RIMASI seduta sul balconcino a piangere finché non ebbi più lacrime. Erano ancora così tante le cose che volevo dirgli, le domande che volevo fargli. Adoravo la sua gioia di vivere. Come si poteva conciliare questo amore per la vita con la decisione ultima che aveva preso? Ma certo, decisi alla fine: Harry era un uomo che amava vivere la vita alle sue condizioni. Quanto a me, non si sbagliava: non lo avrei certo giudicato per questo. Mi alzai in piedi e scrutai l'immensa distesa dell'oceano Atlantico. Harry Flynn aveva deciso di tornare «a casa» sotto le acque dell'oceano da lui tanto amato. «Buon riposo», mormorai mentre una raffica di vento catturava le mie parole, disperdendole in mare, dove forse Harry poteva sentirle. «E goditi i diamanti, Harry. Ora sono tutti tuoi.» Raccolsi i soldi, la lettera di Harry, la busta indirizzata alla figlia Melanie e mi recai dal capo della sicurezza, che trovai alla scrivania, sommerso dalle scartoffie. «Scusi il disturbo, ma c'è una cosa che deve sapere.» Gli allungai la lettera e aspettai che l'avesse letta. «Ma è una tragedia», esclamò il capitano. «È sicura che il signor Flynn sia caduto in mare?» «Non vedo ragione per dubitarne», risposi. «Mio Dio», disse l'uomo fregandosi gli occhi arrossati dalla mancanza di sonno. «Questa si è rivelata una delle traversate più bizzarre della mia vita.» «E speriamo non si ripeta più. Esaudirò naturalmente il desiderio del signor Flynn e porterò i soldi e la lettera a sua figlia, a New York.» Il capitano fece uno stanco sorriso. «Sono certo che la fiducia riposta dal signor Flynn in lei sia più che giustificata. Grazie di avermi avvisato. Prenderò tutti gli accorgimenti necessari e farò avvertire

195

subito la figlia.» Detti la notizia anche a Haggerty, Stanton e Peretz, quando ci trovammo a pranzo nella nostra saletta privata. «Mi è subito piaciuto, non appena l'ho visto», commentò Stanton. «Anche a me», si unì Haggerty. «Non si vedeva affatto che era malato.» «Perché era determinato a non farlo capire», ribattei. «Voleva godersi la vita fino all'ultimo istante, fino a che non avesse deciso personalmente di porvi termine. Sento già la sua mancanza.» E sapevo che avrei continuato a sentirla per tutta la vita. Trascorsi il tempo che ancora mi restava assaporando tutti i meravigliosi servizi della nave, che fino a quel momento non mi ero potuta concedere. Il trattamento estetico mi rilassò e mi diede nuovo vigore. Mentre mi godevo il massaggio pensavo a Harry Flynn, eterna testimonianza della gioia di vivere e dell'importanza di ogni attimo vissuto. Cenai in cabina, preparai la valigia e la lasciai in corridoio fuori della porta, come da istruzioni, e guardai un po' di TV. Finii il libro che mi ero portata e andai a letto di buon'ora. Dovevamo attraccare a Brooklyn prima dell'alba e non volevo perdermi l'arrivo con il passaggio sotto il ponte da Verrazzano, la Statua della Libertà e il profilo dei grattacieli di Manhattan. Avevo assaporato quell'esperienza a bordo della Queen Elizabeth 2 e non me la sarei persa per niente al mondo. Alle quattro della mattina dopo ero sul mio balconcino. Dopo aver osservato l'attracco al molo costruito appositamente per ospitare l'immensa mole della Queen Mary 2, mi recai nella Grand Lobby, dove avevo appuntamento con Michael, Dennis, Rupesh e Uri. «Bene, eccoci qua», mormorai. «Dove sono i nostri indiziati?» «Li stanno scortando giù dalla nave in questo momento», rispose Haggerty. «Praticamente c'è metà polizia di New York ad attenderli, con un contingente di Scotland Yard.» Fra cui George. Mi sentii pervasa da un'ondata di felicità.

«Per vostra informazione», ci disse Haggerty mentre sbarcavamo. «La signorina LeClair ha deciso di collaborare. Ha ammesso di essere la donna misteriosa che era in compagnia di Walter Soon Yang, quando questi è stato ucciso e di avergli teso la trappola. Sta

