Attraverso il corridoio, silenziosa, con alcuni libri tra le mani e la testa altrove.
Si terrà la prima lezione di letteratura inglese e quindi mi dirigo verso la segreteria per richiedere il foglio degli orari. Penso a diverse cose tutte assieme; si sovrappongono una sull'altra come i fili di una ragnatela. Diventa tutto così fitto che poi è difficile risalire in superficie.
Sono così persa in me stessa che percepisco solo dopo qualche secondo una voce che mi chiama. Mi volto velocemente, rimproverandomi per la mia scarsa attenzione su ciò che mi circonda. Probabilmente sbaglio ad isolarmi in questo modo, ma spesso è la mia unica via di fuga in una realtà oppressiva. Ci sono delle giornate in cui sento di portare del peso in più sulle spalle, ma non lo percepisco a livello fisico, piuttosto mentale. Ci sono istanti in cui bisogna pensare a troppe cose contemporaneamente: decisioni che vuoi prendere, ma che tenti sempre di rimandare e pensieri che ricompaiono con insistenza nella tua testa, ma che scacci nel vano tentativo di liberartene. Invece ci sono attimi in cui sento una strana leggerezza in corpo, una sensazione di pienezza che mi spinge a cercare il motivo di tale completezza.
Più che altro devasta il fatto che abbiamo molte domande, ma poche risposte. Provo diverse sensazioni, ma non so mai la vera natura, il reale motivo. Di per sé viene da dire che succede e basta, ma so benissimo che non è così. Qualcosa mi cambia, mi plasma sotto una luce diversa... come se dipendessi da qualcuno.
«Hazel» Una voce femminile ripete il mio nome, distraendomi. «Ti ho chiamata tipo altre due volte, ma non mi hai sentita» Mi osserva attentamente con quegli occhi di un grigio tale da sembrare una nuvola carica d'acqua. Poso lo sguardo sulla fascia nera tra i capelli biondo cenere e poi sulla frangetta. Impiego giusto qualche secondo per capire chi ho davanti.
«Helen... ?» La mia frase risulta più una domanda che un'affermazione, ma cerco di non farlo notare, anche se la sua espressione confusa pare essersi accorta della mia pessima memoria. E' una delle ragazze della mia classe che è stata scelta per il corso pomeridiano. E' piuttosto imbarazzante non ricordarsi il nome di una compagna, ma la confondo spesso con un'altra e ritrovarmela davanti in un momento del tutto inaspettato mi ha portata in un'apparente confusione, oppure -più semplicemente- non mi aspettavo di vederla.
«Scusa Helen... ho tanti pensieri per la testa...» Timidamente abbasso lo sguardo maledicendomi per essere così sbadata certe volte.
«Be', liberati la mente allora... perché ci aspetta una lezione dopo pranzo. Mi accompagni in segreteria, o no?»
Ridacchio tra me e me per la sua schiettezza e per la figura che ho fatto qualche attimo prima.
«Veramente, ci stavo andando...» Sussurro, accorgendomi che il suo passo si è velocizzato e che diversi metri ci separano. Scuoto la testa e la raggiungo.
Durante la pausa pranzo andiamo nell'ampio giardino della scuola e ci sediamo all'ombra di un albero. Nella mia mente l'immagine di me e Kyle a Central Park si fa limpida. Il suo sguardo pensieroso, gli occhi chiusi a due fessure, le fossette che di tanto in tanto comparivano nel mentre che mi rivolgeva un sorrisetto divertito. Non mi ha più scritto, ma non ne sono sorpresa. Solamente non sopporto come reagisce il mio corpo quando arriva un messaggio sul cellulare. Sento il cuore animarsi, battere velocemente, le mani che cominciano a sudare un po' e gli occhi che rincorrono il display in cerca di quel nome con la K. Un nome che può cambiare il mio umore, i miei pensieri... un nome che non è più semplicemente un nome. E' un ragazzo che mi sta condizionando troppo e tutto avviene inevitabilmente.
La sua presenza mi destabilizza in modo eccessivo. Sento la pelle accapponarsi non appena percepisco la sua vicinanza o la voce che mi muore in gola quando mi rivolge uno dei suoi sguardi intensi e carichi di emozione. Un brivido mi percorre la schiena, scuotendomi, quando mi parla con quel tono profondo, pieno di vibrazioni. E' complicato rimanere indifferenti.
«Sei qui da poco, vero?» Le domando dolcemente, ricordandomi i primi giorni di settembre in cui ha varcato la porta della classe, divenendo un'alunna con la quale avrò parlato si e no quattro volte dall'inizio dell'anno. Mi sorprendo del fatto che non abbia notato un carattere particolare come quello di Helen.
«Per il lavoro di mio padre. Vivevo a Topeka, Kansas.» Il suo sguardo è perso, vaga nel vuoto sicuramente ripercorrendo il passato che si è lasciata dietro. In effetti l'accento è leggermente diverso.
«Ti piaceva là?» Incuriosita, dal suo comportamento, le faccio una domanda forse un po' azzardata per una ragazza che ha dovuto lasciare uno stato per un altro. Non voglio immaginare quanto dev'essere stato difficile..
«Non era una grande città ma... ci ero senz'altro affezionata.» Un sorriso amaro si fa largo sul suo volto, le ciglia folte che nascondono quelle iridi dal colore singolare. Sembra quasi che varino a seconda del clima.
