Tranello dell'abisso

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In ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l'altro nell'abisso.

Paulo Coelho

Nick

Quando le porte dell'ascensore si chiusero il mio sorriso si affievolì. Ovviamente Alastair. Era sempre stato lui. Sempre e soltanto lui.
Ma, dovevo ammetterlo, non lo avevo mai visto così.

Mi tolsi quei pensieri dalla testa e mi concentrai a cercare Dove una volta volta uscito dall'ascensore. Conoscendola, era turbata. Credevo stesse tornando a casa perché troppo impensierita. Lei faceva sempre così.

Si mostrava sempre forte, una persona che non aveva paura di niente e di nessuno. Ma lei non era così. Non lo era affatto. La cercai in giro ma di lei non c'era nessuna traccia. Uscii dall'azienda e mi sollevai quando la vidi camminare con una certa fretta in lontananza.

La rincorsi e l'afferrai per il polso. Lei si girò saltando e con una mano sul petto. I suoi occhi erano pieni di terrore e il suo respiro era inquieto. Si tranquillizzò leggermente quando capì che fossi io.

A quel punto, il suo sguardo si indurì.
«Sto tornando a casa.» affermò con una certa freddezza. Le lasciai il polso e la guardai con l'angolo della bocca arricciato. Ero un po' seccato, in realtà. Ma quando non voleva parlare lei faceva sempre così.

«L'ho visto.» risposi. Dove sbuffò spazientita. «Allora perché mi hai seguita?»
Feci spallette. «Eri spaventata. Di' la verità, hai paura.» Irrigidì la mascella. Era sempre in quei momenti che mi smarrivo. Mi ricordava Alastair con quell'espressione tesa e perennemente arrabbiata.

E mi sembrava assurdo, anche divertente, che lei si distoglieva dal suo stato freddo e impostato quando guardava Alastair mentre Alastair non lo faceva quando guardava lei.

Ma l'avevo sempre visto il fastidio in Dove quando Alastair osserva un'altra persona con lo stesso trasporto con cui lei avrebbe voluto essere guardata. Perché era lo stesso fastidio he provavo io. Quando lei non guardava me.

Vidi il fumo uscirle dalle orecchie.
«Tu non sai neanche tutta la storia.» mi ringhiò contro. Mi morsi l'interno guancia. «Non hai mai voluto spiegarla.» le feci notare. Lei scosse la testa ridendo amaramente.

«Perché non c'è niente da spiegare.» mi rispose con freddezza. Strinsi i pugni. «Fai sempre così anche con Alastair? Eh? Perché mi sembra che tu ti prenda troppe libertà con me che ti permetto di fare tutto.»

Perché io ti permetto davvero di fare tutto con il mio cuore. E tu lo fai davvero, di tutto.

Strinse le labbra in una linea sottile. Sapevo di averla colpita nel suo punto debole. E non era da me farlo. Io ero la parte complementare di Alastair. Lui era sempre stato lo stronzo apparentemente senza cuore e io quello solare da cui rivolgersi anche se ci si sbucciava un ginocchio.

«Questo non dovevi dirlo.» mi sibilò Dove con aria minacciosa. Ero sempre rimasto affascinato dai suoi occhi. Li definivo come il "tranello dell'abisso". Perché erano di un celeste limpido e tu avevi sempre più voglia di immergerti dentro.

Ma, poi, venivi sorpreso. Dalle forti correnti che ti portavano via. Che ti facevano desiderare di non esserti mai buttato in acqua ma al tempo stesso di non esserti mai pentito di averlo fatto.

Lei era così. Ti trascinava via, inconsapevolmente. E, poi, una volta guardato indietro, ci si rendeva conto che la riva era troppo lontana. Che ormai dovevi andare avanti. Che ormai il mulinello ti aveva preso e lentamente ti stava uccidendo trascinandoti nell'abisso.

Lei distoglieva sempre lo sguardo quando le fissavo gli occhi in quel modo. E solitamente era sempre imbronciata nel farlo. La trovavo una reazione buffa. Ma forse la infastidivo soltanto.

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