RIENTRAI in cabina, con la mente in subbuglio. Un incidente? Chi era rimasto ferito? Rupesh? Mi sembrava in perfetta salute, per quanto scuro in volto. Più ci pensavo, più mi convincevo che fosse stato scortato fuori della cabina di Kim da membri dell'equipaggio in divisa, proprio come un criminale sulla scena del delitto, anche se non avevo visto le manette. Che cosa aveva fatto, o meglio, di che cosa era accusato? Ripensai a quando avevo visto Betty in lacrime. Rupesh mi aveva detto che era scomparso qualcosa o qualcuno. Di che cosa si trattava? Decisamente mi mancavano troppi pezzi per ricostruire l'accaduto. Di tanto in tanto socchiudevo la porta della mia cabina e vedevo la stessa guardia davanti a quella di Kim. Ogni volta gli sorridevo, ma ricevevo in cambio uno sguardo impenetrabile. Accesi il televisore e cominciai a passare da un canale all'altro. C'era un film che non mi interessava minimamente e gli altri canali non offrivano alcuna distrazione dai pensieri che mi tormentavano. Neanche uscire sul balconcino si rivelò d'aiuto. Rupesh aveva già preparato la stanza per la notte, ripiegando indietro il copriletto e appoggiando un cioccolatino sul guanciale. Riflettei se mettermi in pigiama, ma poi decisi che non era il caso. Mi sentivo stanca poco fa al bar con Dennis, ma adesso ero sveglia come un grillo. Mi ritrovai a passeggiare avanti e indietro, fino a quando decisi che non potevo più starmene chiusa in gabbia. Mi tolsi il vestito da sera indossando qualcosa di più comodo, afferrai la borsa e uscii in corridoio. Un'ennesima occhiata severa della guardia davanti alla cabina di Kim mi fece capire che qualunque domanda sarebbe stata inutile. Mi allontanai senza sapere dove andare. Probabilmente speravo di incontrare Haggerty o Stanton, pur non contandoci molto.

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Poi, mi venne in mente Harry Flynn. Che fosse ancora al casinò? E in effetti ebbi fortuna. Lo trovai in piedi al tavolo di craps, circondato da una mezza dozzina di giocatori. Dalla pila di gettoni che aveva davanti capii che era stato di nuovo fortunato. Harry mi vide e fece segno di avvicinarmi. «Adesso sì», mi sussurrò all'orecchio. «Adesso sì che si comincia a vincere.» Rimasi accanto a lui mentre lanciava i dadi. A ogni puntata si sentivano urla di incitamento dagli altri spettatori. La mia conoscenza del gioco era a dir poco vaga, ma anche a una novellina come me era chiaro che il punteggio dei dadi tirati da Harry corrispondeva a quello sul tavolo su cui aveva messo i gettoni. E ogni volta si alzavano grida e applausi mentre il croupier , una signora in smoking affiancata da due addetti, continuava a impilarne davanti al vincitore. Seguirono altri tre tiri, prima di sentire un gemito collettivo seguito da applausi e grida: «Bella giocata, amico!» e ancora «Bravissimo!» Harry si accomiatò augurando a tutti la buonanotte, lasciò una manciata di gettoni sul tavolo come mancia per i croupier , mi prese a braccetto e insieme ci avviammo alla cassa, dove depositò un notevole quantitativo. La cassiera contò i soldi della vincita: milleduecento dollari. «Niente male!» esclamai. «Avevo accanto la dea Fortuna in persona!» ribatté Harry. «Qual buon vento l'ha portata al casinò?» «Non riuscivo a dormire.» «C'è qualcosa che la preoccupa?» «A dire il vero, ecco... non ha sentito di un incidente a bordo?» «No. Problemi con la nave? «Non lo so.» «Troviamo un posticino tranquillo per parlare», suggerì Harry. Salimmo sul ponte della Chart Room, dove trovammo un tavolino lontano dal trio jazz che si stava esibendo. «Mi parli di questo incidente», disse Harry mentre si avvicinava una cameriera. Ordinò del rum e io una tazza di camomilla. «Non ne so granché.» Cominciai a riferirgli ciò che avevo visto, quando fummo avvicinati da due coppie. «Jessica Fletcher!» esclamò una delle donne. «Non vedevo l'ora di conoscerla di persona per dirle quanto mi siano piaciute le sue conferenze e naturalmente quanto adori i suoi libri.»

