You should go out

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*la foto sopra non c'entra nulla ma mi piaceva, lol*

Derek all'inizio non avrebbe mai immaginato che il ragazzo dicesse sul serio. Non credeva che sarebbe stato capace di farsi trasferire in un'altra sezione solamente per lui. Non pensava di essere importante a tal punto da suscitare una macanza nel ragazzo con la sua assenza. Eppure quando, quella mattina, per la prima volta da mesi aprì gli occhi in una stanza diversa, una cosa non era cambiata: l'infermiere era sempre al suo fianco, gli occhi erano sempre incastonati nei suoi, mentre il ragazzo scartabellava dei fogli sulla cattedra.
"Buongiorno, Derek" esclamò con voce abbastanza cupa, avvicinandosi al suo letto. Si chiese perchè fosse di cattivo umore, mentre lui era felice. Non si erano separati, e allora perchè quell'aria grave? Il malato distolse l'attenzione dall'infermiere e osservò per un attimo la finestra posta al lato del suo letto. Era alta, e una maniglia indicava il fatto che si potesse aprire dall'interno. Dava su un balconcino piccolo e all'apparenza insignificante, ma già immaginava di uscire fuori e assaporare l'aria fresca, guardare il sole e il cielo azzurro, sentire il cinguettio degli uccelli.
"Stiles, gli altri... avranno bisogno di te. Tu sei quello che li ha aiutati a guarire" si mise a sedere, per guardare meglio il ragazzo, che ora gli si era avvicinato.
"Tra due giorni ti dimetteranno" il ragazzo ignorò la sua affermazione, sedendosi sul letto e guardandolo a sua volta. Il malato sgranò gli occhi e il cuore cominciò a martellargli nel petto. Allora capì per quale motivo il ragazzo avesse la voce cupa e la sua faccia non fosse per niente allegra, come quella del più grande.
"C-cosa?" Non riusciva a parlare, in quel momento una miriade di emozioni affollava la sua mente. Non riusciva nemmeno a formulare un pensiero coerente. Sarebbe uscito. Era l'unica cosa a cui riusciva a pensare, tutto il resto era inesistente. Molte espressioni si alternarono sulla faccia dell'altro, dallo sconcerto alla felicità per lui, al... dispiacere? Possibile che fosse dispiaciuto per lui? Probabilmente era triste perchè sapeva che non si sarebbero mai più rivisti, e in quel momento anche Derek realizzò che non avrebbe più incontrato il ragazzo. Fu come se gli avessero sparato; come se fosse di nuovo precipitato da un burrone, come se fosse stato trafitto da una freccia proprio dove si trovava il cuore. Sentiva dolore, fisico, dappertutto. Non comprendeva come il suo stato d'animo potesse interferire con come si sentiva fisicamente, ma aveva letto di malattie psicosomatiche, probabilmente era anche ciò per cui non era guarito sin quando non aveva trovato una ragione per farlo. E quella ragione era Stiles, l'infermiere indifeso che adesso lo stava guardando con occhi tristi e velati dalle lacrime. La mano destra del più piccolo era in preda a uno spasmo, proprio come l'attacco di panico di qualche giorno prima, solamente ridotto. La prese fra le sue e fece incastrare le proprie dita con quelle del ragazzo, per poi stringerle. Accarezzò il dorso della mano con movimenti circolari, per tranquillizzarlo. Per Derek era tutto molto insolito e strano, e stringere la mano del ragazzo tra le mani gli provocò una scarica elettrica fortissima, cosicchè il suo cuore riprese a martellare ancora più forte. Il ragazzo alzò gli occhi, che fino a quel momento aveva tenuto piantati sul lenzuolo bianco del letto, e passò con essi attraverso Derek. Lo studiò come uno scanner ad alta tecnologia, ne analizzò ogni minima particella e pensiero, sino a riconoscerlo. Anche lui era attanagliato dalla stessa morsa che stringeva lo stomaco del minore, composta dalla paura della perdita e dal bisogno di qualcuno di stabile nella sua vita.
