Finché il mio turno finì Dylan non si mosse dal bar. Di tanto in tanto mi guardava e sorrideva. Quando si fecero le 17.30 presi la mia borsa, la giacca e mi incamminai con lui verso casa. All'inizio nessuno disse niente, fino a quando dissi:"Mi piacerebbe viaggiare." Lui mi guardò con quello sguardo che ti sprofonda nell'anima. Uno sguardo che mi diceva così tante cose ma allo stesso tempo non diceva nulla. Mi persi nei suoi occhi e continuai la frase:"Vorrei visitare Londra, Milano, Barcellona, Tokyo, Sidney, vorrei vedere tutto. Vedere com'è la vita da altre parti. Attraversare quelle montagne e visitare il mondo, imparare nuove lingue, ballare, cantare, insomma divertirmi davvero!"
"Ne parli come se fosse solo un lontano sogno."
"Un po' lo è."
"No invece. Se vuoi una cosa prendila e basta. Se vuoi salire su un aereo vai. È la tua vita. Tu non vivi per nessun'altro se non te stessa. Non devi dipendere da nessuno. Fai solo ciò che vuoi fare."
Quelle parole. Quelle fottute parole. Mi diedero un sentimento che non si può spiegare. Era come se mi stesse porgendo la scala per uscire dall'inferno. Quelle semplici parole mi diedero speranza, ma allo stesso tempo mi rattristarono perché aveva ragione, ma era così difficile metterlo in pratica. Mi fermai a guardarlo. Sorrisi, ma poi dissi:"Lo so, ma.. Questa é la vita vera, non una favola."
"Non c'è bisogno che sia una favola per essere felici." Appena disse quella frase. Appena pronunciò quelle parole. Una ad una mi rimbombarono nella testa. Gli presi il viso tra le mani e lo baciai. Dovetti alzarmi in punta di piedi visto che ero bassina e lui era alto. Continuai a baciarlo non so per quanto. Per la prima volta nella mia vita provavo qualcosa. Davvero qualcosa. Come dei fuochi d'artificio, ma questa volta di quelli grandi, che quando esplodono fanno un rumore assordante. E non appena mi staccai lo guardai negli occhi. Aveva lo sguardo dolce, tenero in un miscuglio tra stupefazione e soddisfazione. Io avevo lo sguardo da bimba. Da bimba innocente. Lo sguardo semplice. Lo sguardo di Beth. Senza dire nulla mi prese la mano e andammo verso casa mia.
Dissi:"Non è un gran che, ho solo bisogno di un posto dove dormire.". Andammo in camera mia. Il suo sguardo cadde su una chitarra acustica in una custodia aperta sul pavimento sotto la finestra. La prese poi disse: "Dai insegnami qualche accordo."
"Va bene."
Gli mostrai come si teneva la chitarra e provai a spiegargli come doveva mettere le dita.
"Ma come?" disse ridendo.
"No il medio va sotto!" esclamai ridendo a mia volta.
"Aspetta ti faccio vedere."
Mi misi dietro di lui. Il mio petto contro la sua schiena e la testa che faceva capolino dalla sua spalla. Sulla mano che aveva appoggiata al manico portai la mia e delicatamente spostai le sue dita nella posizione corretta. "ecco così." Mormorai con voce un po' roca. Girai il viso e vidi che mi stava guardando. Il suo sguardo era perso nel mio. Eravamo come incatenati. Avvicinammo piano i nostri visi. Potevo sentire il calore delle sue labbra che sfioravano le mie, e i nostri cuori battere in sintonia. Mi sentivo così bene, fino a quando il telefono squillò. "Scusa." Dissi, e subito mi staccai per andare a rispondere. Ovviamente era Smith. Lo sapevo.
"Smith"
"Stupida puttana io giuro che ti ammazzo"
In quel momento una paura, grande come l'universo, un terrore immenso si inghiottì di me in un soffio. Non dissi niente. Non riuscivo a dire niente.
"White mi ha detto che ti ha visto pomiciare con un poliziotto. UN POLIZIOTTO? Cosa cazzo hai fumato Tyra? Muovi subito il culo e vieni qui, perché più tempo ci metti più doloroso sarà cioè che ti farò!"
Scoppiai a piangere.
"Giuro che farò tutto quello che vuoi, ma ti prego non.."
"HO DETTO CHE DEVI VENIRE QUI." E attaccò. Singhiozzavo. Piangevo dalla paura. Sapevo che mi avrebbe fatto male e non poco. Sentivo ogni parte del mio corpo tremare. Dylan corse verso di me e delicatamente mi afferrò le spalle. "Cosa succ.."
"Devo andare." Dissi asciugandomi le lacrime e staccandomi dalla sua presa. Presi il borsone cercando di impedire a Dylan di vederne il contenuto.
"Aspetta Tyra parliamo! Cosa è successo sei pallida!"
risposi con un secco "No.". E feci per uscire. Lui mi seguì, mi afferrò un braccio e io mollai la presa e urlai "Vattene!"