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«Grazie. È molto gentile da parte sua...» «Le sue parole rinfrancano lo spirito», m'interruppe uno degli uomini. «E gliene siamo riconoscenti, visto quel che è successo stasera.» «Non la seguo», mormorai. La seconda donna si chinò verso di me con aria cospiratoria. «Pensavo lo sapesse. Dicono ci sia stato un omicidio a bordo.» «Chi è stato assassinato?» chiese Harry. «Non lo sappiamo. Uno dei baristi ha detto a dei nostri amici che è stato trovato un cadavere.» «Siete sicuri che si tratti di omicidio?» domandò Harry. La seconda donna si strinse nelle spalle. «Sappiamo solo quello che ci è stato riferito. Probabilmente ne sapremo di più domattina. Le voci girano in fretta su una nave. Be', ancora grazie. Apprezziamo i suoi libri e non vediamo l'ora di assistere alla prossima conferenza. Magari potrà parlare di un vero delitto.» «Chissà se ne faranno cenno sul programma giornaliero», sentii dire dalla sua amica mentre si allontanavano. «Kim», mormorai in tono assente. «Mi scusi?» «Il signor Kim. Temo che sia lui la vittima.» «Non si angosci troppo, Jessica, magari sono solo voci.» «Lo so, ma tutto torna, non trova? Forse dovrei parlare con un ufficiale.» «Probabilmente avranno la bocca cucita, conosco i regolamenti in mare», osservò Harry. Arrivarono le ordinazioni. «Ah, proprio ciò che mi ha prescritto il medico», esclamò Harry. «Un po' di sangue di Nelson.» Bevve un lungo sorso tossicchiando. «Sangue di Nelson?» «Quando l'ammiraglio Nelson morì durante la battaglia di Trafalgar , l'equipaggio conservò la salma in un barile di rum per affrontare la lunga traversata di ritorno in Inghilterra. Ormai è un'espressione che non si usa più fra i giovani marinai, ma, ovviamente, io non faccio parte del club.» Rimasi in silenzio. «Scusi se l'ho distratta con i miei aneddoti scherzosi, mentre è tormentata da una faccenda seria come l'omicidio.»

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«Ma no, si figuri», risposi mescolando distrattamente la camomilla per farla raffreddare. «Mi chiedevo se il comandante in seconda, che è anche capo della sicurezza, sarebbe disposto a dirmi la verità, se gli dicessi che sono un'amica di famiglia di una persona coinvolta. Sa, Rupesh, il mio steward, ha un cugino a Cabot Cove.» «Vale la pena tentare, immagino. L'accompagno.» «Non si deve disturbare, Harry.» «Sciocchezze.» Finì il rum, fece segno alla cameriera, firmò il conto con il numero della cabina e uscimmo dalla Chart Room. Non sapevo dove fossero gli uffici del capo della sicurezza, ma speravo che al commissariato di bordo potessero dirmelo. Non c'era nessuno in fila a quell'ora della notte e una deliziosa giovane in divisa mi salutò per nome e mi chiese in cosa potesse essermi utile. «Ecco», esordii. «Il cugino di un mio carissimo amico di Cabot Cove, è il mio assistente di cabina. Ho paura che gli sia successo qualcosa e vorrei parlare con il comandante in seconda.» La ragazza parve riflettere un istante, prima di rispondere: «Non credo sia responsabilità del comandante in seconda, signora Fletcher . Magari domani il direttore delle risorse umane potrà esserle di maggior aiuto». «Sì, è probabile», ribattei. «Ma il comandante in seconda è stato molto gentile quando ci siamo conosciuti. E preferirei parlare con lui. Non gli ruberò molto tempo.» «Vediamo se riesco a trovarlo», rispose la ragazza scomparendo in un'altra stanza fuori dalla mia visuale. «Perché vuole proprio lui?» mi domandò Harry a bassa voce. «Ho il sospetto che il mio steward si sia messo nei guai con la legge», risposi a voce altrettanto bassa. «In caso di reato in alto mare, è il comandante in seconda responsabile della sicurezza e i suoi uomini svolgono funzioni di polizia fino all'arrivo in porto.» Harry non rispose. Come ex capitano di mare probabilmente lo sapeva già, ma mi accorsi che stava rimuginando sulle mie parole. La giovane donna di prima ritornò. «Al momento è occupato, ma dice che potrebbe riceverla fra mezz'ora nel suo ufficio, presso il quadrato di guardia.» Mi spiegò come arrivarci e io e Harry ci allontanammo. Una volta raggiunto il quadrato degli ufficiali, fummo invitati ad attendere in una

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piccola anticamera. «Il capitano è in riunione al momento», ci comunicò un ufficiale con forte accento britannico. Ci accomodammo su due sedie, rimanendo in silenzio, finché Harry non mormorò: «Forse è meglio che vada. Potrebbe non gradire molto di trovarsi davanti due persone, che gli oppongono un gioco di squadra, come si suol dire». «Non credo che sia un problema, ma è tardi, mi rendo conto. Avrà voglia di tornare in cabina. Non si preoccupi, non mi pesa aspettare da sola.» «No, non è quello. Pensavo volesse gestire la faccenda da sola. Resto volentieri se le fa piacere. Sono anch'io curioso di sapere che cosa è successo.» «Sono contenta se mi fa compagnia, ma l'avverto, non so neanche se vorrà parlarmi. Potrebbe rivelarsi un'attesa inutile.» Venti minuti dopo, un'ufficiale donna, nella divisa bianca immacolata, ci si avvicinò. «Il capitano è ancora occupato», ci riferì prima di allontanarsi. Qualche minuto più tardi la porta si spalancò. Mi aspettavo di veder comparire il capitano, ma sbagliavo. Era il mio amico Michael Haggerty!

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