"Tra mezz'ora hai riabilitazione" Stiles ruppe il silenzio, il suono della sua voce risvegliò Derek dai suoi pensieri. Ma il più grande non lo stava ascoltando. La sua mente era persa, stava inconsciamente pensando a quando sarebbe uscito all'aria aperta. A quando avrebbe rivisto il colore del cielo, sentito il calore del sole sulla pelle, mangiato cibo vero che non fosse la poltiglia dell'ospedale. E stava pensando a quando avrebbe lasciato Stiles. Si stava domandando se sarebbe riuscito a salutarlo, ad abbracciarlo, sapendo che non lo avrebbe più rivisto. Se gli sarebbe corso in contro, se avrebbe cercato di evitarlo, ma sperando di incontrarlo, se dopo avrebbe fatto il possibile per allontanarlo, sapendo che lui invece non avrebbe mollato, se avrebbe cercato di dimenticarlo, sperando di fallire.
"Derek, mi hai sentito?" non voleva ascoltare la voce di Stiles in quello stato, così si alzò dal letto, sostenendosi alla spalliera, lasciando la mano del ragazzo sul letto. Era la prima volta che si alzava in piedi, dopo quell'abbraccio. Inizialmente le gambe non lo sostennero, e temette di cadere in avanti. Ma poi due braccia forti lo aiutarono a sorreggersi, reggendolo per i fianchi, e sentì il corpo del ragazzo a contatto con il suo. Potè percepirlo aderire completamente al suo, mentre lo sosteneva usandosi come leva.
"Sei ancora debole" sussurrò all'orecchio del ragazzo, con la bocca così vicina che il suo labbro inferiore ne sfiorò il lobo. Derek fu nuovamente scosso da un brivido, e una sensazione di benessere lo pervase. Si girò per guardare quell'espressione corrucciata che tanto gli piaceva comparire sul suo volto, ed il suo viso era tanto vicino a quello ragazzo, i loro nasi quasi si toccavano, che se fosse stata una situazione diversa, probabilmente lo avrebbe baciato senza esitare. Ma non poteva. Ancora non era sicuro dei sentimenti che provava per l'altro e soprattutto non era certo che l'altro ricambiasse. Si aggrappò con tutte le sue forze al più grande, ed insieme giunsero in bagno.
"Ora, uhm, dovresti uscire" sussurrò il malato all'infermiere, ridacchiando. "Oh no, non se ne parla, non riesci a stare in piedi" esclamò l'altro in risposta. Derek non lo vide ridere, ma sentì il petto del giovane vibrare contro di sè, proprio nel punto in cui si trovava il tatuaggio sulla sua schiena.
"Spero tu stia scherzando! Stiles esci, subito!" non sapeva dove l'infermiere volesse arrivare, ma non avrebbe ceduto. Il suo pudore era estremamente alto, tanto che si vergognava persino a cambiarsi la maglietta di fronte alle altre persone.
"Perchè?! Ti vergogni di me?" chiese il ragazzo con aria provocante, ma non era decisamente il momento di irritarlo. Sì, si vergognava assolutamente del ragazzo, ma non era un fatto personale.
"Ma figurati! Io non mi vergogno affatto!" litigavano come bambini di cinque anni, e a Derek fece venire da ridere, non gli era mai capitato con nessuno di dire certe cose. Si voltò verso il ragazzo per vedere la faccia interrogativa dipinta sul suo volto, e la risata si intensificò.
"Cosa c'è da..."
Prima che potesse finire la frase, il malato cominciò a fare il solletico al piccolo, che si abbandonò alle sue braccia in preda alle risate. Si muoveva convulsamente, mentre le mani di Derek gli punzecchiavano i fianchi e vagavano per il suo corpo. Il piccolo era in preda alle risate, così il ragazzo dovette urlare per sovrastarne il rumore.
"Stiles, esci di qui!"
"Va... va bene c-capo" riuscì a dire, con il fiatone. Non appena la porta si chiuse alle sue spalle, Derek tirò un sospiro di sollievo: gli sarebbe mancato.

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Spero che vi piaccia
Questo capitolo
Sono 1200 parole eheh.
Grazie per le idee, le ho
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Gin.

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