Justin non aveva commesso l'atto estremo quella mattina, con sollievo di Dylan, ma niente gli assicurava che non lo avrebbe fatto o che non avrebbe voluto farlo. Avevano ampiamente discusso di tutta quanta la faccenda, si erano promessi che l'avrebbero superata insieme, ma ogni volta che ne parlavano sul volto del maggiore affiorava un'espressione tetra e gli occhi si svuotavano di ogni luce, di ogni cosa. Era come se Dylan potesse vedere I suoi pensieri passargli nelle orbite. Iniziarono giorno dopo giorno a passare sempre più tempo insieme, anche perché erano gli unici a cui potevano raccontare tutto e inoltre Dylan aveva paura che se lo avesse lasciato da solo suo fratello si sarebbe messo a cercare quanti più modi possibili per farla finita. Stando con lui, parlando assieme, sentì che il dolore si alleviava non tanto perché stava sparendo, ma perché lo stava condividendo. Più Justin gli raccontava come aveva vissuto tutto, più la sua cicatrice si rimarginava lasciandosi dietro una striscia bianca indelebile.
Il senso di colpa la maggiorparte delle volte gli impediva di continuare a parlare, e per Dylan il ricordo confuso delle atrocità subite spesso non gli permetteva di ascoltare.
Una sera si ritrovarono sotto un grande salice su una collina. Il sole era sparito dietro le montagne ma la sua luce splendeva ancora sulle leggere nubi all'orizzonte.
Quando Justin si mise a parlare di cose strane, come il fatto che in ogni caso a breve sarebbe morto o che non gli importasse più di tanto, Dylan sentì il proprio sangue gelarsi nelle vene. Provò ad avvicinarsi a lui, ma l'altro da un po' di tempo aveva preso l'abitudine di tenersi a debita distanza dal fratello.
Rimasero lì per tutta la notte, poi tornarono a casa più appesantiti di quando erano usciti.
Le sue notti erano insonni, le giornate vuote, e la paura si insinuava dentro di lui con il passare dei minuti, sempre più infondo, sempre più pesante. Paura, poi, di cosa?
Una mattina, dopo un weekend come gli altri, si alzò e sua madre lo accompagnò a scuola.
Appena scese dalla macchina individuò immediatamente Dereck. Vederlo fu come un'ondata d'aria fresca in piena estate. Si sentì improvvisamente ricaricato, energico, Dereck era una luce lenitiva che curva le sue ferite.
Il ragazzo stava appoggiato ad un muretto di fronte al marciapiede, stava contando in modo disordinato dei soldi facendoli passare tra le dita e di mano in mano. Dylan lo sentì borbottare dei numeri ed era ormai evidente che non si fosse accorto di avere qualcuno proprio di fianco.
<<Ciao>>
Dereck sobbalzò così d'improvviso che anche Dylan si spaventò. Fece un salto all'indietro e poi imprecò sottovoce. <<... mi hai fatto prendere un colpo!>>.
<<Pensavo mi avessi visto>> mentì. Dereck sorrise e gli passò un braccio attorno alle spalle per poi ficcare i soldi in un una tasca dei pantaloni e trascinarlo verso la scuola. <<Non è un buon motivo per cercare di uccidermi!>> cominciò Dereck. <<Insomma... spunti così dal nulla e fai "ciao">> e gli fece il verso.
<<Devo bussare la prossima volta?>> chiese Dylan.
Dopo qualche minuto di silenzio mentre camminavano per i corridoi, Dereck chiese: <<Come va con tuo fratello?>>
Dylan lo guardò, cona consapevolezza che a lui non aveva raccontato niente di quello che era successo.
Cercò di sorridere e raddrizzò la schiena <<Bene, benissimo. Stranamente, ma va tutto a meraviglia!>>
Dereck si voltò di scatto e lo fissò con gli occhi sgranati. Dylan capì immediatamente che forse aveva esagerato con quel tono pieno di entusiasmo.
