Ho sempre vissuto in case diverse, passando da una famiglia all'altra per anni. Ogni volta mi ritrovavo a chiamare mamma e papà persone che in fondo non conoscevo davvero, solo per un breve periodo, fino a quando non decidevano di restituirmi a quell'orfanotrofio che, per quanto odiato, era l'unica realtà stabile che conoscevo. Dopo essere stata riportata lì per più di cinque volte, iniziai a pensare che forse il problema fossi io.
Quando qualcuno mi portava a casa sua, non li chiamavo mai subito "genitori": avevo capito che non dovevo affezionarmi, perché sarebbe durata poco.
Ricordo che spesso, tra le cinque e le sette di sera, scappavo dalla casa-famiglia e mi rifugiavo sempre nello stesso parco. Era il posto in cui qualcuno, anni dopo, mi avrebbe trovata e salvata. Ogni pomeriggio mi stendevo sull'erba, chiudendomi in me stessa. Lì nessuno mi odiava, nessuno mi accusava di qualcosa. Perché sì, erano sempre le altre bambine a combinare i guai, ma la colpa ricadeva invariabilmente su di me.
Ogni volta che mi sdraiavo su quel tappeto verde, per qualche istante mi sentivo normale. Mi si tappavano le orecchie, come se fossi in apnea. Non sentivo più niente. Solo il mio corpo e la mia mente, liberi di costruire mondi. Bastava chiudere gli occhi: i desideri si trasformavano in piccoli fotogrammi, un film segreto proiettato solo per me.
In quei viaggi immaginari, c'era sempre una voce. Suave, dolce... forse l'unico ricordo che mi rimaneva di mia madre. Mi chiamava, mi diceva di rientrare perché faceva freddo. Una banalità, forse. Ma a cinque anni l'unica cosa che desideravo era tornare a sentire quella melodia materna, quel suono che sa di casa e di cuore. Non ricordavo il suo volto, ero troppo piccola, ma quella sensazione era rimasta incisa in me come un tatuaggio.
Fu in uno di quei pomeriggi che sentii davvero delle voci. Non nella mia mente: voci reali. Persone che mi chiamavano, che si avvicinavano. Io non me ne accorsi subito, persa nel mio mondo. Quando li vidi, mi sollevarono da terra come se avessero trovato una bambina morente.
Non lo sapevo ancora, ma quella famiglia avrebbe cambiato tutto. Loro vollero adottarmi a tutti i costi. La direttrice dell'orfanotrofio disse che erano perbene, e che io meritavo una "ultima possibilità". E così mi portarono via da lì.
Ricordo perfettamente i primi giorni in quella casa enorme. Ogni notte mi svegliavo di soprassalto, ansiosa di controllare che fossi ancora lì, che non mi avessero riportata indietro. Soffrivo di insonnia, di attacchi di panico. Cercavo di nascondermi: temevo che, vedendomi così fragile, mi considerassero "difettosa" e mi rimandassero all'orfanotrofio.
Fu Amy, la primogenita, a vedermi una notte. Io ero seduta sul letto, la coperta solo fino alle caviglie, la testa tra le ginocchia, piangevo piano per non farmi sentire. Lei non disse nulla. Si sedette accanto a me e mi cinse in un abbraccio.
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Flashback
«Perché piangi?» mi chiese Amy, dodicenne, mentre mi fissava con occhi grandi e preoccupati.
«Non lo dire a Sinu e Alejandro» fu tutto quello che riuscii a sussurrare, con le lacrime che mi bagnavano le guance.
Amy mi accarezzò i capelli. «Puoi chiamarli mamma e papà, lo sai.»
«Non posso invece» risposi, tentando invano di asciugarmi il volto con le mani minuscole. «Se poi non mi vogliono più, se mi riportano lì... perderò un'altra mamma e un altro papà.»
«Mila...» disse piano. Mi strinse forte, facendomi poggiare la testa sul suo petto. Il suo cuore batteva forte, come a promettermi che sarebbe stato lì per me. «Non te ne andrai più da questa casa. Noi ti vogliamo bene. Vivrai qui, e quando saremo grandi avremo una casa nostra. Ti prometto che non tornerai mai più in quel posto. Saremo sorelle per sempre.»
Da quella notte, ogni sera Amy si infilava nel mio letto. Più tardi, quando iniziò la sua adolescenza e rincasava tardi, io restavo sveglia ad aspettarla: volevo bere latte e biscotti con lei e ascoltare i racconti delle sue serate.
Fine flashback
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Sono passati dodici anni da allora. Non sono più solo Camila, sono Camila Cabello. Non ho solo Amy: con me c'è anche Sofia, la mia sorellina, adottata a sua volta. Per lei ho cercato di essere un punto di riferimento, proprio come Amy lo era stata per me.
Amy è la persona più forte che io abbia mai conosciuto. Ha sempre inseguito i suoi sogni, e io sono stata la sua prima fan. L'ho accompagnata ovunque, ai provini, alle audizioni, con il cuore che batteva forte per lei. Oggi gira il mondo con la sua band, e non potrei esserne più orgogliosa, anche se mi manca da morire. Ogni mattina mi sveglio sperando di sentirla canticchiare in casa, di nuovo.
Non andiamo sempre d'accordo, certo, ma la sua assenza mi ha fatto capire quanto sia fondamentale per me. È stata — ed è ancora — il mio più grande amore.
Amy mi ha trovato quel giorno d'inverno. Se chiudo gli occhi riesco ancora a sentire le sue mani che mi stringono le braccia intirizzite. Io avevo addosso vestiti troppo leggeri per il freddo, eppure in quel tocco c'era un calore che non avevo mai conosciuto. Lei è stata la prima persona, dopo anni, a guardarmi con occhi pieni d'affetto.
E in quell'istante, per la prima volta, mi sentii viva.
Continua...
-Arianna
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-My Bad Girl-
Fanfiction> Una risata risuonò nella stanza, mentre le dita di quelle mani affusolate continuavano a passare fra i capelli castani con dolcezza > - Best Places: 10/12/2020 #4 in Camren 17/12/2020 #176 in Gay 17/01/2021 #8 in Lesbian 18/01/2021 #67 in LGBT...
