Renée

3 0 0
                                        

Percorsi il viale a passo svelto fino ad arrivare al portone, dopodiché premetti il pulsante grigio del campanello e bussai.
Passarono alcuni secondi e non ricevetti nessuna risposta, quindi riprovai, stavolta premendo l'indice un po' più forte sulla superficie metallica.
Faceva veramente molto freddo, avrei dovuto considerare le temperature prima di vestirmi in quel modo quella sera, ma per fortuna avevo la felpa di Reece.
Mi permisi un attimo per ispirare la fragranza dalle note legnose dalla quale era impregnata, chiusi gli occhi e mi crogiolai nel calore dell'indumento e nel suo odore profondo e maschile.
Mi chiesi che profumo utilizzasse, ma scacciai via quel pensiero perché in realtà non mi interessava, forse.
D'un tratto l'entrata si schiuse e la figura della mamma di Olive mi si piazzò davanti con un'espressione calma in volto.
<Ciao cara, stai bene?> chiese con tono basso, quasi rassicurante, <Insomma, hai una faccia> notò poi, non appena ebbe il tempo di squadrarmi meglio.
<Sì, sto bene, stia tranquilla> le dissi incurvando l'angolo delle labbra in un sorrisetto forzato, lei si scostò leggermente per farmi passare e io le rivolsi un cenno prima di varcare l'uscio.
<Olive non è con te?> mi chiese, ancora voltata di spalle, e in quel momento i miei pensieri andarono alla mia compagna, che avevo scoperto non riuscisse proprio a mantenere i segreti. Trattenni uno sbuffo infastidito per rispondere alla domanda della donna.
<Sì, eravamo insieme ad una festa prima ma io ho deciso di tornare prima. Suppongo che sarà a casa a breve, se vuoi posso chiamarla> mi proposi.
<Oh, no, non preoccuparti. Olive conosce il coprifuoco e sa che se non tornerà in casa in tempo mi arrabbierò moltissimo. Dubito che farà tardi> non sapevo che Olive avesse un coprifuoco, ma di sicuro sua madre non aveva regole severe perché mia zia non mi avrebbe mai permesso di tornare a casa a quell'orario, sebbene non sapessi di preciso che ore fossero.
Una volta mi era capitato di rincasare poco più di dieci minuti dopo la mezzanotte, l'orario prestabilito per il ritorno, e lei si era imbestialita con me.
Mi aveva educata in maniera molto rigida ed esigeva che fossi puntuale in qualsiasi occasione, proprio per questo per me era totalmente nuovo il rapporto che Elize aveva con sua figlia.
<Bene,> sospirai, frenando il flusso dei miei pensieri, <vorrà dire che andrò a dormire. Buonanotte>
<Buonanotte anche a te, bella> mi rispose lei, sempre estremamente gentile ed educata.
Voltai l'angolo ma poi mi bloccai, mi grattai la distrattamente la nuca e, malgrado sentissi di non riuscire più a reggermi in piedi, mi costrinsi a fare un passo indietro.
<Elize?> la richiamai, e la donna si girò di nuovo verso di me con aria confusa.
<Sì?> esalò.
<Grazie di tutto. Sei una persona speciale> arrossii nel farle quella piccola confessione, odiavo ricevere complimenti tanto quanto odiavo farli, solo perché mi imbarazzavano tremendamente, tuttavia lei se lo meritava. Non importava se era una persona aperta e non le pesava particolarmente avermi in casa, lei era sempre stata dolcissima con me, in generale, e le ero davvero molto grata per questo.
Elize annuì in un sorriso sommesso e le spuntò una piccola rughetta sul viso delicato, segnato dall'età.
<Anche tu sei speciale, ragazzina, adesso va a dormire. Sembri stanchissima>
Io mi morsi il labbro inferiore per reprimere il senso di soggezione che sentivo gravarmi addosso, poi corsi su per le scale come una bambina elettrizzata dall'approvazione di un adulto.
Arrivata in camera mi gettai sul letto in maniera sgraziata, il mio corpo sobbalzò sulla superficie morbida a causa della forza con cui mi ci ero lanciata sopra.
Ero esausta, ma prima di addormentarmi dovevo assolutamente indossare il pigiama e rimuovere tutto il trucco che avevo appiccicato in faccia e che, tra l'altro, mi stava facendo lacrimare gli occhi.