«Sai, sono abituata a viaggiare. E' difficile trovare il luogo adatto e, proprio per questo, faccio fatica ad accettare di essere qui. Probabilmente neanche Topeka era la mia città... e forse è ciò che mi spinge ad andarmene, oltre che per esigenze lavorative. E' come se sentissi qualcosa che mi opprime da fuori... mi piace il concetto di libertà, di viaggiare sempre in cerca di qualcosa che magari non esiste...» Sospira, guardando davanti a sé. Il venticello ci scompiglia i capelli e ridacchiamo per alleggerire anche l'atmosfera malinconica che si è creata.
«Magari devi essere più attenta. Non è detto che quel qualcosa si trovi in altre città... forse è più vicino di quel che credi, oppure l'hai già sfiorato senza accorgetene.» Faccio spallucce per poi fare un timido sorriso, rivolgendo lo sguardo verso il cielo azzurro, macchiato da qualche nuvola bianca e candida.
Helen è uno spirito libero e, in questo suo essere, assomiglia fin troppo alla Chris che ha deciso di allontanarsi. Ha dentro quella voglia di spaccare il resto, ha il desiderio di scappare, cercare e -spero per lei- trovare.
«Comunque ho lasciato il mio amico d'infanzia là... non nascondo che andarsene sia doloroso...» Fa una pausa succeduta da un lungo respiro «... dannatamente.» Aggiunge poco dopo, con un'espressione quasi sofferente sul volto.
«Pensi che lo rivedrai?» Domando, dopo attimi di silenzio carichi di sentimenti contrastanti tra loro.
«Non lo so»
Mi sorprendo della risposta così vaga, ma piena di risentimento, affetto. Noto i suoi occhi divenire lucidi e lascio che sia il vento fresco ad asciugare lacrime pronte ad uscire, permetto al tempo di colmare un vuoto che si porterà dietro, proprio come sto facendo io.
Entriamo nell'aula e, insieme agli altri tre ragazzi, prendiamo posto e attendiamo l'arrivo dell'altra scuola e del professore.
«Da quello che ho potuto capire, ti piace davvero molto letteratura» Helen mi sorride, incrociando poi le braccia al petto, abbandonandosi allo schienale della sedia.
«Mi affascina» Mi limito a rispondere, permettendo a queste due parole di esprimere a pieno ciò che questa materia rappresenta per me.
«Dimmi il tuo sogno» Dice d'un tratto, sorprendendomi per il suo 'andare subito al sodo'. Non nascondo che le sue domande mi fanno riflettere veramente, mi fanno pensare in modo chiaro ad una sincera risposta. Permette al mio animo timido e riservato di esprimere se stesso, condividendo e affrontando argomenti che magari risultano noiosi a qualcun altro.
«Una domanda piuttosto importante...» Ridacchio, guardandola per un istante.
«Mi sembri inquadrata, non dovresti avere problemi a rispondere» Sogghigna. Effettivamente non ha tutti i torti. Non mento dicendo che studio per raggiungere un obiettivo che mi sono posta nel corso degli anni. Sono cresciuta e i miei sogni sul futuro sono mutati.
«Mi piacerebbe moltissimo lavorare nel campo dell'editoria... dare il mio aiuto, offrire quelle che potrebbero essere delle potenzialità...»
«E il tuo, di sogno?» Le chiedo.
«Diventare una giornalista, viaggiare, prendere un cavolo di aereo e volare in un altro posto» Sorride fra se e se, l'espressione dolce e gioiosa. Gli occhi fanno trasparire una luce nuova, una scintilla di speranza volta a realizzare un sogno.
Nei minuti che restano prima dell'inizio della lezione, mi racconta vari aneddoti del suo passato, la passione che coltiva per la fotografia. Quel potere che ti permette di imprimere attimi della tua vita per sempre, renderli vivi anche col passare del tempo, poter ripercorrere con la memoria le gioie di quegli istanti catturati, in scatti rubati.
La nostra attenzione viene attirata dal rumore di vari passi. D'un tratto entra un uomo sulla sessantina, la barba bianca e un po' ingiallita. I grossi occhiali lo rendono buffo, simpatico; dei mocassini marroncini ai piedi. Un sorriso caloroso ci saluta, gli occhi che vagano velocemente su ognuno di noi. Nel mentre entrano gli altri cinque ragazzi e, tra loro, non passa inosservata una chioma rosso fuoco. Scarlett.
Capitolo revisionato.
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HO PUBBLICATO OGGI PERCHÉ DOMANI PARTO!
Come state?!❤️
NON UCCIDETEMI!
Lo so che questo capitolo fa schifo, ma abbiate pietà. C'era bisogno di questo capitolo di passaggio! Spero di non avervi annoiati😁
Vi piace Helen?!😍
Spero di si❤️
Comunque vi mando un grosso bacione!💕
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Resta come inchiostro
RomansaCOMPLETA. Il cappuccio nero sempre sulla testa, quelle iridi smeraldo nascoste nell'ombra e quei tatuaggi che si intravedono sulle nocche. Inchiostro che va sotto pelle, disegni che si intersecano in un labirinto da cui gli occhi di Hazel non riesco...