<<Intendo dire che forse stiamo iniziando ad andare d'accordo. Parliamo di molte cose.>>
Dereck assunse un'espressione estremamente contrariata che cercò di nascondere con un breve sorriso e un'alzata di spalle, come se stesse cercando di scrollarsi di dosso una brutta sensazione. Un inaspettato disagio calò tra loro e da quel momento rimasero in silenzio. Dylan sentiva la voglia irrefrenabile di raccontargli ogni cosa premere contro il suo petto, ma il solo pensiero delle conseguenze che questo avrebbe avuto su Justin lo faceva congelare e gli permetteva di tenere la bocca chiusa.
Mentre attraversavano i corridoi affollati e svoltavano da tutte le parti per arrivare alla loro classe, Dylan vide un enorme ragazzo fornito di un armatura di muscoli seduto su una panca di fianco ad un aula, che lo fissava. Quello poi si voltò verso l'amico seduto al suo fianco e gli sussurrò qualcosa di evidentemente molto interessante visto che qualche secondo dopo cominciò anche lui a scrutare attentamente Dylan che, leggermente inquietato decise di accelerare il passo e prendere per la manica Dereck per trascinarlo in un altro corridoio.
<<Che fai? Non siamo in ritardo... >> disse riprendendo a camminare normalmente di fianco a Dylan.
<<Oh... hem... un ragazzo mi continuava a fissare, faceva paura.>>
Dereck si guardò alle spalle per vedere se fossero seguiti, ma non c'era nessuno.
Appena arrivarono in classe furono accolti dall'enorme professoressa di chimica. Non fu una lezione interessante. Il massimo che la professoressa riusciva a fare, sempre che la sua stazza glielo permettesse, era alzarsi per accendere la luce oppure durante le verifiche riusciva addirittura a girare tra i banchi senza ribaltarsi, tanto per ficcanasare tra i quaderni dei ragazzi.
Finite le lezioni e appena uscito dall'aula, Dylan ricevette un messaggio da parte di Justin: "mamma ha avuto un imprevisto e ti viene a prendere lei. Ci vediamo dopo"
Mosse velocemente le dita sui tasti e digitò un semplice "va bene".
<<Ti viene a prendere tua mamma?>> Dereck apparve al suo fianco mentre l'altro riponeva il telefono nella tasca dei pantaloni. <<Esatto>> rispose Dylan e subito dopo sentì un mormorio che somigliava vagamente ad un "meno male".
Lo ignorò, poi vide Dereck allontanarsi. <<Dove stai... >>
<<Bagno!>> rispose l'altro di spalle alzando una mano.
<<Ti aspetto fuori!>> urlò Dylan nella speranza di farsi sentire mentre ripercorreva già il corridoio verso l'uscita. Non cerano molti ragazzi in quello spazio lungo e stretto, e quei pochi che erano presenti se ne stavano andando.
<<Tu>> una voce profonda alle sue spalle gli penetrò nelle ossa e lo costrinse a fermarsi di colpo. <<Sei uno dei pochi "sapientoni" della scuola. Sai parlano di te in quasi tutte le classi e mi servirebbe un favorino>>. A quel punto Dylan si voltò per guardarlo e, come aveva immaginato, si trattava proprio di quel enorme ragazzo che prima se ne stava comodamente seduto su una panchina affiancato da un compagno altrettanto enorme. Inutile dire che quel compagno non ci mise molto a raggiungerlo. Così Dylan si ritrovò solo in un corridoio deserto tranne che per due losche figure moleste che si ergevano davanti a lui. Fece appello ad ogni sua forza per non balbettare e non sembrare un idiota: <<Che genere di favore?>> lo chiese, nonostante ne avesse già una mezza idea abbastanza ovvia. Un ghigno si aprì sul volto rozzo di quel losco figuro. <<È semplice. Molto semplice. Ecco vedi io vado in quinta e naturalmente ho gli esami quest'anno>> in quel momento Dylan si chiese come poteva aver fatto un tipo così ad arrivare in quinta. <<Dovresti semplicemente scrivere la tesina al posto mio. A be' naturalmente... a me e al mio amico>> concluse il ragazzo dando una pacca al ragazzo che se ne stava con le braccia incrociate a fissare Dylan, minaccioso.
