Capitolo ventisei: Io voglio lui.

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   ~CAPITOLO FINALE, BUON LETTURA.~

Ancora una volta c'eravamo solo lui ed io, ancora una volta ero solo con il mio incubo.

Lo guardai per pochi istanti, facendo scorrere gli occhi sulla sua figura velocemente, come per appurare che fosse reale e non una mera illusione della mia mente oramai traviata dagli avvenimenti di una notte, una notte che era diventata il mio incubo.
Guardai la porta, l'unica speranza per me di poter scappare, peccato che lui fosse davanti ad essa bloccandomi ogni via di fuga, <C-cosa vuoi farmi?> chiesi con voce tremolante, raccogliendo tutto il mio coraggio, e sforzandomi di guardarlo in viso, pur con scarsi risultati. Lo vidi tentare di avvicinarsi, per poi desistere, abbassò il capo dandomi l'opportunità di vedere la sua chioma bionda,
quei fili d'oro risplendevano sotto la luce fredda del lampadario presente in quell'angusto bagno.
<Perdonami> disse senza avere il coraggio di alzare la testa, <Ti prego di perdonarmi> ripetè, la sua voce rifletteva un grande dolore, ma nonostante ciò io non potei che vederlo come un pericolo. <Io ero ubriaco, non sapevo quello che facevo... io non volevo...> il ragazzo non aveva neanche il coraggio di proferire quello che mi aveva inflitto, sentii crescere in me una irrefrenabile rabbia, mi sentivo preso in giro.
Abbandonai la paura chiudendola in un angolo della mia mente, mentre i miei occhi verdi ardevano di rabbia e risentimento, lo costrinsi a guardarmi in faccia, pur essendo più basso del biondo, afferrandolo per il gilet <Tu non hai la minima idea di quello che ho passato per colpa tua, non sai la paura e il senso di colpa che ho provato a causa di quello che mi hai fatto, non voglio le tue scuse perché non sono assolutamente intenzionato a perdonati> dissi lasciando la presa dal tessuto della sua divisa da cameriere. Il biondo era senza parole, stupito dalla mia reazione tanto che non si premurò neanche di rimettere a posto la sua uniforme che avevo sgualcito.
<Non ricordo quello che ti ho fatto, nella mia testa ci sono solo pochi brandelli di quello che è accaduto, so che è sbagliato chiederti perdono, ma il senso di colpa mi sta mangiando dentro> fece un sorriso amaro, <Vorrei non averlo mai fatto, vorrei poter tornare indietro per fermarmi, per non alzare le mani su di te, ma non posso> disse accasciandosi al muro, si passò una mano sugli occhi per impedire alle lacrime di rigargli il viso, <Sono un mostro> sentenziò, distolsi lo sguardo da quella scena, mentre un tripudio di emozioni discordanti si dibattevano dentro di me per avere la meglio, <Mi hai umiliato, ferito, violentato, hai fatto a brandelli il mio orgoglio. Per colpa tua mi sono sentito meno di niente. Non sai cosa significhi avere la costante paura di essere osservato, cosa significhi nascondersi da ogni singolo sguardo, sentirsi nudo davanti a chiunque, come se gli altri abbiano la capacità  guardarti dentro e scoprire quanto tu sia sporco. Non ti perdonerò > sentenziai, lo vidi annuire mantenendo la testa bassa, senza avere il coraggio di guardarmi, meglio così, non aveva il diritto di poggiare nuovamente gli occhi su di me. <Però, non ti odio e non ho paura di te, non più, perché ho capito che non eri tu a farmi del male, ero io. Io avevo paura di te, di quello che rappresentavi, la mia debolezza. Ma adesso che ho avuto la possibilità, del tutto inaspettata, di parlarti mi rendo conto di non essere debole, ma di essere umano, come lo sei tu. Non sei un mostro, sei solo fragile. Siamo tutti fatti di cristallo, alcuni lo sanno solo nascondere meglio di altri> dissi rivolto più a me stesso che a lui, mi avvicinai alla porta superandolo una volta per tutte e non girando neanche il capo mentre finivo di parlare, <Non avrai mai il mio perdono, quello che mi hai fatto è stato mostruoso, anche se non ne eri cosciente, non riuscirò mai a dimenticarlo, è stato abominevole. Ma tu, non significhi più nulla per me, dimenticati di me. Uccidi il passato>.

Uscii dal bagno, chiudendomi la porta alle spalle, chiusi gli occhi, il nero che vidi sotto le mie palpebre non mi fece paura, presi un bel respiro, inalando avidamente tutta l'aria possibile nel vago tentativo di porre fine al tremolio delle mie gambe. Non so dove avessi trovato la forza per proferire parole tanto fredde e dure, ma una sola e rassicurante certezza mi era ormai sbocciata nel petto: stavo andando avanti.
Gli avvenimenti di quella notte mi sarebbero rimasti impressi nella mente per l'eternità, ma guardando la profonda ferita che mi aveva lasciato, non provavo più dolore ma solo la certezza di averlo affrontato, a modo mio, e di aver vinto. Sentirò il ricordo del dolore, e questo mi ricorderà la mia forza, sentirò l'eco della rabbia e della tristezza, ma il loro urlo si perderà nelle pieghe del tempo. Quella abominevole notte, mi rimarrà in eterno impressa nella mente, so che non riuscirò mai a dimenticarla, ma non ne avrò paura.
La striscia di dolore pulsante e vivo, era ormai una cicatrice, un pallido promemoria del passato, e un insegnamento per il futuro.