E salii in macchina senza smettere un secondo di piangere. Avevo trattato male Dylan ma il terrore prese il sopravvento. Andai completamente in panico. Sudavo freddo. Il terrore che avevo nello stomaco pulsava e si espandeva sempre di più. Mi stava divorando come un leone che sbrana la sua preda. Smith era il leone e io la preda. Stavo andando da lui solo perché se fosse stato lui a venire da me mi avrebbe di sicuro ucciso, e il fatto che non era un' esagerazione peggiorò le cose. Quando parcheggiai la macchina Smith era lì di fuori. Sta volta lo sguardo non era neutro, era incazzato. Non l'avevo mai visto così. Scesi tremando dall'auto e lui camminò a passo svelto verso di me. Io ero in piedi mentre lo vedevo avvicinarsi sempre di più ad ogni passo. Era come se fossi nel bel mezzo di una valanga e lui era il sasso che mi avrebbe schiacciata. Mi prese per la maglietta e mi trascinò a se.
"Cosa cazzo ti passa per la mente eh?"
Non so dove né come ma trovai il coraggio di parlare. "Smith ti giuro sulla mia vita che non sapevo che fosse un poliziotto. Se lo avessi saputo non ci avrei mai parlato." Bugia.
Fece una pausa prima di rispondere. Era come se il tempo si fosse fermato. Erano così lunghi quegli istanti. "Okay ti credo." Mi mollò e iniziò a baciarmi con foga. Io ricambiai. Dovevo. Con la lingua scese fino al collo che inziò a baciare con molta passione e a mordere mentre con una mano mi palpava il seno, e con l'altra il sedere. Ripensai al bacio con Dylan. Tutto questo mi faceva schifo in confronto. Completamente schifo. Tornò, senza mai staccare la lingua, alla mia bocca che riprese a baciare gemendo tra un bacio e l'altro. Lui faceva così: quando era ad un passo dall'uccidermi mi baciava. Così, per calmarsi. Mi faceva schifo e io mi facevo schifo. Mi portò in casa sua e mi gettò sul letto. "Voglio divertirmi un po'." Disse con lo sguardo provocante. Io cercavo di non piangere. Tirò fuori delle manette. Feci tutto quello che mi chiese. Dovevo. Se non si calmava era la fine.
Come ogni volta che finivamo Smith si addormentò. Cercai i miei vestiti e me li rimisi. Stavo per uscire quando la mia attenzione calò su una porta accanto alla stanza delle pianificazioni. Smith mi aveva sempre proibito di entrare in quella stanza. Andai a controllare se stesse dormendo poi chiusi la porta. Andai in cucina e tra quell'immenso disordine cercai disperatamente le chiavi. Non le trovavo da nessuna parte. Allora provai a ragionare. Smith era un genio, quindi provai a pensare all'incontrario. Siccome chiunque penserebbe che le chiavi siano chiassà dove, lui le avrà di sicuro messe nel posto più ovvio del mondo. Accanto alla porta c'era una bacheca con attaccate delle chiavi. Ce n'era una con un portachiavi di un orso di peluche con una cerniera sulla schiena. Bingo. Provai a inserire le chiavi nella serratura, ma non si apriva. Provai nell'altro senso, ma niente. Sentii dei rumori provenienti dalla stanza da letto, allora rimisi in fretta le chiavi nell'orsetto, riposi il mazzo al suo posto e tornai in camera. Smith mi sorrise e si avvicinò a me baciandomi in modo un po' rozzo, come al suo solito. "È stato fantastico piccola.. avrei ancora voglia di un pompino.." Poi rise. "No sto scherzando.. Vieni di là, ieri Harry mi ha portato della roba buonissima." Harry era il suo spacciatore. Mi passò una cartina e mi feci una canna per calmare i nervi. Mi sentivo una merda, ma cazzo era così una bella sensazione. Poco dopo tornai a casa e quando l'effetto dell'erba svanì ripensai a Dylan. Cazzo. Ero stata stronza. Troppo stronza. Lo chiamai. La prima volta non rispose e allora ci riprovai. Ancora niente. Provai una terza volta e rispose al terzo squillo.
"Pronto?" Disse con la sua meravigliosa voce roca.
"Dylan! Volevo chiederti scusa per prima.. io ero.."
"No non devi darmi spiegazioni." C'era una grande acidità nel suo tono. Ma aveva ragione.
"Sei arrabbiato?". Non rispose. Dopo un lunghissimo minuto di silenzio disse:"No.." con tono un po' incerto e sconfitto, come se si sentisse obbligato a perdonarmi.
"Appena potrò ti spiegherò tutto, te l'ho detto é una situazione difficile"
"Non fa niente Tyra."
Questa volta c'era sincerità nel suo tono, e questo mi risollevò il morale.
"Ora devo andare, domani lavoro." mi disse.
"Si anche io. Buona notte."
"Buona notte."
mi sdraiai sul letto e iniziai a fissare il muro. Avevo voglia di essere una ragazza normale, felice. E invece no. Ero solo una ladra e una puttana. E Dylan meritava di meglio.
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Heart shot
FanficBeth ha una vita difficile. Ha a che fare con uno dei peggiori criminali in circolazione e per guadagnarsi da vivere ruba, spaccia e fa sesso a pagamento. Odiava la sua vita. I suoi genitori morirono quando aveva soli 8 anni e da lì venne tirata su...
