Non appena Derek riprese coscienza, la prima cosa che vide furono gli occhi di Stiles. Tutto il suo mondo era ormai concentrato su di lui. Nonostante fosse tornato da poco dalla parte dei vivi, e il fischio nelle sue orecchie gli impedisse di sentire qualsiasi cosa che non fosse il battito ancora lento del suo stanco cuore, nonstante le sue narici non funzionassero ancora bene, e avesse tutto il corpo intorpidito e i muscoli atonici, per via del sangue che aveva ripreso da poco a circolare nel suo corpo, nonostante questo, la sua mente riuscì a provare un'emozione talmente forte che se non fosse appena stato resuscitato da un infermiere particolarmente abile, credeva che sarebbe esploso, tal'era la sua intensità. Il viso del ragazzo era a pochi centimetri dal suo, le piccole rughe di preoccupazione che ormai aveva imparato a riconoscere gli contornavano il viso, come sempre. Non appena il fischio nelle sue orecchie si attutì e le sue capacità uditive tornarono decenti, si accorse del rumore che il suo cuore faceva su quell'aggeggio infernale accanto al letto. Il suo battito era abbastanza accellerato, nonostante fosse appena tornato in vita, e il più grande sapeva che non era una cosa comune. Ma del resto il cuore del più piccolo batteva così forte che il malato lo sentiva anche senza lo stetoscopio. Nonostante le circostanze che avevano reso possibile la situazione, Derek si ritrovò a fare un mezzo sorriso mentre l'infermiere si tirava a sedere con un sospiro e iniziava a ridere istericamente per scaricare l'ansia accumulata durante quegli interminabili sette minuti. Anche il più grande rise sommessamente, tossicchiando un po', aveva la gola secca e ogni suo respiro era una sofferenza, un rantolo, bruciava, ma era ancora vivo. Era quasi un cadavere, pallido come un cencio, magro, con la pelle tirata e tesa, ma era ancora vivo, e, stranamente, felice di esserlo.
"Ben tornato nel mondo dei vivi, Derek".
Il malato sorrise di nuovo, era contento che la prima voce che avesse sentito fosse stata quella del più piccolo. Non di sua madre, non di suo padre, non della sua ragazza, solamente quella di Stiles. Nella sua voce c'era quel filo di sarcasmo che egli colse al volo, e che gli fece pensare immediatamente a quanto sarebbe stato bello ridere e scherzare con quel ragazzo fuori da un contesto così drastico e pesante come era quello dei due.
"Sì, beh, è stato un bel viaggetto, ma grazie per avermi pagato il biglietto di ritorno", disse facendogli l'occhiolino.
Forse l'esperienza della morte aveva cambiato qualcosa in lui, era più vispo adesso, più in vena di scherzi, di parlare, di passare del tempo in modo costruttivo, e non facendo finta di essere catatonico per ascoltare la voce calma e piatta del ragazzo in modo da tranquillizzarsi.
Il ragazzo più piccolo fece un sorriso inbarazzato dall'improvvisa loquacità di quello che fino a poco fa era un cadavere. Stiles gli somministrò un farmaco per liberare e lubrificare le vie respiratorie, e mentre il malato aspettava che il farmaco facesse effetto, si prese un po' di tempo per fare una cosa che non faceva da un po' di tempo: pensare a cos'avrebbe fatto una volta uscito fuori da quell'ospedale. Suo padre, ormai vecchio, non riusciva da tempo a mandare avanti l'azienda da solo, e Derek avrebbe dovuto dargli una mano come aveva fatto fino a quel momento. Avrebbe ripreso gli affari dell'azienda, organizzato gli incontri con le persone giuste al momento giusto in modo da far quadrare tutto perfettamente e ricavare il giusto guadagno da tutti gli affari in corso. Si ritrovò a sorridere, avendo ripreso quella qualità che tanto amava di sè stesso: l'organizzazione.
"Raccontami un po' di te, Stiles" lo richiamò il più grande, aspettando che il farmaco, insieme al sedativo, facesse effetto.
Il più piccolo si avvicinò al suo capezzale, sedendosi sul bordo del letto, gli occhi lucidi per l'emozione degli ultimi minuti. La sua mano poggiava, anche se indirettamente, sulla gamba del malato, sotterrata dalle coperte. Questo provocò in Derek un'eccessiva consapevolezza del proprio corpo, in particolare della gamba sulla quale il ragazzo poggiava. L'infermiere esitò, prima di ripondere.
"Non c'è molto da dire, non sono una persona interessante. Mi chiamano Stiles, anche se non è il mio vero nome. Frequento il quarto anno di liceo, mi ritengo abbastanza popolare, ma quasi nessuno sa che faccio questo lavoro per mantenermi gli studi, tranne uno dei miei migliori amici, Scott, che lavora qui con me, ma in un'altra sezione dell'ospedale. Ultimamente ho conosciuto una persona che ha sconvolto la mia vita, sia in bene che in male, ma non credo che questi sentimenti siano ricambiati. Mio padre è vice sceriffo, mia madre è morta quando ero piccolo, e credo sia colpa mia, anche se mio padre non me lo fa affatto pesare. Era afflitta da demenza, e credeva che l'avrei uccisa. Mi manca tremendamente e la penso spesso."
Il ragazzo aveva detto il tutto piuttosto velocemente, come se non volesse che i ricordi entrassero nella sua mente, come se non volesse elaborare le parole, solamente dire le parole a macchinetta, facendo in modo che non trapelassero emozioni. Ma il moro aveva imparato sin da piccolo l'empatia e capiva perfettamente come il ragazzo si sentisse in quel momento. Avrebbe voluto poggiare la mano sulla sua, ma vi posò lo sguardo solamente.
"Mi dispiace" fu tutto quello che riuscì a dire, "per tua madre" le parole furono quasi sussurrate e seguite da un sospiro. Il ragazzo gli rivolse un sorriso rassicurante, solidale, come avrebbe dovuto essere il suo nei confronti del più piccolo in quel momento.
"Ora raccontami di te, Derek Hale" disse con la solita voce pimpante, senza la traccia di malinconia che aveva inserito nel discorso poco prima.
Il ragazzo, ormai mezzo stordito dal sedativo, si poggiò sul cuscino e chiuse gli occhi, non vedendo più il ragazzo, ma cercando di immaginarlo comunque lì, seduto sul suo letto, sporto verso di lui per sentire le sue parole.
"Mi chiamo Derek... ma questo già lo sai. Sono sempre stata una persona solare e controllata, finchè non è successo l'incidente che mi ha cambiato la vita. Sono cambiato da quando sono qui, ma non so se in bene o in male. Quello che so è che sono cresciuto e anche stando fermo su un lettino ho imparato cosa significa lottare. Ho imparato a riconoscere quando è ora di morire e quando di vivere. Oggi mi sono reso conto di amar..." il più grande non riuscì a terminare il discorso, scivolando nel sonno farmaceutico indotto dal sedativo.
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Hello pipol!
1094 parole
Sono soddisfatta.
Mi sto fissando
Con la Sterek
In questo periodo.
Ieri è morto
Alan Rickman
Piton, per chi
Non lo conoscesse.
R.I.P.❤
Per questo capitolo
Sempre 10 voti
E 8 commenti
Ce la fate?
Mi fareste felice.
Gin♡
P.s.
Dopo tutto questo tempo?
Sempre.
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Hospital || Sterek
FanfictionUn incidente toglierà la vita a una persona, ma cambierà quella di altre due. #50 in teen fiction 26/5/16
