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America, Boston, 16/10/2014

Era una buia sera d'autunno. La temperatura era gelida, e le poche persone che camminavano sui marciapiedi sporchi e spazzati dal vento freddo si affrettavano con gli sguardi bassi e le teste chine, i vestiti che svolazzavano prede della ferocia del vento. I pochi alberi disseminati nelle città, poche macchie verdi nel grigio squallido del cemento, erano spogli, e i loro rami si allungavano sulle teste dei passanti, verso il cielo, i rami secchi tesi verso il cielo pumbleo, quasi ad aspirare ad un raggio di luce o di calore che facesse tornare la primavera anche solo per un momento.

In un pub semivuoto, dalle pareti coperte da pannelli di legno scuro e dai tavoli neri, illuminati dalle poche candele posate su ognuno di essi, una ragazza fissava corrucciata la porta del bar. Il grembiule color panna stonava con le tonalità scure del locale.

I suoi occhi, cupi e tristi, erano lievemente lucidi ed esprimevano tutta la stanchezza che provava.

I lunghi capelli blu, con qualche ciocca nera, erano raccolti sulla nuca e tenuti fermi da una matita.

I polpastrelli pallidi tamburellavano sulla superficie lucida del bancone, mentre giocherellava distrattamente con un anello di metallo che le circondava l'indice.

I suoi pensieri vertevano su un unico argomento, anzi, un unico ricordo. Quello di due splendide iridi verdi bagnate dal pianto e piene di compassione.

- Mi scusi.

Jeanine batté le palpebre e spostò lo sguardo sul signore di mezz'età che le stava davanti. Un signore gentile, dal sorriso educato, lunga giacca nera, camicia e capelli brizzolati, ancora folti.

Due o tre figli, una moglie, impiegato. Jeanine non sbagliava mai.

Spesso riusciva a capire le persone con un solo sguardo, una sola attenta occhiata. I movimenti del corpo erano più affidabili delle parole, così come le mani. Le mani rivelavano tutto. Quelle del cliente erano pulite e rilassate. Dopo la breve sosta al pub sarebbe andato a casa, dove lo aspettava la moglie e la tavola imbandita, i figli e una notte tranquilla.

- Vorrei il conto.

Jeanine annuì e digitò brevemente alla cassa. Lui pagò e la salutò cortesemente.

- Arrivederci.

Jeanine chiuse il negozio pochi minuti dopo. Si incamminò verso il buco che aveva come appartamento, meditando. Era da due mesi o poco più che non si tagliava. Le sue braccia scarnificate stavano pian piano guarendo.

Ogni volta che si avvicinava a una lama, coltello o forbice che fosse, l'immagine vivida di quelle iridi verdi e penetranti la bloccava.

Grazie a Dio. Anche se Jeanine a Dio non ci credeva.

Con un sospiro breve si portò le mani alla nuca, sciogliendo il nodo dei capelli. Le solleticarono la pelle, adagiandosi in morbide onde sulle sue spalle esili. Jeanine si infilò la matita -l'aveva battezzata Lola- nella tasca del giubbotto nero.

Il cellulare nella tasca trillò, e con un sospiro Jeanine lo prese, mentre si accomodava sulla sbarra di ferro color verde scuro della fermata del pullman.

Guarda qui e dimmi se non ho una cazzo di ragione per essere il tuo angelo custode, brutta depressa di merda.

Jeanine sorrise all'umorismo contorto di Karin. Abbassò gli occhi sullo screen di twitter che l'amica le aveva mandato e aggrottò la fronte, perplessa. Quando capì, impallidì.

Harry Styles:

Alla ragazza di Boston senza nome, voglio trovarti, anche se ci mettessi decenni. Ti troverò, lo giuro.

Solo un desiderio || Harry Styles ||Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora