Mai più dogsitter

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Il popolo Maori è bellicoso ma generoso,
forte ma ospitale.

Leigh

Mamma aveva riavuto la sua macchina.
Io avevo riavuto la mia.
Non ero stata licenziata.
E il mio capo non mi odiava più.

Sarebbe stato un ottimo finale questo. Ma, purtroppo, la mia vita non era mai stata così semplice. Per questo mi trovavo in ritardo per andare al mio amatissimo lavoro. Entrai affannata nell'azienda sotto gli occhi straniti di tutti quanti. Quel giorno mi ero raccolta i capelli in due chignon laterali e avevo lasciato fuori i due ciuffi frontali.

Nessuno avrebbe potuto confondermi per una senza tetto. Ne ero più che certa. Inoltre, i miei jeans e la mia maglietta nera non davano molto all'occhio. Mi ero preparata accuratamente per non attirare l'attenzione di nessuno. Perciò, gonfiai il petto e mi incamminai senza paura in direzione dell'ascensore.

«Dove vai?»
«Eccomi.» Mi voltai di colpo ritrovandomi di fronte la figura di Alastair che mi guardava pieno di odio. Lo osservai perplessa. Pensavo che, sì, insomma... Che non provasse più astio nei miei confronti. Eppure, mi guardava come se mi volesse morta. Deglutii.

«Oggi non lavorerai nel tuo studio.» mi annunciò. I miei occhi si illuminarono. Probabilmente, voleva farmi fare qualcosa di più adeguato per il mio titolo di studio.
«E dove?» chiesi cercando di frenare l'entusiasmo nella mia voce. Di risposta, lui alzò l'angolo della bocca. C'era decisamente qualcosa che non andava in quel suo sorriso così perfido.

«Seguimi.» mi ordinò per poi superarmi ed entrare nell'ascensore. Tentennante, lo seguii. Cercai più volte di prendere parola ma si era chiuso in un silenzio gelido che mi suggeriva di evitare anche solo di respirare. Arrivammo al ventiquattresimo piano. C'ero stata quando avevo fatto il mio "colloquio". Mi aveva portata nel piano dove si svolgevano le riunioni.

Uscimmo dall'ascensore in silenzio e mi guidò fini alla sala dove mi aveva umiliato, appositamente, di fronte a tutti. Ma proprio un secondo prima di metterci piede, si fermò. Si girò per poi scrutarmi dall'alto. Mi sentivo così piccola di fronte a lui. Di fronte allo sguardo rabbioso che mi lanciava. Poi, di nuovo, sorrise.
E, ancora una volta, quel sorriso non mi piacque per niente.

«Tu rimarrai inchiodata qui per il resto della giornata.» declamò indicando la scrivania vuota che una volta occupava Carter.
«Ma questa è la scrivania di Carter.» notai con un sorriso tirato. Il suo sguardo si affilò.
«Non oggi. Si è preso un giorno di ferie.» mi comunicò. «Quindi non l'hai licenziato.» osservai. Tentennò. Poi, se possibile, mi guardò ancora più male.

«No, poiché qualcuno non gli ha dato le carte per il licenziamento. E a me non andava di ricompilarle.» pronunciò annoiato. Mi inumidii le labbra e sviai lo sguardo. «Be', che sto facendo qui?» domandai legittimamente.
«Non l'hai ancora capito? Accoglierai tutti gli ospiti. E passerai tutto il giorno a controllare se i loro pagamenti sono stati effettuati correttamente.» Aprii leggermente la bocca.

«Mi stai facendo fare la segretaria, per caso?», gli andai contro. Notai una scintilla sinistra nei suoi occhi. «Sempre meglio che la sguattera, no Angioletto?» mormorò avvicinandosi a me. Mi morsi l'interno guancia in preda alla rabbia.
«Pensavo che avessimo fatto pace!» esclamai. Lui si ritirò con un sorriso amaro.
«Pace? Di che stai parlando? Ribadisco il concetto: io qui non ti voglio. Te ne devi andare il prima possibile. Sono stato sufficientemente chiaro?»

Questa sua affermazione mi fece ammutolire. Il giorno precedente sembrava essere più tranquillo e rilassato. Sembrava essere a proprio agio. Invece adesso... Adesso mi trattava come se non fosse successo niente. Come se mi odiasse ancora più di prima. Senza dire una parola, mi misi seduta alla scrivania senza degnarlo di uno sguardo. Avvertii per qualche secondo il suo sguardo insistente su di me fin quando non si decise ad entrare nella stanza sbattendosi la porta dietro.

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