196

cercando di trovare un accordo con il procuratore. Dubito che l'otterrà.» George era sul molo quando scesi dalla nave con i miei colleghiamici, che rimasero a guardarci mentre ci abbracciavamo. «Signori, vorrei presentarvi un mio caro, carissimo amico, l'ispettore George Sutherland di Scotland Yard», annunciai. «Jessica ha fatto un ottimo lavoro per risolvere questo caso», gli annunciò Haggerty. Io rimasi in silenzio. «Non ne dubitavo», disse George. «Lo fa sempre.» Rimanemmo a Manhattan quella sera e cenammo tutti insieme. Fu una riunione molto allegra, con risate e battute. Mentre ci accomiatavamo nella lobby dell'albergo, Haggerty mi trasse in disparte. «Ho la sensazione che ci sia ben più di un'amicizia fra te e il nostro amico di Scotland Yard, mi sbaglio?» domandò accentuando l'accento irlandese. «Ecco noi... noi ci vogliamo bene», mormorai. «Ah, tu sì che sai come spezzare il cuore di un uomo», disse Haggerty. «Pensavo che... adesso che ci eravamo rincontrati, magari...» «No, hai pensato male, Michael. È stato bello rivedere te e Dennis e conoscere Rupesh e devo ammettere che contribuire a far arrestare una banda di ladri e di assassini è stato eccitante. Ma ho intenzione di tornare a Cabot Cove domani mattina stessa e pensare solo a scrivere il prossimo romanzo. Gli unici crimini con cui intendo confrontarmi sono quelli commessi dai miei personaggi. Quanto a George...» «Sì?» «Se mai decidessi di prendere decisioni avventate, sarai il primo a saperlo. Buonanotte Michael. È stato bello rivederti.» La mattina dopo feci colazione con George. Il mio volo per Boston partiva alle tre del pomeriggio e quello di George per Londra alle sei. Ma avevamo un'importante missione da portare a termine, prima di lasciare New York. Gli avevo raccontato della lettera di Harry Flynn e della richiesta di consegnare i soldi a sua figlia Melanie. George si era offerto di accompagnarmi, e avevo accettato con piacere. Melanie viveva in una graziosa casa d'epoca, lungo una via alberata nell'East Side di Manhattan. Ero sollevata al pensiero che il capo della

197

sicurezza l'aveva già avvertita del suicidio del padre, non volevo essere io a portarle la notizia. Melanie ci venne incontro sulla porta. Era una donna alta, che mi sembrò aver passato da poco la cinquantina. Indossava pantaloni beige, golf a collo alto bordeaux e scarpe da ginnastica. I capelli scuri erano legati in una coda di cavallo che le arrivava alla vita. Non c'erano dubbi: era la figlia di Harry Flynn. I forti geni del padre li aveva ereditati tutti. Le spiegai il motivo della visita. Dapprima non sembrò capire che cosa avesse combinato il padre per avere così tanti soldi, ma quando le specificai che si trattava delle vincite ai tavoli da gioco, la donna scoppiò a ridere. «Quel demonio», esclamò. «L 'ultima volta che è stato qui, è scappato ad Atlantic City e ha perso una fortuna. E mi ha promesso che non avrebbe mai più giocato.» «Evidentemente si sentiva fortunato e i fatti gli hanno dato ragione.» Melanie aprì la busta e cominciò a leggere la lettera del padre, mentre lacrime silenziose le rigavano il volto. Quando l'ebbe terminata, si asciugò gli occhi e sorrise. «Non lo vedevo tanto spesso», mormorò. «Ma ha sempre fatto in modo che a me e a mia madre non mancasse niente. I soldi arrivavano sempre insieme con un biglietto pieno di aneddoti e di...» «Spiegazioni di espressioni bizzarre», conclusi ridendo. «Ne ha rifilate anche a lei?» «Oh, sì e mi sono divertita un sacco.» Melanie ci offrì caffè e una fetta di torta. Rimanemmo con lei più di un'ora. Mentre stavamo accomiatandoci, mi porse una foto a colori del padre. «Le piacerebbe averla?» mi chiese. Guardai l'uomo nella foto: portamento elegante, abiti inappuntabili, i capelli argentei perfettamente lisciati. La cosa più incredibile era il sorriso, radioso e genuino con una scintilla di puro divertimento. «Grazie, mi farebbe veramente piacere», risposi. George mi accompagnò all'aeroporto La Guardia. «Mi sembra di non averti neanche vista», mormorò. «Perché in effetti è andata così», ribattei. «Non la definirei una vera rimpatriata.» «Bisogna assolutamente rimediare», osservò George. «Vai adesso, hanno chiamato il tuo volo e io devo essere al Kennedy fra poco.»

198

Inutile a dirsi, ci separammo a fatica. I cugini di Rupesh a Cabot Cove rimasero senza parole, quando raccontai le gesta eroiche del ragazzo, pur evitando di rivelare quale fosse il suo vero lavoro. Doveva essere Rupesh a decidere se confessare alla famiglia di far parte dei servizi segreti. «E, a proposito», aggiunsi. «Si è deciso a chiamare sua madre, dopo che l'ho un po' strapazzato!» Rimasi in contatto con Michael Haggerty e Dennis Stanton che mi aggiornarono sul destino di Jennifer Kahn, Kiki Largent, Betty LeClair , Richard Kensington e Marcia. Erano tutti stati rimpatriati a Londra, per affrontare una serie di incriminazioni ed erano in attesa del processo. La foto di Harry Flynn campeggia incorniciata sulla mia scrivania, insieme con altre foto di famiglia. Ogni volta che sono giù, la guardo e mi ritorna il sorriso. Harry aveva incluso alcune strofe poetiche nel biglietto per Melanie, a cui penso spesso quando guardo la sua foto:

Che gnomi e folletti siano con te Per portarti fortuna lungo il cammino E gli angeli irlandesi possano guardar giù e sorriderti in questa giornata.

E possano sorridere anche a te, Harry Flynn.

199

I gioielli della reginaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora