlo.

***

Per Frank fu quasi peggio che scappare dal sangue. Non si voltò mai a vedere i loro volti, e neanche poteva immaginarseli perché erano di un'altra dimensione e molto peggiori di qualunque orrore la più perversa delle menti umane possa concepire.

Sagome oscure e deformi lo tormentavano, inseguendolo, braccandolo. Frank sentiva i loro mantelli frusciare, i loro artigli lacerare e le loro bocche sogghignare malvage. Ogni fibra del suo corpo tremava come se fosse elettro stimolata, più volte temette che un effetto freezer lo facesse bloccare lasciandolo alla mercé di tali esseri.

Pensava, sperava, implorava che quei mostri fossero solo un'illusione e che magari si stava tormentando da solo con inutili paranoie. Ma l'odore di marcio, il vento che ululava di incubi orrendi e la certezza che qualcuno gli stesse a pochi centimetri da dietro la schiena e fosse pronto a balzargli addosso in ogni momento non lasciavano spazio neanche all'idea che fosse solo quella notte.

E corse, e cadde, e si rialzò, cambiò strada innumerevoli volte, scavalcò, accelerò, stramazzando al suolo, senza fiato, con le gambe molli ed i piedi gonfi per la fatica.

Nella sua folle fuga era giunto davanti a della mura ciclopica la cui unica apertura era un'immensa porta di mogano davanti a cui Frank cadde pesantemente, cercando di aggrapparsi ad uno dei suoi enormi battenti. Afferrò solo aria, molta aria, che sembrava essere dappertutto tranne che nei suoi polmoni. Abbozzò qualche passo in avanti per raggiungere uno dei due battenti, ansimando; serrò le dita attorno ad esso con le ultime forze che aveva. Lo sbatté ripetutamente, invocando aiuto come se gli stessero succhiando via la vita stessa.

Non alzò lo sguardo, non si concentrò sulla struttura, solo sulla porta e sui battenti, e sull'aria che cercava di far entrare nel suo corpo. Quando una delle due ante si aprì, Frank cadde in avanti, tenendosi fermo sulle mani per non battere la testa.

Chi aveva aperto la porta la richiuse immediatamente, come se temesse che qualcosa sarebbe potuto entrare, anche solo sgattaiolando da uno spiraglio della grandezza di un'unghia.

Frank aveva lo sguardo basso, ansimante. Sempre la stessa persona gli tese la mano, invitandolo ad alzarsi.

Frank aveva paura di alzare lo sguardo, di prendere quella mano, di fidarsi. Eppure qualcosa gli diceva che non ci sarebbe stato pericolo. Un leggero profumo di vaniglia si stava diffondendo nell'aria diventando sempre più intenso e piacevole. Frank alzò lo sguardo, rimanendo a bocca aperta. Un sorriso gli nacque spontaneo sulle labbra, lo stesso sorriso che si fa rincontrando un caro vecchio amico dopo molti anni. Si alzò, pensando che però non aveva mai conosciuto quell'uomo incappucciato, vestito come un monaco, con la cocolla bianca.

-Chi sei?- chiese Frank, per poi pentirsi di aver iniziato una conversazione in modo così scortese, senza neanche un "grazie" o qualcosa del genere. Abbassò nuovamente lo sguardo, mordendosi un labbro. Si corresse – Cioè... grazie di avermi salvato...-

- prego- la voce dell'uomo era calma e musicale, rilassava e rassicurava Frank. Il ragazzo lo guardò negli occhi, cercando di decifrare i suoi lineamenti. Erano delicati. Appena il monaco lo guardò in faccia assunse un'espressione sorpresa, quasi un po' delusa, la stessa di chi sta aspettando un ospite e ne arriva al suo posto un altro del tutto inaspettato, ma tutto sommato sempre piacevole da accogliere.

- Sei umano?- chiese di colpo Frank, fregandosene se la domanda poteva risultare assurda. Dopo tutto ciò che aveva incontrato, non era assurda.

- Si- sorrise il monaco – E' un piacere averti qui. Cosa ti porta?-

-io...- Frank tremò. Per un attimo aveva dimenticato le sue brutte esperienze, rilassato da quella presenza, ma il ricordo di cosa lo aveva inseguito quella notte era tornato orrendamente reale e angosciante.

Proprio in quel momento realizzò che non sentiva più il rumore delle gocce di pioggia. Ipotizzò che il temporale andasse scemando, ma alzando lo sguardo si accorse di trovarsi sotto un aperto cielo azzurro, illuminato. I suoi piedi affondavano nell'erba fresca e tagliata con precisione, così verde da sembrare fatta di fili di smeraldo.

-Ma...- balbettò Frank, credendo che il temporale fosse una visione. A giudicare dal cielo sembrava non avesse mai piovuto Ma l'odore di terra bagnata proveniente da fuori suggeriva il contrario. Eppure, quando mai si è visto un temporale del genere finire così, di colpo, senza lasciar neanche un minimo grigiore momentaneo nel cielo?

-Qui il meteo è particolare- spiegò il monaco, quasi leggendogli nel pensiero - Ed è un bene: troppa acqua fa male alle piante di vaniglia-

- Vaniglia...?- farfugliò Frank, sempre più sorpreso. Il giardino in cui si trovava era molto vasto, percorso per vari chilometri da piante di vaniglia , e poteva scorgere alcune strutture in lontananza. Se si trattava di un monastero , era piuttosto vasto.

- Sembri confuso, ragazzo- osservò il monaco - Dimmi cosa ti porta qui. Hai avuto una vocazione?-

Frank scosse la testa delicatamente, quasi come se temesse di offendere il suo interlocutore –Sto... sto cercando una persona. Si chiama Gerard. –

Il monaco spalancò gli occhi, sobbalzando leggermente.

-Lo conosce?!- chiese speranzoso Frank  -La prego, mi dica come posso trovarlo, lo cerco da... da... da moltissimo tempo, mi manca, mi ha detto che sarebbe tornato, io...-

- Sembri confuso, ragazzo- ripeté il monaco, quasi meccanicamente –Seguimi. Ti racconterò tutto ciò che devi sapere-

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