16. Eva (rev)

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Rudy se ne va verso la campagna, le mani in tasca e la testa china. Non oso immaginare cosa starà pensando di Demetrio... e di me?

Guardo Demetrio che fissa ancora le spalle di Rudy.

"Che facciamo adesso? Siamo prigionieri, neanche sappiamo di chi o perché. Siamo a piedi e dobbiamo anche gestire un'adolescente arrabbiato. Peggio di così!"

"Credi? Io non so più cosa aspettarmi. Vorrei svegliarmi da quest'incubo e andare a rifugiarmi nel mio ufficio, nel noioso mondo prevedibile del mio computer."

"Cosa facevi? L'impiegato?"

"No, sono ingegnere informatico, ho... avevo una 'web agency', facevamo siti internet e roba del genere."

"Sembra interessante. A proposito di lavoro, io vorrei andare nel mio ospedale. Magari c'è qualcuno, o qualcosa di utile"

"Sei un medico?"

"No, infermiera. Lavoro in sala operatoria."

"Ah, bel mestiere, io non riuscirei mai a farlo. Non che mi facciano schifo il sangue o le budella, ma non credo che sarei bravo con gli ammalati. I rapporti umani non sono il mio forte. Comunque possiamo passarci, al momento io non ho nessuna idea migliore."

Ci incamminiamo dietro a Rudy. Dobbiamo almeno evitare di perderci di vista, dato che siamo solo in tre.

Ci mettiamo quasi un'ora a raggiungere le prime case di Borgo, ma la passeggiata è rilassante. Il sole scalda ma non troppo, la giornata serena mi conforta e attenua piano piano la disperazione ed Eva è una piacevole compagnia. Non parliamo di nulla in particolare, buttiamo lì qualche battuta tanto per tagliare l'aria. Abbiamo entrambi bisogno di sdrammatizzare, di ritrovare le energie per lottare. Troviamo Rudy in piazza, seduto su un muretto con la testa fra le mani. Deve aver accusato il colpo.

"Ehi, piccolo."

"Vai al diavolo"

"Ce l'hai anche con me adesso?"

"No sono incazzato col mondo, va bene? Pensavo di schiantare quel cancello, di scappare, e invece sono rinchiuso qui con voi due incapaci. Quelli là fuori ci vogliono morti. Il lettore mi si è scaricato, non c'è corrente, non posso ascoltare musica. Non posso fare niente, niente!"

"Siamo tutti e tre nella stessa barca, Rudy. Dobbiamo organizzarci e trovare un modo per parlare con quelli di là dal muro, o per scappare. Prima di tutto dobbiamo trovare una nuova macchina. La Golf era tua, Demetrio?"

"No, Rudy si è procurato le chiavi in una casa e l'abbiamo presa."

"Bene, allora perlustriamo le case qui in giro, cercate chiavi d'auto e cibo. Il sole è alto e, non so voi, ma io comincio ad avere fame. Ci troviamo qui in piazza."

Demetrio annuisce e parte verso una strada a destra. Rudy mi guarda, la bocca storta in una smorfia, gli occhi rivelano il tentativo di non piangere. Si alza, getta a terra il lettore che si rompe in mille pezzi, si infila le mani in tasca e si mette anche lui in moto.

Io vado nella strada grande, di fronte al municipio. Ai due lati ci sono case a due piani, affiancate, con vetrine o saracinesche di negozi e qualche portone al piano terra.

Provo a spingere un portone, un altro, a girare le maniglie. Sono tutti chiusi.

Mi pare poco probabile trovare delle chiavi in un negozio. Ci vuole una casa.

Sulla sinistra c'è un vicolo troppo stretto per il passaggio di un'auto. Finito il muro laterale della casa trovo una recinzione con la siepe a sinistra e un muro alto circa due metri a destra.

Scavalco la recinzione e rotolo in qualche modo giù, in mezzo alla siepe, in un giardinetto poco curato. Delle sedie di plastica bianca sono impilate a ridosso del muro della casa.

Le finestre hanno le inferriate, una porta è chiusa con degli scuri di legno verniciato rosso mattone. Provo a tirare dai bordi, ma gli scuri sembrano solidi e ben chiusi.

Niente da fare, qui non si entra. Scavalco la recinzione verso la prossima casa. Un bel giardinetto con ortensie e cespugli di rosa, l'erba alta ma regolare. Anche qui scuri chiusi.

Sul marciapiede ci sono due grate. Sbirciando vedo che una delle finestre del seminterrato è aperta. Sollevo la grata e scendo nella bocca di lupo in mezzo a mille ragnatele. Saltata giù dalla finestra mi trovo in un locale caldaia.

Giro per l'interrato, ma non trovo nulla di interessante. Salgo al piano di sopra e trovo una sala buia. La corrente non funziona. Apro le imposte di una finestra che dà sul giardino da cui sono entrata. La luce del sole illumina un soggiorno arredato in stile, paralumi con le frange e centrini sui tavolini. Mi siedo un attimo sul divano e mi guardo intorno. La tentazione di stendermi qui a riposare è grande, ma devo darmi da fare. Mi alzo e vado nel cucinotto, niente cibo utilizzabile, solo roba marcia in frigo. Non sembra che ci sia una dispensa. Salgo al piano di sopra, apro qualche scuro. Due camere, una con letto matrimoniale, copriletto in broccato edacquasantiere sopra i comodini. Tutto molto ordinato, la casa non deve essere stata abbandonata in fretta. L'altra camera ha un letto d'ospedale con delle bombole di ossigeno a lato.

Mi sa che questa casa è un buco nell'acqua, probabilmente ci viveva un anziano malato, non ci troverò nulla. Forse delle medicine. Mi pare di aver visto un armadietto in corridoio. Lo raggiungo e lo apro. Insulina, antiipertensivi, un farmaco per la gotta, uno per lo scompenso cardiaco. C'è del cortisone in fiale e una scatola di antibiotici. Me li caccio in tasca insieme a una manciata di siringhe da insulina. Non si sa mai.

Al piano terra esco dalla finestra e accosto le imposte.

Al piano terra esco dalla finestra e accosto le imposte

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