Capitolo ventitré: Angoscia.

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Vidi la porta della mia camera aprirsi e sbattere contro il muro, Levi era davanti a me, con il fiato corto e immobile, ancora sull'uscio.
Mi guardava con intensità, tentando di riprendere fiato, non staccando gli occhi da me neanche per un secondo, ma non osando fare un passo, come se temesse una mia reazione negativa.
<Ciao Levi...> lo salutai io, iniziai a torturarmi le mani, poche volte ero stato tanto incosciente, non sarei dovuto scappare dall'ospedale senza dirglielo, fortunatamente mio padre non lo aveva ancora saputo, o sarebbero stati guai seri per me.
<Oi moccioso... come va?> chiese incerto, continuando a rimanere lì dov'era, non mi guardava neanche in faccia, <Bene... ho solo un po' di febbre, ma sto bene, almeno credo> continuai, quella conversazione stava diventando pesante, entrambi eravamo impacciati come se fosse il nostro primo incontro, come se tutto quello che avevamo vissuto non fosse stato che un lontano ricordo perso nella nostra memoria, o peggio ancora, un sogno ad occhi aperti che era entrato in collisione con la realtà, una realtà dura e fredda come la pietra.
<Sai, credo che sia stata la febbre a rendermi così debole quella notte> dissi, fin da piccolo ero sempre stato incline all'ammalarmi, e molto spesso prendevo la febbre, non era raro che toccassi anche i trentanove o i quaranta gradi, bastava che prendessi un po' di freddo, e io quella sera in moto ero diventato un ghiacciolo.
<Eren lo vuoi denunciare? Anche se non ne sappiamo il nome possia-> non lo feci finire, parai sopra di lui e facendolo tacere, <Non ne ho la minima intenzione> dissi con tono, forse, troppo duro.
Mi guardai le mani, <Voglio dimenticare tutta questa storia, voglio ricominciare ad essere quello di prima, non un patetico ragazzino che si è fatto violentare come una inutile bambola di pezza... se fossi stato forte non sarebbe successo, è anche colpa mia> conclusi amaramente, insultando me stesso per la mia debolezza, che razza di uomo ero?
Levi sgranò gli occhi adirato, si mosse a grandi falcate verso di me, sbattendo nuovamente la porta della mia camera per chiuderla, <Cosa ti passa per la testa?!> mi urlò contro, furibondo, il suo viso era a pochi centimetri dal mio, ma non riuscii a provare la benché minima eccitazione nell'averlo così vicino. Che fosse tutto finito per davvero? No, non poteva essere.
<Pensi che sia colpa tua se quel maledetto porco ti ha violentato? Dov'è finito il ragazzo di cui mi sono innamorato? Dov'è il ragazzo fiero che conoscevo? Che fine ha fatto il tuo coraggio? Che fine hai fatto Eren?> esclamò stringendo nel pugno il tessuto del mio pigiama, avvicinandomi ulteriormente a lui. Sentivo gli occhi pizzicavate davanti a quella dolorosa verità, non ero neanche più l'ombra di quello che ero prima. Ma cosa potevo fare?
Ancora una volta non avevo la forza necessaria per affrontare la cruda realtà, ancora una volta sperai che chiudendo gli occhi in un attimo tutti i miei problemi sarebbero spartiti: non era così. Non sarei riuscito a dimenticare quelle mani su di me, non sarei riuscito a prendere nuovamente confidenza col mio corpo, non avevo neanche il coraggio di guardarmi allo specchio, figuriamoci.
Guardai per terra, lasciando che qualche lacrima mi rigasse il viso <Ho paura> pigolai, Levi lasciò la presa sulla mia maglia, sedendosi sul letto con me, <Sono spaventato da tutto, mi basta sentire un rumore, anche un semplice fruscio, che sento l'angoscia assalirmi, non sono più padrone delle mie emozioni.
Ogni cosa mi fa sentire a disagio, stare in ospedale mi creava ansia, e se lui fosse qui vicino? E se un giorno lo rivedessi per strada, come farei?> chiesi strofinandomi gli occhi, <Per questo dobbiamo denunciarlo, per fare un modo che lui non possa più farti del male> disse Levi, mi guardò titubante per qualche secondo poi alzò la mano per accarezzarmi il viso, ma la riabbassò subito dopo, memore di quello che era successo dopo il nostro ultimo bacio. Mi sentivo in colpa per quello che stava succedendo, che razza di fidanzato ero? Levi meritava qualcuno migliore di me, qualcuno che potesse baciare a suo piacimento e con cui potesse fare cose normali, che con me non poteva più fare. Qualcuno che non avesse su di se i segni di una violenza, mi ritrovai a pensare che una perdona sporca come me non meritasse qualcuno di tanto prezioso al proprio fianco.
Abbassai lo sguardo, mi sembrava di avere le mani legate, avrei tanto voluto stringerlo a me, e far in modo che ogni preoccupazione svanisse nel nulla, ma non ci riuscivo.
Stavo precipitando e avevo l'impressione di non riuscire a fare nulla che potesse arrestare la mia caduta, ancora una volta sentii l'angoscia formarmi un nodo in gola, mi sembrava di non riuscire più a respirare, avrei voluto urlare ma avevo paura, quella notte non ero riuscito ad urlare, non ero riuscito a fare nulla, l'umiliazione e la vergogna mi bruciavano ancora la pelle dove ricordavo che il mio carnefice aveva postato le mani, avvertii un profondo disgusto salirmi in gola, mentre sentivo di diventare sempre più insensibile ai rumori esterni, venendo accolto in un caldo torpore, sentivo l'apatia stringermi in un malsano abbraccio.