Lui eimase in silenzio cercando di far lavorare il cervello il più in fretta possibile, ma la vista dell'altro colosso che si avvicinava sempre di più, gli metteva una certa ansia. <<Hai cinque secondi per... >>
<<E se non volessi farlo? >> Dylan non si accorse nemmeno di aver pensato ad alta voce ma ebbe appena il tempo di accorgersene quando vide i due ragazzi avvicinarsi lentamente. <<Cosa?>> chiese il più grosso, palesemente irritato da quel rifiuto. Un' altra bella boccata di coraggio e Dylan rispose: <<Ti ho chiesto: e se non volessi farlo?>> la risposta arrivò dritta sul suo occhio destro camuffata da un violento pugno. Che bisogno c'era di un pugno? Non riusciva davvero a capirlo. Non disse niente, portò una mano sull'occhio e rilasciò un piccolo gemito, sofferente: cominciava a sentire come uno scoppio ritardato, il dolore di una tremenda fitta espandersi come petrolio nel mare e come probabilmente il livido che si stava formando sulla sua faccia. Sentì come se la parte destra del suo cranio si stesse crepando. Se fosse stato solo sarebbe cauto a terra e si sarebbe messo a piangere, ma pensò che forse aveva ancora un po' di dignità e probabilmente non era il caso. Quindi alzò lo sguardo incrociandolo con quello del ragazzo.
<<Allora? Mi farai questa gentilezza?>> chiese ancora fissando quegli occhi azzurri.
<<Ci ho pensato sai? E dico di "no">> affermò Dylan deciso. Non che non se lo aspettasse, ma un altro pugno lo colpì, al naso però e più forte del primo. Un po' stordito vide il ragazzo allontanarsi e lo sentì imprecare molte volte prima che sparisse dietro una parete. Sentì un leggero solletico sotto la narice e si accorse che quello a procurarglielo era sangue, che colava arrivando sul suo labbro. Istintivamente piegò la testa all'ingiù e coprì il naso con la mano che prima era posata sull'occhio. Sentì dei passi dietro un altro corridoio e girò gli occhi riconoscendo i biondi capelli di Dereck che, non appena lo vide e si acorse che aveva un occhio ormai già tendente al viola, il naso e parte delle labbra coperte di sangue, si mise a correre verso di lui. Lo raggiunse e lo prese per le spalle voltandolo per guardargli il volto rovinato. Dylan tolse la mano dal naso lasciando che del sangue continuasse a scendere copioso sulle labbra spaccate. Dereck si accigliò.<<Possibile che ti lascio qualche secondo da solo e ti fai ridurre così? >> Dylan, ancora un po' confuso, mugolò qualcosa d'incomprensibile che nemmeno lui stesso capì. <<Rimetti la testa giù... tieni>> e gli porse un fazzoletto. <<Ti accompagno all'uscita, intanto dimmi cos'è successo! Cavolo, te lo avevo detto che entro oggi mi avresti fatto prendere un infarto! >>aggiunse con tono ancora preoccupato.
<<Si ma stai calmo... >> riuscì a mugugnare Dylan sulla stoffa del fazzoletto.
