15 - Wicked Game

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What a wicked game you play, to make me feel this way
What a wicked thing to do, to let me dream of you

Julian
6 mesi prima

Da circa venti minuti stavo strizzando gli occhi sul mio libro di economia per cercare di decifrare gli appunti presi da Ilan a lezione. Le luci della stanza erano soffuse e il cielo nuvoloso, nonostante fosse aprile. Sfogliavo pagina per pagina e stavo cominciando ad innervosirmi, quando il diretto interessato spalancò la porta della nostra stanza, nel dormitorio della UCSB.

Lo guardai con la coda dell'occhio, mentre buttava il suo zaino sul letto e ci si stendeva sopra con tutte le scarpe. I suoi piedi fuoriuscivano dal materasso quando non si impegnava a farsi stretto.

"I tuoi appunti sono indecifrabili." borbottai, ritornando a prestare attenzione ai fogli di fronte a me disposti senza un senso logico.

Vivere in quella stanza mi stava facendo impazzire. La luce era troppo fioca per illuminarla completamente, e i letti sembravano sempre troppo piccoli per noi. La finestra, minuscola e incastrata sopra le scrivanie, si affacciava su un angolo dove il sole non batteva mai. Mi sembrava di vivere in una penombra costante.

Sbuffai e chiusi il libro violentemente, stropicciando gli appunti di Ilan al suo interno. Quest'ultimo girò di scatto la testa verso di me e alzò un sopracciglio.

"L'anno prossimo prendiamo una casa." sbottai, girandomi completamente verso di lui che si mise seduto sul letto. La sua espressione, dapprima più confusa, si neutralizzò.

Lo vidi sospirare e poi fece spallucce poggiandosi con i gomiti sulle ginocchia. "Non lo so, J." Io inarcai un sopracciglio in attesa che lui continuasse e poi parlò. "Non so se mia madre può permetterselo. L'anno prossimo dovrà pagare anche le tasse di mia sorella e il dormitorio è coperto dalla borsa di studio, lo sai."

Per un momento non seppi cosa dire, a volte dimenticavo che non tutti avevano dei genitori come i miei. Per me, pagare le tasse universitarie o qualsiasi altro vizio non era mai stato un problema. I miei genitori avevano sempre fatto in modo che non mi mancasse nulla, forse anche troppo. Vacanze estive in posti meravigliosi, vestiti firmati senza neanche chiederli, e la sicurezza di sapere che c'era sempre qualcuno a risolvere ogni difficoltà al posto mio. Soprattutto questo. A volte mi opprimeva, non mi sentivo mai libero di fuoriuscire dagli schemi, come avrei voluto. Approfittavo di serate e alcol per ribellarmi a quell'oppressione che incombeva su di me come una bolla. I miei genitori si aspettavano i migliori risultati, i migliori comportamenti, le migliori reazioni e il miglior futuro. Mio padre, un modesto imprenditore di Thousand Oaks, ebbe fortuna con un progetto al di fuori della Contea di Ventura e così divenne uno dei più ricchi impresari del sud della California. Mia madre, invece, aveva beneficiato degli averi della sua famiglia, in Inghilterra. Ricca già di famiglia, ha provato a rifarsi una vita dall'altra parte del mondo, ma ipocritamente usufruendo dei soldi che le avevano lasciato.

Mentirei se dicessi che non ho mai approfittato del potere economico della mia famiglia. È grazie a questo che ho potuto frequentare un ottimo liceo privato e una vita abbastanza agiata, al college.

L'ho fatto per i miei genitori, ma anche per me stesso. Mio fratello ha voluto intraprendere la carriera militare e, nonostante mia madre non ne fosse felice, mio padre era davvero fiero di lui. Volevo che quella luce nei suoi occhi brillasse anche per me, qualche volta.

Mi sentii in colpa per un attimo e mi schiarii la gola. "Posso pensarci io."

"Stai scherzando? Non ho bisogno della carità." le sue guance si colorarono di rosso e capii di doverci andare cauto. Sapevo che se avessi chiesto un appartamento ai miei genitori mi avrebbero aiutato, ma non volevo farlo sentire a disagio.

HoneyDove le storie prendono vita. Scoprilo ora