<Entra pure> disse Levi aprendo la porta del suo appartamento, mi pulii i piedi sul tappetino e poi entrai in casa, palesemente a disagio. Mio padre voleva che uscissi un po' di casa, allora Levi si era offerto di portarmi con se a casa sua, dicendo che saremmo andati insieme a fare una passeggiata dopo cena, io non ne avevo la minima voglia.
<Cosa vuoi da mangiare?> chiese Levi entrando in casa e facendomi poggiare lo zaino con dentro le mie cose sulla poltrona in salotto, <Quello che vuoi, a dirla tutta non ho fame...> il corvino annuì, per poi andare in cucina mentre io mi sedevo sul divano.
Sentivo provenire dall'altra stanza il rumore dei piatti e a giudicare dallo sfrigolare dell'olio Levi stava friggendo qualcosa.
Accesi la televisione nella speranza di scacciare la noia e il disagio che mi provocava stare in quella casa, non mi sentivo al sicuro, ma avrei resistito, non potevo di certo passare il resto della mia vita in camera mia.
Una decina di minuti dopo sentii Levi chiamarmi a tavola dicendo che la cena era pronta, poco importava, non avevo fame.
<Ti ho fatto le patatine fritte, mi avevi detto che ti piacevano...> disse Levi vagamente imbarazzato, lo guardai abbozzando un piccolo sorriso, <Anche se non ho fame credo che farò un piccolo sforzo> dissi strappando un sorrisetto soddisfatto al corvino, <Grazie per tutto quello che fai, Levi> lasciai un piccolo bacio sulla sua guancia, mi pentii di averlo fatto, quel gesto mi sembrava così inopportuno, così sbagliato. Il contatto delle mie labbra con la pelle morbida del corvino mi aveva causato brividi non propriamente positivi, facendomi deglutire a vuoto, ero sempre più a disagio.
Iniziai ad addentare una patatina, erano talmente tanto calde che era impossibile mangiarle.
<Senti Levi, possiamo non uscire 'sta sera? Non ne ho voglia...> dissi mordendomi l'interno della guancia, il corvino annuì <Lo immaginavo, sarà per un'altra volta, neanche io avevo voglia di uscire> confermò Levi, mentre io continuavo a mangiare, nessuno dei due quella sera era particolarmente loquace e la cena finì in religioso silenzio.
<Guardiamo un film?> chiesi mentre Levi finiva di pulire la cucina, <Va bene, scelgo io?> chiese per poi strizzare la pezza che aveva in mano e rimetterla a posto, <Per me va bene, tanto mi addormenterò a metà film come sempre> conclusi con un'alzata di spalle per poi andarmi a sedere sul divano con Levi vicino.
<Hai le patatine? Senza di quelle non si può vedere un film> chiesi mentre il corvino spulciava l'elenco dei film disponibili, <Se mangiassi qualcosa di più sano non faresti peccato, sai?> chiese lanciandomi un'occhiata divertita, <Per favore...> avevo il labbro inferiore leggermente in fuori, la mia voce era indecentemente dolce, e il mio sguardo era incredibilmente languido: colpito e affondato.
<Sono nel secondo cassetto a destra> disse tentando di mantenere la sua solita compostezza.
<Quale dei tre?> chiesi dalla cucina, <Te l'ho già detto, sono nel secondo cassetto a destra> rispose annoiato, tonai da lui con un nano una grande busta di patatine, mi buttai sul divano vicino al corvino <Ora si che si ragiona!> esclamai iniziando a mangiare, in quel momento non pensavo a tutto quello che era successo in quei giorni, iniziammo a vedere il film scelto dal corvino e per la prima volta in quella giornata Levi mi vide sorridere, uno di quei sorrisi che amava e che riuscivano a scaldargli il cuore, uno di quelli contagiosi e bellissimi.
Ma quella era solo la quiete prima della tempesta, le mie paure non mi avrebbero abbandonato tanto facilmente così come l'angoscia avrebbe continuato ad appesantire il mio petto e a darmi l'impressione di non riuscire a respirare correttamente, e l'apatia mi avrebbe stretto in un'abbraccio sempre più stretto e malsano, soffocante e doloroso.
Gli spettri di quella notte non volevano lasciarmi andare.

I want himLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora