Non ci si presenta così

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I maori hanno un saluto tutto loro,
strofinano il loro naso contro il tuo
e si aspettano che ricambi.

Leigh

Odiavo la mattina. D'accordo, odiavo svegliarmi in generale. Ma con il canto degli uccellini era più piacevole. Peccato che io non mi svegliavo mai così. Solitamente erano le urla di mia madre a farlo. Già, proprio come quella mattina.

«Mi spieghi che fine hai fatto ieri? Sono stata in pensiero per te tutta la sera.» Mi tirò giù le coperte facendomi scontrare con il gelo del mattino. Mi stropicciai gli occhi e sbadigliai più volte. «Mamma, adesso sono grande. Posso fare quello che voglio.» biascicai e lei vacillò. Come faceva sempre quando affrontavo quell'argomento.

Quando parlavo di volermi comprare una casa tutta mia, lei cambiava discorso. Non ci pensava neanche lontanamente a volermi mandare via. Ma quello che non sapeva era che mi ero fatta andare giù quegli studi e il lavoro solo per racimolare un po' di soldi e avere la mia indipendenza. Se glielo avessi detto, sarebbe scoppiato il putiferio.

Perciò, preferivo non dire niente. Ero un asso a non dire mai la verità. La verità creava sempre brutte situazioni. Situazioni che volevi evitare a tutti i costi. Mamma mise le mani sui fianchi e mi guardò sospirando.
«Dov'è la mia macchina? Non avrai fatto forse un incidente, vero?» chiese apprensiva e con una punta di arrendevolezza. Misi su il broncio.
«Perché hai così poca stima di tua figlia?» domandai portandomi il cuscino sul viso. Lei me lo tirò via e io sbuffai.

«Leigh, ormai abbiamo fatto l'abbonamento dal meccanico.» ribatté. Emisi uno stridulo lamentoso quando mi ricordai di dover ritirare anche la mia di macchina quel giorno.
«Tranquilla, oggi riavrai la tua macchina.» la rasserenai. Scosse la testa afflitta per poi uscire dalla mia camera per andarmi a preparare la colazione. Già scocciata di prima mattina, mi alzai dal letto. Presi dei vestiti e mi diressi in bagno.

Passai un'oretta buona sotto la doccia per poi asciugarmi i capelli e vestirmi. Quel giorno indossai una camicia di colore verde scuro abbinata ai pantaloni. Sotto, invece, decisi di optare per un top bianco. E, poiché quel giorno i miei capelli non volevano collaborare, mi acconciai i capelli in una lunga treccia laterale. Ecco una cosa in cui ero brava, sistemarmi i capelli. Quando volevo.

Uscii dal bagno lasciandomi alle spalle il vapore e ritornai in camera mia dove rifeci il letto e trasferii tutto il contenuto della mia borsa in uno zaino più grosso. Afferrai anche i miei acquarelli e li posi delicatamente nello zainetto. Raggiunsi mia madre in cucina dove mi aspettò un toast e del succo d'arancia. Brutto segno, voleva dire che mia madre andava di fretta. E di conseguenza io andavo di fretta.

«Dai mangia che oggi devi fare un po' di giri e andare a lavoro.» Mentre addentai il toast mi chiesi cosa pensasse davvero mia madre. Probabilmente, credeva che ricoprissi un ruolo di rilievo in quell'azienda. Chissà cosa avrebbe detto se le avessi riferito che passavo le mie giornate a pulire e spolverare luoghi sperduti. La osservai sottecchi tutto il tempo. No, sinceramente non avrei voluto sapere cosa avrebbe detto.

Una volta finito di mangiare, lavai il piatto e il bicchiere. Mi andai poi a lavare i denti e mi spruzzai qualche goccia di profumo. Misi il mio zaino sulla spalla e aprii la porta di casa, pronta ad andare dal meccanico.
«Buona giornata, tesoro.» mi disse mia madre scoccandomi un bacio sulla guancia. La guardai meglio. Avrei tanto colpa ereditare da lei gli occhi celesti, invece l'unica che avevo che la ricordava erano i capelli scuri.

Quando ero più piccola, una volta, le avevo infilato le dita negli occhi credendo di potendoglieli rubare. La notte più lunga in ospedale di tutta la mia vita.
Ad ogni modo, mi chiusi la porta alle spalle e mi incamminai verso la città. Fortunatamente, il meccanico era abbastanza vicino. E io mi preparai alla guerra. Ormai, aveva capito che ero una rincoglionita e mi fregava sempre. Ma questa volta no. Questa volta sarebbe stato diverso.

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