Un colloquio da dimenticare

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I tatuaggi per i maori sono importantissimi.
Essi, infatti, rappresentano la vita e la religione.

Leigh

«Nooo, gliel'ho già detto: ho un maledetto colloquio tra dieci minuti.» cantilenai esausta. La segretaria dietro al bancone continuò a guardarmi con occhi scettici.

«Non è possibile. Non assumiamo nessuno in questo momento.» mi ribadì per l'ennesima volta. Mi portai una mano sul naso e cominciai a massaggiarmelo nel tentativo di non andare fuori di testa. Alla fine avevo aspettato due ore fuori dall'azienda e adesso non riuscivo neanche ad entrare.

Maledivo mia madre in tutti i modi possibili. Ma sapevo perfettamente che sarei dovuta entrare in un modo o nell'altro. O, in caso contrario, potevo ritenermi una senzatetto a tutti gli effetti. Perciò, mi impuntai premendo i palmi sulla sua scrivania e facendola anche leggermente indietreggiare.

«Senta, questa è stata una giornata da dimenticare. E non è ancora finita. Perciò, le chiedo, per favore, di farmi entrare.» Tirai un falso sorriso e la notai irrigidirsi. Strinse le labbra e con uno sguardo di disappunto maneggiò nuovamente sul suo computer.

«Mi ripeta il suo nome.» mi incitò infastidita.
Sospirai spazientita. «Leigh Field.» risposi. Riprese a cercare sul motore di ricerca.
«Lei è proprio sicura di non aver sbagliato azienda?» mi chiese nuovamente. «Sicurissima.» ribadii. La vidi sospirare segno che non avesse trovato niente che mi riguardasse.

E io non lo volevo fare ma ad un certo punto fui costretta. Chiusi gli occhi per prendere coraggio e presi parola. «Mia madre è Isabella Wilson.» La segretaria si fermò all'istante e sollevò lo sguardo su di me. «Oh... Ora è tutto più chiaro...» esalò. Abbassai leggermente lo sguardo.

I tornelli di fronte a me finalmente si aprirono e la segretaria mise su un sorriso di circostanza. Ma io sapevo benissimo quello che pensava: "Guarda questa raccomandata". Comunque, io non potevo farci niente. Mi sistemai la borsa e oltrepassa il tornello.

L'azienda era piuttosto innovativa. Le pareti erano totalmente specchi di vetro e si raggiungevano i 30 piani. Chiamai un ascensore e attesi un po' con noia e un po' con ansia. Passarono tre minuti buoni ma dell'ascensore non c'era nessuna traccia.

«Temo aspetterai per un po'.» mi disse una voce. Mi voltai trovandomi di fronte un ragazzo con capelli castani e occhi azzurri. Involontariamente, abbassai lo sguardo sulla sua camicia. Mi saltò un battito. Era bianca. E sporca. Sporca di caffè.

«Qualcosa non va?» mi chiese lui notando i miei occhi sgranati. Come se avesse capito i miei pensieri, abbassò anche lui lo sguardo e ridacchiò. «Sì, forse non sono poi così presentabile. Ma stamattina...»

«Come mai dovrò aspettare per un po'?» lo bloccai cambiando discorso. Non volevo assolutamente sapesse che ero stata io. Non ero così brava a prendermi le mie responsabilità. O meglio, non sarebbe stato un problema se avessi poi saputo come avrebbe reagito l'altra persona.

Lui sembrò leggermente confuso ma decise ugualmente di rispondermi. «Non hai letto il cartello? È guasto.» Schiusi le labbra e girai la testa verso le scale. Io dovevo arrivare al ventiquattresimo piano.

«Io non me li faccio ventiquattro piani a piedi.» mi lasciai sfuggire. Il ragazzo ridacchiò nel sentire la mia lamentela. Poi tirò fuori dalla tasca un bedge e mi indicò l'ascensore di fronte.
«Vedi quello? È un ascensore che solo i dirigenti possono usare. Quello funziona. Se vuoi puoi salire con me.»

Gli afferrai d'impeto le mani e lui sembrò un attimo smarrito. «Ti devo la vita.» gli dissi chiaramente. Sbatté le palpebre rapidamente e notai le sue gote diventare leggermente arrossate. Poi si portò una mano dietro la nuca e chiamò l'ascensore.

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