IL mio ultimo giorno a Londra si rivelò piuttosto deludente. Ricevetti una chiamata da George, il quale mi annunciava che la pista che stava seguendo lo avrebbe costretto a rimanere fuori città almeno altri due giorni e perciò non saremmo riusciti a vederci ancora prima della mia partenza. Eravamo entrambi rammaricati di non poterci incontrare e dispiaciuti per l'occasione mancata. Per cambiare discorso gli chiesi se ci fossero novità sul caso. «Ne saprò di più domani», rispose George. «Anche se i legami fra la vittima e diversi gruppi terroristici stanno cominciando a farsi più consistenti. Da quanto ho sentito, i servizi segreti americani stanno assumendo un ruolo sempre più attivo nelle indagini. E anche quelli israeliani.» Ripensai immediatamente all'uomo che ci aveva seguiti la sera prima. Michael mi aveva detto che si chiamava Uri ed era un agente segreto israeliano. Stavo per riferirlo a George, ma andava di fretta e non volevo sprecare il poco tempo che avevamo cercando di fare luce sull'episodio. Né gli parlai dell'improvvisa ricomparsa di Michael Haggerty nella mia vita, alla cena e adesso a bordo della nave. Si era trattato, a suo dire, di una decisione dell'ultimo minuto, ma chissà se era vero. «Non mi rimane altro che augurarti buon viaggio, Jessica. Mi dispiace tantissimo non poterti vedere. Se fossi stato a Londra ti avrei portato io a Southampton.» «Ne sono certa. Comunque, non ti preoccupare George. La compagnia mi ha messo a disposizione un servizio di autonoleggio come omaggio per le conferenze che terrò a bordo. Andrà tutto bene.» «Goditi la traversata, cara, e fammi sapere quando sarai arrivata
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sana e salva a casa.» Trovandomi improvvisamente senza piani per la giornata, cercai di distrarmi dedicandomi a un altro tour della città. Non so quanto avessi camminato – probabilmente chilometri e chilometri –, ma quando decisi di ritornare in albergo nel tardo pomeriggio mi sentivo molto più in forma e di umore più leggero. Ero a poca distanza dall'hotel, quando mi fermai ad ammirare uno squisito servizio da tè in argento nella vetrina di un negozio. Un riflesso nel vetro attirò la mia attenzione e mi accorsi di un uomo dall'altra parte della strada che fingeva di leggere l'Observer. Che strano, pensai, starsene in piedi per strada con un giornale aperto a dispetto del vento. In quel momento una folata particolarmente sferzante strappò il quotidiano dalle mani dell'uomo rivelandone l'identità: era l'agente dei servizi segreti israeliani, Uri. Mi guardai intorno in cerca di Michael Haggerty. Di certo non stava seguendo me. Ma non vidi traccia del mio amico dell'MI6. Per un istante fui tentata di attraversare la strada e presentarmi, ma ci ripensai. Una volta avevo seguito un corso dell'FBI sulle tecniche di sorveglianza. Se veramente Uri aveva intenzione di pedinare me, non avrebbe passato l'esame, ma la sua presenza, per quanto goffa e quasi divertente, era anche sconcertante. Rientrai in albergo e mi fermai a scambiare due parole con il portiere che, con l'alto cappello e il fischietto per i taxi, conferiva all'albergo un fascino particolare. Approfittai dello scambio di battute per voltarmi e osservare Uri, che stava ancora cercando di domare il giornale. «Conosce quel signore?» chiesi al portiere. «No, signora, ma è tutto il giorno che gironzola da queste parti. La sta importunando?» «Cosa? Oh, no, no, per niente... ero solo curiosa. Grazie.» Mentre salivo in camera, pensai con gioia al bagno caldo in cui avevo tutte le intenzioni di immergermi. Ma c'erano due messaggi che mi attendevano in segreteria, uno era di Seth, da Cabot Cove, e l'altro di Tom Craig. Chiamai il mio amico e lo trovai sul punto di uscire dallo studio per andare a pranzo. Nel Maine erano le dodici, mentre a Londra le cinque del pomeriggio. «Volevo solo augurarti buon viaggio, Jessica», mi disse. «Grazie.»
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«Immagino avrai passato un po' di tempo con George. Hai portato i miei saluti all'amico di Scotland Yard, spero.» «Abbiamo fatto colazione insieme soltanto il primo giorno, purtroppo. Sta lavorando al caso del diamante.» «Da quanto ho sentito lo terrà occupato per un bel po'.» «Ah sì? Ne hanno parlato ancora al notiziario?» «Secondo la BBC, c'è stato un altro furto di gemme preziose.» A Seth piace sintonizzarsi sulla BBC a notte fonda, con la radio a onde corte che ha in camera da letto. «A quanto pare hanno rapinato una gioielleria a Londra ieri sera.» «Non ne sapevo niente.» «Chiunque sia stato, ha sottratto diamanti per il valore di un milione di sterline o più. È tutto ciò che so.» «Immagino che i giornali locali ne parleranno.» «Sì, penso proprio di sì. Tu stai bene, Jessica?» «Sì, perché?» «Oh, è solo che quando ti trovi nelle vicinanze di qualche crimine, finisci chissà come per rimanerci invischiata.» Scoppiai a ridere. «In primo luogo, Seth, è acqua passata per me. Secondo non è materialmente possibile rimanere 'invischiata', come dici tu, in queste rapine a Londra e terzo...» «Stavo solo pensando ad alta voce», ribatté lui ridacchiando. «Mi raccomando riguardati e mandami una cartolina.» «Sarà un po' difficile nel bel mezzo dell'oceano», obiettai. «Ti auguro di goderti la traversata.» «Se ti sentisse il capitano, sarebbe fiero di te. Quasi tutti la chiamano crociera.» «Comunque la chiamino, divertiti e buone conferenze! Ah, non ti avvicinare troppo al parapetto. Non vorrei che cadessi in acqua.» E con quest'ultimo ammonimento ci salutammo. Richiamai Tom Craig in ufficio. «Sai che fine ha fatto Michael Haggerty?» mi chiese. «Vuoi dire Wendell Jones?» ribattei divertita. «Sì, comunque si chiami. È tutto il giorno che cerco di contattarlo per una faccenda contrattuale a proposito del libro.» «Non ne ho idea Tom, ma è possibile che sia andato a Southampton.» «E perché mai?»
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