15 • fuori

6.4K 343 83
                                        

Pensai ad Ethos tutta la notte e continuai anche la mattina seguente

Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.

Pensai ad Ethos tutta la notte e continuai anche la mattina seguente.

Pensavo a lui, alle sue parole – ad una parola: perfetta.

Non bella, non accettabile, non un «vai bene»: perfetta.

Perfetta era il massimo nella mia scala di giudizio: perfetta era la sensazione che provavo guardando la cascata nella mia cella, perfetta era il calore che avevo provato quando avevo abbracciato per la prima volta Isaie, perfetta era la prima volta in cui avevo sorriso, e il motivo era un'altra creatura, il ricordarmi di non essere più sola.

E lui aveva visto me in quel modo, mi aveva descritto così, ed io non potevo fare a meno di pensarci.

Semplicemente: perfetta.

"Marine? Marine." Una pallina di carta mi colpì il viso, e subito rialzai lo sguardo, notando Isaie, in piedi, davanti al mio letto. "Marine, non ti sei nemmeno accorta che ero qui?"

"E' solo la stanchezza," ribattei, velocemente, rimettendomi seduta e facendo finta di nulla. "Comunque, cosa hai in mente di fare, oggi?"

Lui mise il broncio, facendo finta di nulla, ma poi sorrise, buttandosi sul letto al mio fianco. "Oggi è giorno di gita, mia cara Marine."

"Gita?" Chiesi, confusa. "Intendi, fuori da qui?"

"E dove, altrimenti?" Ribatté lui, scuotendo le spalle, prima di rimettersi in piedi, porgendomi la mano. "Avanti, partiamo per l'avventura."

Io non mi mossi, ancora sinceramente confusa, e questo lo fece sbuffare.

"Marine, forza." Mi prese la mano, costringendomi a seguirlo fuori dalla mia camera: insolitamente, non notai nessuna guardia nei vari corridoi.

"Posso almeno sapere quale è la nostra meta?" Chiesi, sbuffando, mentre lui continuava a tirarmi, non rallentando mai il passo.

"No."

Alzai gli occhi, annoiata, ma poi, quando arrivammo davanti allo stesso portone da cui avevo tentato di scappare, per poi vedere quel bambino piangere dalla paura, mi bloccai.

"No, aspetta." Puntai i piedi, e mi fermai, continuando a guardare quella porta, che sembrava andare sull'inferno stesso. "Non posso uscire."

"Invece lo farai."

E, in quel momento, mi si bloccò il respiro.

Ethos si avvicinò a noi, e la prima cosa che notai fu che indossava dei vestiti comuni, simili a quelli di Isaie – un paio di pantaloni neri della tuta e una felpa rossa – e i capelli erano tutti spettinati.

"Signore," lo salutò il lupo, facendo un piccolo inchino. "La macchina è pronta."

Ethos annuì, poi si voltò verso di me, guardandomi come se nulla fosse, e, semplicemente, mi porse una felpa grigia: io non capii, ma la presi, rigirandomela fra le dita.

Angeli e DemoniDove le storie prendono vita. Scoprilo ora