Buco nell'acqua

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Tradizionalmente la religione dei maori era gestita da ufficiali del culto e quindi si effettuavano celebrazioni di miti che utilizzavano marionette.

Leigh

Mi svegliai con il mal di testa. Mamma la sera precedente mi aveva fatto una ramanzina che mi ero sognata addirittura la notte. Decisi di farmi una doccia calda. Ne avevo davvero bisogno. Indossai il mio solito jeans e lo abbinai ad una camicetta nera.

Mi spruzzai un po' di profumo e, dopo aver fatto colazione, uscii di casa sbadigliando.
Accesi i motori della mia adorata macchina e guidai in direzione dell'azienda da cui, sorprendentemente, non ero ancora stata licenziata.

Arrivata in città, imboccai un vicolo e fui costretta a frenare di colpo quando una macchina mi sfrecciò di fronte.
«Pirata!» gli urlai dietro con il finestrino abbassato. Di risposta, ricevetti un dito medio.

Io lo avevo detto che non era colpa mia quando facevo gli incidenti. Avevo una mia ipotesi: probabilmente quello era il meccanico che pagava le persone per venirmi contro. Una volta, avevo addirittura origliato una sua conversazione con dei clienti.

Aveva pronunciato "incapace" e "dieci incidenti". Perciò, teorizzavo che il suo piano fosse quello di farmi arrivare ad un minimo di dieci incidenti entro l'anno. Ma io lo avevo scoperto. E sarei stata sicuramente attenta a non cadere nella sua trappola.

Parcheggiai nel parcheggio riservato all'azienda. Sì, avevo scoperto che esistesse un parcheggio apposito. Peccato che, prima di entrarvi, ci fosse un divieto per "senzatetto rompiscatole". Me ne ero altamente infischiata e avevo parcheggiato come tutte le persone normali.

Varcai la porta automatica della Golden Blitz notai che quel giorno ci fosse più trambusto del solito. Incuriosita, mi sporsi nel tentativo di captare la conversazione di due dipendenti.

«Sta arrivando il vicecapo della sede di New York.» Sobbalzai nel sentire quella voce appostata dietro di me. Mi portai una mano sul petto e mi voltai con ancora il fiato in gola.
Nick mi sorrise cordiale mentre i capelli scuri pieni di gel gli concedevano un aspetto ancora più adulto.

Arrossii, colta in fragrante ad origliare. Lui, al contrario, sembrava essere del tutto a proprio agio. «Scusa. Non volevo spaventarti.»
Scossi la testa. «No, non ti devi scusare. È che vedo tutti molto indaffarati.» esalai guardandomi intorno. Nick annuì.

«Non capita spesso che in questa sede ci venga a trovare una persona così influente. Ma, quando succede, ci prepariamo al meglio.» mi informò e io schiusi le labbra sorpresa. «E che viene a fare?» chiesi incuriosita.

Nick mi poggiò gentilmente una mano dietro la schiena invitandomi a spostarmi per far passare una dipendente. «Vieni. Spostiamoci di qui.» Mi fece cenno con la testa e io lo seguii. Mi condusse fino all'ascensore e schiacciò il terzo piano.

«Non ci posso credere che mio cugino ti abbia davvero messo nel piano fantasma.» mormorò. Aggrottai la fronte. «Nel piano fantasma?» domandai. Le labbra di Nick si aprirono in un sorriso. «Non voglio suggestionarti, ma si dice che questo piano sia abitato da un fantasma. Uno spirito che infesta quest'azienda da sempre.»

Feci una smorfia. Io, come ogni altro maori, non credevo nei fantasmi. Ma negli spiriti sì. Una volta morti, lo spirito avrebbe lasciato i nostri corpi e si sarebbe rifugiato nel marae. Il marae era un luogo di pace per ogni anima persa. Era il luogo dove veniva coltivato il culto dello spirito.

Perciò, storsi le labbra. Non mi piaceva credere che uno spirito si divertisse ad infestare le persone. Solo Alastair. Lui andava bene.
Ma non appena la mia testa lo nominò i miei pensieri si arrestarono. Quello che era successo il giorno precedente era stato piuttosto... bizzarro.

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