CAPITOLO 2

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MIHAI

Chiusi il mio quaderno lasciandolo cadere sul mio addome teso e nudo insieme alla penna stilografica con la quale ancora mi ostinavo a scrivere per quanto fosse comunque seccante dover ricaricare ogni volta l'inchiostro. Ero un uomo all'antica, preferivo l'odore salato che possedeva la carta e quello chimico dell'inchiostro, desideravo scrivere le cose che mi passavano per la testa per dar loro un senso e un ordine, necessitavo di un controllo sia interiore che esteriore. Ogni cosa doveva essere come dicevo io.

Ero sempre stato un tipo preciso ma dopo aver passato dodici anni in quella cella sporca e gelida avevo affinato la mia ossessione come si affilava la lama d'un coltello per renderlo più tagliente, più potente, più doloroso. Dentro di me ogni cosa faceva male, a me e a chi mi circondava. A partire dai miei pensieri, ed era per questo che mi obbligavo a scriverli tutti, così che quel dolore sporcasse le pagine e un po' meno la mia anima. Dell'inchiostro ero soggiogato, ne avevo impressi i solchi sulla pelle ormai completamente disegnata da tatuaggi, ne segnavo le righe del mio quaderno con le parole che mi giravano in testa e che non dicevo perchè oramai si poteva dire che non parlavo più. Prima addirittura le cantavo, ora avevo dimenticato cosa volesse dire anche solo pronunciarne il sapore. I silenzi governavano la mia bocca, non rivolgevo la parola a nessuno e non esageravo nel dirlo, non parlavo con qualcuno che non fosse mio fratello nelle poche visite che poteva farmi da anni e andava bene così per me, non desideravo che altri si introducessero nel monotono corso della mia vita.

I miei occhi fissavano assopiti lo scuro e tetro colore del soffitto di quella cella stretta e fredda mentre me ne stavo disteso sulla mia branda, non conoscevo più cosa volesse dire vivere nel caos, essere circondati dalle grida inferocite della gente che acclamava il mio nome, stare in piedi sul palco di uno stadio a godermi la mia fama. Avevo perso ogni cosa, e dopo dodici anni avevo completamente cestinato quelle sensazioni. Se mi avessero dato una chitarra in mano probabilmente non sarei neppure più stato in grado di accordarla. Ma non provavo nostalgia per quei tempi, avevo totalmente ripudiato il ragazzo che ero accogliendo l'uomo vuoto che ero diventato. E mentre per altri probabilmente significava cadere e spegnersi, quel vuoto reggeva la mia vita, io in quel vuoto sapevo di esserci morto e il silenzio che ne seguiva mi donava il respiro. Sembrava contraddittorio, eppure era così, non desideravo di vivere perchè io avevo vita nel tacito respiro della morte.

La voce atona di una delle guardie mi informò d'un tratto che mio fratello era venuto a trovarmi, quello era il giorno delle visite, giorno che altri attendevano con trepidazione mentre io spesso avevo desiderato che non arrivasse mai. Alexei era l'unico volto che era ancora impresso nella mia mente, il viso di tutto ciò che mi rimaneva e per quanto fosse crudele pensarlo, anche l'unico che avrei preferito non rivedere mai in tutti questi anni perchè mi ricordava continuamente ciò che non sarei mai più stato.

Infilai il quaderno sotto al cuscino e scesi dalla branda di quella cella di isolamento sentendo il rumore metallico dei cardini della porta stridere e la serratura scattare quando il secondino aprì la porta facendo entrare più luce di quanta ne filtrasse dal misero buco che mi concedevano. Ma alla fine era ciò che mi meritavo dopo l'ennesima rissa a sangue che avevo causato qualche giorno prima nella mensa del carcere. La scrittura non era l'unico modo che trovavo ultimamente per esternare il mio dolore, necessitavo che gli altri soffrissero come me e per quanto egoistico fosse come pensiero, mi prendevo ciò di cui avevo bisogno andando contro a qualsiasi cosa.

Mi infilai la maglia ancora sporca del mio sangue per poi farmi mettere quelle dannate manette ai polsi a cui ormai ci avevo fatto l'abitudine. La guardie in uniforme prese a scortarmi lungo l'infinito corridoio che portava fuori dall'ala dell'isolamento per introdursi verso quella con le altre celle dove le grida dei detenuti erano tutto ciò che scorgevano le mie orecchie da dodici anni. Le loro urla, di rabbia o dolore ormai erano l'unica musica che riecheggia nella mia testa infastidendo il mio silenzio. Il loro trambusto mi destabilizzava ed era spesso uno dei motivi per la quale, in passato, avevo fatto scoppiare il caos più totale, il mio controllo era esorbitante, ma la mia pazienza scarseggiava. Non sopportavo di essere disturbato.

Painful melody La tua prossima ossessione. Scoprilo ora