Capitolo 32|| in una prossima vita

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Passò esattamente un mese da quel giorno, finché poi il nostro rapporto non venne distrutto nuovamente. Giulia, aveva fatto la spia.
Tutti sapevano che era tornata la relazione con Martina, l'istituto si divideva in due voci contrastanti, la prima:"beh, si capiva" e l'altra sconvolta sul fatto che una professoressa quarantenne potesse stare con un'alunna minorenne.
Nuovamente casini con il vicepreside, mi presi una bella sospensione con il rischio di essere bocciata nuovamente e anche Martina ebbe delle conseguenze, venne lasciata a casa per dieci giorni.
Non potevamo rivolgerci parola, ma ci scrivevamo sempre e continuavamo a vederci, tutto questo in segreto cercando di non far trasparire nulla.
Le visite di Martina si fecero sempre più frequenti, nonostante ciò, non mi disse nulla sullo stato di malattia.
Dopo quel periodo di "sospensione" per entrambe, notai Martina diversa.
I capelli di Martina erano sempre più sfibrati, pochi e cercava di nascondere il tutto con le extension.
Quando la chiamavo per sapere come stesse, lei rispondeva sempre bene e mi chiedeva come fosse andata la mia giornata.
Una parte di me sperava che fosse così, sperava che stesse andando veramente tutto bene, sperava di essere soltanto un brutto sogno e che sarebbe finito presto.
Era un giorno normalissimo, ero appena tornata da scuola. Misi al loro posto i libri scolastici e mi misi qualcosa di comodo per andare a correre, con la musica nelle cuffiette a tutto volume.
Quel giorno Martina, non mi mandò il buongiorno, non mi scrisse e non lo fece mai più.
Era una settimana che non veniva a scuola, ma fino a qualche giorno prima mi scrisse che stava bene, a quanto pare stava mentendo.
Mi arrivò una chiamata da un numero non memorizzato in rubrica, non volevo rispondere pensando che non fosse una cosa importante, ma mi fermai; come se un qualcosa, o un qualcuno, mi spinse a farlo.

"Pronto?"

La voce di Valerio tremolante mi fece tornare alla realtà.

"Pronto, Alice. Mi dispiace" riuscì a dirmi l'uomo singhiozzando.

"Cosa è successo?" domandai, non capendo e non volendo capire.

"Martina, ha chiesto di te. Vai in ospedale" disse soltanto.

Spensi il telefono.
Mi sentii un vuoto dentro, un nodo in gola, la voglia di piangere, farmi male e urlare.
Non poteva essere vero, non poteva.
Non volevo crederci, avevamo ancora un sacco di cose da fare, avevamo un sacco di conti in sospeso.
Forse è vero il motto che "nulla è per sempre", in un modo o nell'altro le persone se ne vanno, le persone sono solo una tappa, vengono a insegnarti qualcosa e poi se ne vanno, però sono certa che continuerò ad amarla per sempre.
Corsi in ospedale con Ginevra, la mia migliore amica non mi ha mai lasciato sola nonostante odiasse con tutta se stessa Martina.
Arrivai in ospedale, non avevo il coraggio di aprire bocca. Chiese Ginevra e ci accompagnarono nella stanza numero tre, il numero tre simboleggiava il destino e la forza di affrontarlo. Sperai in un segno positivo.
Il medico ci disse di aspettare qualche minuto visto che stava facendo un ultimo controllo.

"Ma come sta?" chiesi tremolante.

"Sei Alice, giusto? Ha parlato tanto di te" sorrise.

Era un uomo su una quarantina, con occhi del color del cielo e un sorriso bianco rassicurante.
Annuii silenziosamente.

"Mi dispiace Alice, ti dirà tutto lei" sorrise nuovamente per poi andarsene.

Eravamo rimaste io e Ginevra, davanti a questa maledetta stanza numero tre.

"Alice, come ti senti?" mi domandò.

Non ero in vena di parlare, volevo solo vederla.
Mi passai una mano sul viso e mi appoggiai alla parete alle mie spalle. I miei occhi si posarono sulle sedie disposte in lunghe file, come al cinema, con la differenza che in ospedale non c'è niente da vedere, se non il sangue di chi arriva in barella, le lacrime di chi aspetta e prega, i volti spazientiti e annoiati degli infermieri che talvolta se ne fottono perfino della vita o della morte dei poveri pazienti.
Mi resi conto che quella disposizione delle sedie cancellava la voglia di parlare, di condividere, di donare uno sguardo o anche un semplice sorriso. L'ansia aumentava insieme alla sofferenza e nella mia mente frullavano troppe domande, troppi dubbi, troppi pensieri, troppe paure.
Finalmente l'infermiera uscì dalla stanza.

Fragile.La tua prossima ossessione. Scoprilo ora