Appena raggiunsero l'uscita della scuola, la macchina della Signora Jhonson era già parcheggiata davanti al marciapiede. Dylan intanto aveva raccontato l'accaduto a Dereck che, molto fiero, si era congratulato con lui per non aver ceduto. Appena Dereck vide la Signora Jhonson, però, abbe un ripensamento e rientrò subito a scuola prima che lei vedesse loro. <<E ora che c'è? >> esordì Dylan esausto e malconcio. Dereck lo prese una seconda volta per le spalle ed esaminò per qualche secondo il labbro gonfio dell'amico per poi prendergli il fazzoletto cremisi dalle mani e cominciare a ripulirgli il sangue sia dalle labbra che dal naso. Ad un tratto vide l'espressione leggermente seccata e sorpresa di Dylan, così spiegò: <<Scusa... non voglio che tua madre pensi chissà che cosa vedendoti arrivare come se avessi appena fatto un incontro di wrestling. Almeno cerchiamo di renderti un po' meno... hem-hem penoso... >>
<<Penoso?!>> esclamò Dylan tutto impettito e dolorante nonostante le mani dell'amico fossero straordinariamente delicate per essere quelle di un maschio. Dereck rise di gusto ricevendo qualche insulto. <<È così che ringrazi chi ti aiuta?>> chiese divertito, finendo di ripulirgli il mento. Dylan lo guardò di sottecchi e poi rispose:<<Hum... e va bene... grazie>> ricevette una pacca sulla spalla per poi uscire finalmente dall'edificio.
È quasi banale dirlo ma, la Signora Jhonson, non appena vide Dylan in quello stato, si precipitò di corsa da lui prendendogli il viso tra le morbide mani e cominciando ad interrogarlo sul come fosse successo, e, dopo che Dylan lo abbe raccontato per una seconda volta ed essersi preparato anche per una terza, salì in macchina guardando la madre ringraziare Dereck per averlo "soccorso". Quando poi anche lei fu in macchina, Dereck fece un occhiolino divertito a Dylan prima di andarsene e sparire dietro ad un vicolo. La Signora Jhonson, per tutto il viaggio parve turbata e preoccupata: continuava a lanciare occhiate furtive al figlio per controllare che stesse bene e ogni tanto sospirava. Appena entrarono dentro casa Dylan venne trascinato in cucina e poi abbandonato qualche secondo, visto che la Signora Jhonson non aveva aspettato nemmeno un minuto ed era corsa in bagno per prendere cotone e disinfettante; tornò con un intero carrello stracolmo di medicinali tra cui pomate e siringhe. Il ragazzo ebbe un brividino lungo la schiena vedendo quei lunghi aghi scintillanti e sperò con tutto se stesso di non ritrovarsene uno infilato da qualche parte sul viso; pensò che forse la madre si stava facendo prendere dal panico, e ciò era molto strano data la sua conosciuta fermezza e calma anche nei momenti critici. <<Mamma non c'è bisogno di tutta quella roba! Avanti portala indietro... >> cercò di convincerla invano, perché lei con decisione cominciò a cospargere un grosso pezzo di cotone con del disinfettante. Si avvicinò a Dylan e delicatamente gli tamponò il labbro ferito, ogni tanto tastava il naso per assicurarsi che non fosse rotto. <<Mamma sono grande posso fare anche da solo... >> esordì Dylan leggermente irritato e cercando di afferrare il pezzo di cotone, ma la Signora Jhonson gli rispedì le mani lungo i fianchi. <<Grande, tu? Che ti fai ridurre in questo stato... avresti dovuto ignorarlo...!>> disse ancora nervosa.
<<Mi avrebbe picchiato comunque... >> tentò Dylan.
<<Fatto sta che hai ancora bisogno della tua mamma in questi momenti!>> replicò con fermezza la Signora Jhonson per poi buttare il pezzo di cotone e prenderne un altro per tamponare il livido sull'occhio. Dopo poco la porta alle spalle della Signora Jhonson si spalancò. Con enorme disagio di Dylan, entrò Justin che sbuffando s'incamminò verso la cucina, guardando però verso lo zaino che teneva con una mano e trascinava per terra. Appena entrato nella stanza, alzò lo sguardo. <<Ciao mamma... sei andata a prendere... >> di colpo si fermò puntando lo sguardo sul fratello che esibiva un labbro rosso e gonfio, un livido sul naso e un occhio ormai di un viola particolarmente scuro e con qualche chiazzolina rossa.
