Non mi piace il tuo mi piace

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La notte mi confortava.
E lei era luce.

Alastair

Le giornate passate a Wellington facevano schifo. Tutto della mia vita in quel momento faceva schifo. E quell'azienda era la cosa che mi faceva più schifo di tutte. Quel giorno ero indaffarato con dei documenti importanti. Ogni tanto lanciavo lo sguardo verso la telecamera per controllare cosa facesse quella squilibrata.

Stava leggendo il biglietto che le avevo lasciato sulla scrivania. Sembrava arrabbiata, molto arrabbiata. Mi venne da sorridere, presto mi sarei liberato di lei e avrei avuto un problema in meno. Ma, improvvisamente, cambiò qualcosa in lei. Sembrò diventare più afflitta.

Lasciai i documenti che avevo in mano sulla scrivania e mi avvicinai allo schermo del computer per vedere meglio cosa stesse succedendo. La vidi prendere in mano il telefono e portarselo all'orecchio.

«Non credo di potercela fare, papà. Il capo mi odia, mi ha appena dato un compito impossibile. Io non sono così brava. E, sinceramente, non voglio esserlo.» le sentii dire. Sentii uno strano bruciore nel petto. La rabbia. Perché era tutta colpa sua se doveva ancora avere a che fare con me. Mi aveva ricattato e io nella mia azienda non ce la volevo.

«E se alla fine scoprissi di non farcela? Sarei una delusione...» bisbigliò dopo un po'. Quella frase stranamente mi lasciò un vuoto. Una delusione... Per un attimo rimasi immerso nei miei pensieri. Quando ritornai in me ero già pronto ad alzarmi e raggiungerla per dirle che poteva anche togliersi dai piedi. Ma proprio quando ero in piedi la sua voce mi fermò.

«Lo so che mi vedi. Non mi butterai mai giù. Io sono più forte di te. Te la farò vedere io.» disse lei decisa puntando la sua attenzione sulla telecamera. E c'era qualcosa che mi piaceva in quei suoi occhi. La grinta. Mi ritrovai ad accigliarmi e alzare in uno sbuffo l'angolo della bocca. Lentamente, mi rimisi seduto con le braccia incrociate e mi fermai a guardarla.

Una delle prime cose che fece fu chiamare dei tecnici per riparare le serrande. Dopo di che si diede da fare. Cominciò a pulire approfonditamente ogni parte della stanza. E non mi ero reso conto che mi ero incantato a guardarla. Mi riscossi solo quando qualcuno entrò nel mio studio.

«Allora cuginetto, che si dice?» mi chiese arzillo Nick. Sollevai il mio sguardo su di lui e lo fulminai. Sapeva quanto odiassi essere chiamato in quel modo. Lui sorrise consapevole.
«Dovresti prenderti una bella tisana per rilassare i nervi, sai?» Girò la mia scrivania e si posizionò dietro la mia sedia. Anche il suo sguardo fu attratto dallo schermo.

«Ecco dove l'hai messa. L'ho cercata ovunque oggi.» Aggrottai la fronte. «Perché la cercavi?» gli domandai rigido. Lui fece spallette. «Perché è una di quelle persone che non trovi spesso. È... particolare.» mi spiegò. Lo osservai per qualche secondo di troppo per poi riportare i miei occhi sullo schermo. Stava sistemando degli scatoloni e sembrava aver perso la cognizione del tempo.

«Perché l'hai rinchiusa là?» mi domandò mio cugino. Serrai la mascella. «È meglio così. Rischia di fare meno danni lì dentro.» dissi. «Ancora non mi capacito di come abbia sentito la tua conversazione.» intervenne Nick divertito. Contrariamente, a me non veniva per niente da ridere. Quella ragazza mi faceva solo salire il nervoso. Odiavo come avesse sempre la battuta pronta e non avesse alcun timore nel rispondermi. Perché, diamine, tutti avevano timore a rispondermi.

«In ogni caso, l'hai ritrovata la pennetta?» mi riportò alla realtà Nick. Mi drizzai e mi irrigidii. «Non ancora, ero certo di averla con me. Ma non la trovo più. Quelle informazioni non possono essere rivelate per nulla al mondo. Se qualcuno scoprisse...»
«Non lo scoprirà nessuno. Ma dobbiamo darci una mossa e trovarla ad ogni costo. Non possiamo lasciar trapelare il contenuto di quella pennetta.» si affrettò a dire mio cugino. Strinsi i pugni con violenza e sentii il petto bruciarmi.

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