CAPITOLO XXVI

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Li chiamano "I Giorni della Merla", sono in assoluto i giorni più freddi di tutto l'inverno.

Cammino lentamente per la strada, guardo in terra con il cappuccio della mia felpa grigia appogiato sulla testa e le cuffie nelle orecchie con la musica a volume basso.

Arrivo finalmente a destinazione: il grande palazzo biancastro davanti a me intimorirebbe chiunque gli passi davanti, ma io vengo qui da quasi due mesi e non mi spaventa più come aveva fatto la prima volta.
Suono il citofono e il portone, dopo pochi secondi, si apre. Salgo le scale fino al quarto piano, la porta a destra del pianerottolo è semichiusa: le lettere nere incise sulla piastrina attaccata al legno scuro sembrano non risaltare quasi per niente.

Entro nell'appartamento: un leggero profumo di fumo e lana impregna le pareti, la carta da parati bordeaux scura, il mobile all'entrata in mogano, una cassapanca che fungeva anche da attaccapanni: il suo giaccone nero appeso insieme alla sciarpa verdastra.
Vado avanti per il corridoio largo, svolto a sinistra ed entro nel salotto, il quale rispecchia perfettamente il resto della casa.

-Buongiorno.-

-'Giorno Louis, vieni: siediti.- mi fa segno di sedersi sulla poltrona di fronte a quella dove è seduto lui.

-Allora, domani test di cosa?-

-Algebra.- tiro fuori i libri per poggiarli sul tavolino al centro.
Inizio a fare i compiti, sottolineo la teoria e comincio a leggere a voce alta paragrafi interi di regole matematiche.

-Vuoi una tazza di tè?-

-Certo, grazie!- continuo a studiare.

Dieci minuti dopo l'uomo torna nel suo salotto e posa il vassoio con le tazzine e la teiera sul tavolino, accanto ai miei libri.

-Prof, non ho ben capito questo pezzo...-

-Oh Louis, tu non capisci molte cose.- esclama improvvisamente. "Ci risiamo" penso.

-Vuole continuare quel discorso, davvero?-

-Sì. Almeno finchè non mi avrai dato una risposta sensata.-

-Gliel'ho già data, diverse volte.-

-Stronzate.- esclama. -Erano tutte stronzate.-

-Non lo erano per me...-

Improvvisamente, il Sig. Dawson tira un pugno al tavolino, facendo traboccare la teiera.
Sussulto.

-Menti pure a me ragazzo, ma non mentire a te stesso.-

Il suo indice puntato verso il mio petto.
Rimango di pietra.

-Perchè te ne sei andato?- torna calmo e contenuto.

-Le ho già detto che me ne sono andato perchè ero e sono ancora incazzato con lei.-

-Perchè.-

-Perchè? B_beh, perchè lei mi ha mentito. Mi ha ingannato, raggirato e usato ed io non mi sono accorto di nulla.-

-Okay, questo me lo hai già detto. Ora dimmi il vero motivo.-

Lo guardo, lo sgomento nella mia voce e la confusione nella mia testa. Dentro di me, so cosa intende dire, ma non credo di riuscire a dirlo a voce alta.

-Allora?-

-Non lo so, okay? Perchè me ne sono andato! Ero furioso e ce l'avevo con lei, non riuscivo a crederci. Era semplicemente la cosa giusta da fare.- sospiro. Gli occhi del professore fissi sui miei.

-Su questo non ho dubbi, Louis. Hai fatto decisamente la cosa giusta.- mi fissa quasi a voler leggere qualcosa dentro di me.
Faccio un altro sospiro.

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