<<Ciao Jus... >> salutò la Signora Jhonson troppo impegnata e concentrata su una fastidiosa macchia rossa sul suo zigomo. Justin camminò velocemente verso Dylan, che voltò lo sguardo trovando improvvisamente interessante la porta del bagno. La Signora Jhonson, sentendo i passi, alzò il viso e rivolse la sua attenzione al figlio maggiore senza però mollare il mento del minore. <<Tesoro non è che puoi pensarci tu a tuo fratello? Io torno subito... >> Justin annuì, così la Signora Jhonson si allontanò e salì le scale di fretta. <<Cosa ti è successo? >> chiese Justin recuperando il cotone e continuando il lavoro della madre. Dylan continuò a guardare la porta del bagno. <<Niente di che... >> rispose vago.
<<A me non sembra esattamente così>> ribatté Justin. Dylan non rispose, mantenendo il volto inespressivo e soffrendo per farlo anche nei momenti in cui Justin - forse di proprosito - premeva un po' di più in certi punti. La Signora Jhonson tornò scendendo le scale di fretta come le aveva salite e riprese il posto che aveva affidato a Justin, il quale si scansò ma non se ne andò: si appoggiò con un fianco alla lavastoviglie e incrociò le braccia al petto continuando a guardare Dylan, che invece lo ignorava.
Il più piccolo guardò la madre con gli occhi ridotti a fessure: <<Che cos'hai fatto...?>>chiese sospettoso, aspettandosi già la risposta.
<<Ho solo fatto una telefonata al preside... >> rispose lei vaga con un'aria innocente.
<<Oh, mamma!>> fece Dylan sul punto di disperarsi.
<<Io faccio solamente quello che devo fare>> disse la Signora Jhonson, ovvia.
<<Mamma cos... >> aveva cominciato Justin, ma venne interrotto da un finto gridolino di dolore da parte di Dylan che attirò su di sé l'attenzione della madre. Justin, sapendo che lo aveva fatto a posta, lo guardò offeso corruciando la fronte. C'era un motivo se Dylan non voleva che lo sapesse: pensava che lo avrebbe considerato debole per non essersi difeso o chissà cosa.
<<Va bene, ho finito, puoi andare>> Dylan fu felice di andarsene da quel luogo diventato così improvvisamente soffocante dopo l'arrivo del fratello, e si rifugiò in camera sua, guardandosi nello specchio sopra la scrivania. Dopo neanche cinque minuti vide la porta aprirsi e Justin appoggiarsi allo stipite con la spalla, sempre con le braccia conserte e lo sguardo di fuoco - quasi gli venne da indietreggiare - puntato su di lui. Dylan, a malincuore, distolse lo sguardo dalla sua figura nello specchio e lo rivolse al fratello.
Silenzio.
Si guardavano e basta, senza fiatare. Poi la voce di Justin ruppe quel silenzio: <<Chi?>> disse solo. Più che una richiesta sembrava proprio un ordine, la sua espressione era ferina e ostentava il volere di una risposta immediata: doveva dirglielo. Voleva saperlo. Doveva saperlo.
Dylan deglutì e per qualche secondo pensò seriamente di scappare; ma poi ci ripensò e si rese conto che non rispondere al fratello o scappare da lui, in quel momento, gli sarebbe costato almeno un altro occhio nero. <<S... sono caduto...>> tentò, pur sapendo di non avere successo già dal principio. L'espressione di Justin s'induri. <<Smetti di dire cazzate e dimmi chi è stato>> disse con un tono che non ammetteva repliche.
<<U-un ragazzo... >> disse mantenendosi molto vago.
<<Ma dai? Pensavo fosse stato un bambino>> disse Justin ironico.
<<Non so come si chiama!>> esclamò Dylan cercando di sviare in un qualche modo.
<<Allora dimmi perché lo ha fatto? Lo hai stuzzicato come un idiota?>> chiese Justin.