Lasciai il mio portafoglio a Mikasa, dicendole di pagare al posto mio, uscii dal luminoso locale e imboccai la via principale, volevo tornare a casa.
Respirai a pieni polmoni l'aria fredda, di li a poco sarebbe stato Natale, mancava una manciata di giorni, era ancora giorno e le decorazioni erano spente, il centro della città stava diventando sempre più caotico e già si vedevano alcune persone muoversi con dei pacchi in mano.
Mentre camminavo sentii una moto inchiodare sull'asfalto nero come la pece, non feci neanche in tempo a girarmi che venni coinvolto in un abbraccio, erano braccia che conoscevo fin troppo bene.
Levi non indossava il casco, probabilmente andava di fretta e non lo aveva messo, forse aveva altre priorità, forse era semplicemente stato incauto.
Mi prese il viso tra le mani, ispezionandolo e facendo lo stesso con ogni singolo millimetro del mio corpo, con occhio attento, smanioso di sapere se stessi bene o meno. <Ti ha fatto del male? È successo qualcosa?> disse con gli occhi resi piccoli dallo spavento e dalla rabbia, ma si poteva scorgere comunque la loro bellezza. <Giuro che lo ammazzo questa volta, non la passerà liscia> Levi era agitato poche volte, arrabbiato ancor meno, ma non mi faceva paura, mai me ne avrebbe fatta.
Gli presi le mani, <Sto bene, va tutto bene> dissi puntando il mio sguardo nel suo, nei suoi occhi era riflesso il mio futuro, sentivo di non poter stare senza di lui, come se mi mancasse l'aria. <Non mi ha fatto niente, abbiamo solo... parlato> dissi incerto su che parole usare, <Era una questione tra me e lui, la dovevo risolve io, o non ne sarei mai uscito> a volte bisogna avere il coraggio di affrontare la paura, non è facile, non è bello, ma è necessario.
<Parlato? Tu e... quel mostro?> chiese incredulo, ecco, questa era un'altra espressione rara sul suo volto. Aveva le sopracciglia appena alzate verso l'alto, ad increspargli la fronte bianca, gli occhi che prima erano una tempesta di rabbia sembravano essersi acquietati, pur non essendo sereni, e le labbra sottili erano dischiuse, ma non in modo plateale, sembrava sul punto di dire qualcosa, ma non riuscendo a farlo.
<Si, io e lui> mi umettai appena le labbra con la lingua, improvvisamente avevo caldo, ero in difficoltà. Pochi minuti prima si era scatenato l'inferno in me, non era semplice riassumerlo, le mie emozioni velavano la chiarezza della realtà. <Era ubriaco quella sera, non era cosciente. Anche se non riesco a perdonarlo, non posso avere paura in eterno, voglio riprendere in mano la mia vita, voglio andare avanti, finire la scuola, laurearmi, voglio essere libero. Non voglio essere una povera vittima. Dovevo affrontarlo in un modo o nell'altro e l'ho fatto, non lo denuncerò> Levi era palesemente accigliato, sicuramente non era d'accordo con me. <Non capisco> disse scuotendo la tesa, <Ti ha fatto del male, ti ha...> non riusciva neanche a dirlo, <Mi ha violentato> suggerii, forse non si aspettava che lo dicessi con tono quasi normale, restò colpito da qualcosa, forse dal fatto stesso che lo avessi detto. Faceva ancora male, ma era sopportabile.
<Eri in pezzi Eren, eri...> non riusciva a parlare, le parole non riuscivano a lasciarsi andare, rimanendo aggrappate al filo che collega i suoi pensieri alla sua bocca, le lacrime invece uscivano facilmente, rigandogli le guance, in quel momento leggermente arrossate.
<Io non resistevo più, non riuscivo più a vederti in quel modo, eri un'ombra... non sai quanto mi facesse male vederti in quello stato, ma adesso, adesso sei vivo. I tuoi occhi sono così belli ora, sono vivi, non spenti>.
Lo abbracciai, <Dovevo farlo con le mie forze> dissi, era vero. Dovevo ricominciare a camminare e per farlo, dovevo contare sulle mie gambe, non sulle sue.
<Sono tornato Levi, sono tornato a casa>. Dissi infine, non riuscendo a staccarmi da lui, nonostante il clacson delle automobili vicine, evidentemente la moto bloccava loro la strada.
Nonostante tutto ero tornato, ero tornato da lui, l'unica persona che volessi davvero. Io volevo lui, lo volevo con me, in quel futuro che mi si presentava davanti, e che adesso riuscivo a vedere. Adesso vedevo, la luce rendeva giustizia ad ogni cosa, le ombre non mi incutevano più paura. Il mio futuro portava i nostri nomi.

~FINE~

Tana della scrittrice (satana):
CIAO PIMPI BELLI.
Dopo due secoli sono tornata, il motivo di tutto questo ritardo? Sapere che questo era l'ultimo capitolo non mi faceva andare avanti, io odio far finire le storie, ma era necessario.
Nel mio progetto iniziale questo sarebbe stato il penultimo capitolo, in quanto nell'ultimo ci sarebbe stata una scena di sesso tra i due protagonisti. Alla fine però non me la sono sentita di mettere quella scena, nonostante tutto Eren non è pronto, quindi al massimo ci sarà un capitolo speciale (se avrò tempo).
Mi piange il cuore a dover concludere questa storia, perché è stata il mio vero inizio qui su Wattpad. Comunque, "il grande violinista" continuerà ancora per qualche capitolo, poi porterò sul profilo le mie due nuove storie.
La nostra avventura si conclude qui, grazie di tutto, per le mille soddisfazioni che mi avete dato, per i commenti e la continuità con cui mi avete seguita. GRAZIE.

-Beatrice.

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