Così mi alzai e, barcollando un po' su me stessa, mi diressi verso il bagno, fino a ritrovarmi faccia a faccia con uno zombie dal mascara colato: il mio riflesso nello specchio.
Dio, neanche Mortisia Adams!
Afferrai immediatamente lo struccante waterproof e quel che rimaneva di un pacchetto di dischetti per il viso, ne estrassi uno e lo inumidii con il liquido blu della bottiglietta, poi me lo strofinai in viso, fino a ritrovarmi con i connotati oleati e le guance rotonde piene di trucco in eccesso.
Non bastarono neanche tre dischetti a rimuovere tutto quel disastro, così mi rassegnai e decisi di non prendere anche il quarto, che era anche l'ultimo della confezione. Mi sarebbe dispiaciuto consumare anche quello, senza contare che forse anche Olive ne avrebbe avuto bisogno, non appena sarebbe ritornata a casa.
Non che un solo pezzetto d'ovatta le sarebbe stato d'aiuto eh, però sempre meglio di nulla, giusto? Forse l'avrebbe preso come un gesto cortese, o come una beffa bella e buona?
Non riuscivo più a smettere di pensare, anche se mi stavo interrogando su delle stupidaggini.
Delirando, stavo decisamente delirando.
Non sapevo più se fosse colpa della stanchezza, dell'alcol, dell'ansia, o delle paure che avevo provato in quel periodo.
Forse stavo davvero impazzendo, già, forse era quello che mi stava succedendo.
Una pazza in più in famiglia, no?
Ok, una volta che i miei pensieri presero quella piega capii che era giunta l'ora di darci un taglio con quelle cazzate, altrimenti avrei passato l'intera notte a deprimermi con tutte le sciocchezze con cui gli ignoranti mi avevano sempre afflitta nelle loro domande indiscrete.
Azionai la playlist di Spotify con tutte le mie canzoni preferite, e, proprio mentre speravo ne partisse una fra le più allegre, per ironia della sorte, sul display lampeggiò l'immagine di uno degli artisti più depressi che conoscessi.
Avvicinai il polpastrello sullo schermo per spegnere quella melodia malinconica, ma avevo ancora le mani bagnate, così mi si aprì whatsapp e un messaggio di lettere disordinate si inviò nella chat di...Reece? Sì, era proprio lui nella foto profilo.
Aspetta un attimo, io non ho il numero di Reece, tant'è che non è neanche salvato...ma lui come ha fatto ad avere il mio?
Mi asciugai velocemente le mani e presi il cellulare in mano per controllare meglio il contatto, i miei occhi catturarono subito la scritta "un messaggio non letto" posizionata un po' più in alto della tastiera.
Non appena il caricamento del messaggio che mi aveva inviato terminò, capii che si trattava di una foto visibile una sola volta.
La curiosità mi stava mangiando, tuttavia avevo paura che se l'avessi aperta in quel momento, brilla e stanca com'ero, avrei finito per chiudere la foto prima ancora che potessi guardarla.
Mi guardai intorno e mi abbandonai ad un lungo sospiro, alla fine decisi di farmi coraggio e cliccai il tasto "tocca per visualizzare".
Subito mi comparì davanti la mia figura, ero poggiata con i fianchi al muretto del giardino alla festa di quella stessa sera. Stavo sorridendo, e mi resi conto che non ricordavo neanche una tra le mie foto dove avessi un sorriso tanto bello e genuino. Insomma, avevo visto un milione di volte il mio viso sorridere per una fotografia, basti pensare a tutte le feste e ai compleanni a cui avevo partecipato, ma per la prima volta stavo sorridendo sul serio. In un momento così semplice, senza preavviso, e forse senza neanche saperlo. Quanto tempo era passato dall'ultima volta che mi era successo? Un'infinità probabilmente.
Sotto l'immagine, praticamente sopra la sagoma dei miei tacchi, c'era una piccola didascalia: "volevo solo dirti che eri bella davvero, prima, ti brillavano gli occhi".
Mi morsi l'interno della guancia con l'intento di trattenere un sorriso. Eh sì, un altro, sempre per la stessa persona.
Dovevo smetterla perché sapevo che non dovevo dare a nessuno il potere di controllare le mie emozioni, positive o negative che queste fossero.

I colori non esistono La tua prossima ossessione. Scoprilo ora