KEIRA
Il caos che vigeva nella mia mente era tale che per i giorni che susseguirono il funerale di mio nonno, per me fu come se il mio corpo avesse avuto vita propria, completamente staccato dalla mente. La mia routine non era cambiata ma non sentivo più nulla, le cose accadevano ed io ero totalmente scollegata da tutto, c'ero stata solo fisicamente in quei quattro giorni, mentalmente invece ero in un limbo.
Sospesa nel vuoto, sola, nel silenzio più assoluto. L'esatta rappresentazione di come mi sentivo la si poteva associare alla caduta dell'angelo che molti artisti negli anni avevano ritratto sulle loro tele. Quel preciso istante in cui l'angelo più bello del paradiso venne ripudiato agli inferi e così cade, abbandonando la luce, con le ali distrutte e il cuore in frantumi.
In quel caso quello che poi è diventato il diavolo la sua caduta la termino negli abissi del peccato, io invece ero nel perfetto mezzo, tra il paradiso e l'inferno. Non si trattava del purgatorio, non meritavo neppure di starci, ero nella fascia dove si incontravano la luce e il buio, dove non esisteva nè il bene e nè il male; in quella fascia dove sentivo di star fluttuando, vi era totale silenzio e la mente umana era succube della peggiore punizione che potesse esistere.
Non pativi le pene dell'inferno che ti dannavano l'anima e di certo non vivevi libera tra gli angeli.
In quel limbo eri sola e le ombre ti si insinuavano nella mente, così che i pensieri a poco a poco ti distruggessero dall'interno, torturando la tua coscienza e nutrendo i sensi di colpa, finchè non arrivavi a voler tagliare quel filo invisibile che ti teneva a mezz'aria e raggiungevi i dannati, per auto-condannarti ad una vita di stenti e torture.
Era esattamente quella la rappresentazione di ciò che provavo, intorno a me sentivo solo silenzio mentre dentro, nella mia mente le grida di ogni mio peccato continuavano ad assillarmi tanto che il desiderio di aprirmi il cranio in due si fece sempre così insistente, che ci pensai svariate volte.
Volevo veramente vivere una vita del genere? Condannata alla dannazione eterna, attendendo che la morte scegliesse di prendere anche me? Non potevo, non sarei durata ancora molto.
Così mi limitavo a sopravvivere per l'unica ragione che ancora mi spingeva a mandare avanti quella tortura interiore, a cui avrei posto fine solo al termine della mia missione e al raggiungimento del mio obbiettivo.
Scoprire cosa ci fosse nascosto dietro alla morte di mio fratello e di nonno Colin.
Una volta appresa quella verità li avrei vendicati e solo a quel punto mi sarei concessa di tagliare quel dannato filo invisibile, ma non prima. Per loro avrei sopportato ancora per un po' quel supplizio mentale.
Le mie giornate non erano cambiate, ero tornata alla villa ma non con l'intenzione di restarci, era solo un appoggio momentaneo che mi avrebbe permesso di raggiungere prima i miei intenti. Se volevo scoprire cosa mi nascondeva la mia famiglia, stargli vicina era il modo più comodo per arrivarci prima.
Una volta scoperta la verità avrei chiuso ogni rapporto con loro e avrei divorziato da mio marito che, più passava il tempo, più capivo quanto fosse enorme la cazzata che avevo fatto ad accettare di legarmi ad uno così. Infilarmi di nuovo la fede che lui aveva raccolto da terra quando gliel'avevo lanciata addosso fu una tortura, l'avevo portata al dito per oltre un decennio ma dopo l'altra sera, indossarla di nuovo mi aveva messo addosso un'angoscia insopportabile.
Sentivo che mi pesava il dito, il che era assurdo perchè l'avevo tenuta al dito per anni, ma per qualche strana ragione sentire quel collare dorato all'anulare sinistro in quei giorni mi faceva soltanto sentire soffocata, da qualcosa che non volevo più. O che forse non avevo mai voluto.
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Painful melody
ChickLitATTENZIONE: SONO PRESENTI SCENE DI SESSO ESPLICITO E DI VIOLENZA!!! Lei è nata nell'agio della famiglia più potente di Los Angeles, lui è un comune ragazzo rumeno di vent'anni che grazie ad un'audizione fortunata ha iniziato la propria carriera da c...