<<Non sono un'idiota e non l'ho stuzzicato! Voleva che facessi una cosa per lui, ma io non velovo farla, per questo mi ha colpito!>> urlò Dylan infiammandosi con il fratello, solo che Justin sgranò gli occhi, stupendolo. <<Cosa voleva che facessi, esattamente?>> chiese lentamente a denti stretti con uno sguardo omicida che non prometteva nulla di buono. <<Stronzo stupr...>> fu allora che Dylan capì di essere stato frainteso per la terza volta in un giorno.
<<No, no! non voleva che facessi quello!cazzo non saltare a coclusioni...! Insomma voleva solo che gli scrivessi la tesina d'esame!>> intervenne subito prima che la situazione degenerasse. Vide Justin rilassarsi e assumere un'espressione colpevole. <<Ah scusa... io... non volevo metterti a disagio>> disse dopo aver sentito un quasi inudibile "proprio tu parli...". Ovviamente dopo quella frase, l'argomento "quella volta" sfiorò parecchie volte le loro menti, ma rimasero in silenzio qualche secondo senza guardarsi.
<<Non cera bisogno di picchiarti... >> esordì justin riprendendo la sua aura irritata.
<<Vallo a dire a lui... >> fece Dylan smettendo di tormentarsi le mani ma tenendo lo sguardo fisso sulle sue scarpe.
<<E infatti è quello che farò>> disse Justin, schietto.
Dylan alzò di botto lo sguardo e sgranò gli occhi: <<Che?!>>
<<Hai sentito bene. Non permetto a nessuno di picchiarti... anche se ormai sei grande e potresti difenderti da solo... ma questa volta ti vendico io... dovrebbe essere di quinta se ha l'esame, no?... codardo>> affermò, sempre con decisione. <<Domani quando ti vengo a prendere faremo due chiacchiere>> aggiunse scrocchiandosi le dita. Poi uscì dalla stanza. Dylan dopo essersi imbambolato qualche secondo lo seguì. <<No Jus! Jus! Ti prego non farlo! Justin!>> urlò raggiungendo vicino alle scale. <<Non fare come la mamma ti prego!>> disse disperato.
<<chi fa come me?>> chiese la voce della signora Jhonson alla fine delle scale.
<<Mamma domani vado a parlare con quello che ha picchiato Dylan>> disse Justin sorridendo alla madre.
<<Ottimo tesoro!>> disse lei, e poi se ne andò.
Justin rivolse un sorrisetto furbo al fratello. <<Visto?>> disse sottovoce per poi lasciarlo solo con una mandibola contratta e un forte prurito alle mani. Perché la sua famiglia non capiva? Persino sua madre! Sarebbe passato per un codardo lui non quel enorme ragazzo... tutti avrebbero pensato che avesse chiamato il fratellone per farsi aiutare.
Questi pensieri però erano uniti al fatto che nonostante tutto Justin volesse difenderlo e vendicarlo... come un vero fratello. E furono proprio questi pensieri a impedirgli di fermarlo quando scese dalla macchina il giorno dopo e gli disse di guidarlo verso il malcapitato che avrebbe dovuto subire la sua furia.
<<H-hey Jus... tu sei sicuro di volerlo fare in una scuola?>> chiese ad un certo punto Dylan mentre salivano i gradini per l'ingresso e vedeva Dereck sgusciare fuori da un aula per dirigersi verso di loro.
<<Certo! Tanto non faccio questa scuola: non possono punirmi>> lo informò Justin prendendolo per il braccio per allontanarlo da un infastidito Derck che si era accorto anche della sua presenza. Dylan lo seguì con lo sguardo per poi scusarsi tacitamente sorridendogli un po' malinconico; Dereck parve consolato, poi Dylan scostò la mano del fratello dal suo braccio e gli rispose a tono: <<Si che possono punirti se esageri!>>.
<<Appunto... se esagero>> lo ammonì lui, poi si infilarono in un corridoio, sempre seguiti a distanza da Dereck. Continuarono a girovagare, a volte sbirciando anche nelle classi di quinta, ma di quel ragazzo nessuna traccia. Justin si raccomandò più volte con Dylan sul fatto che se lo avesse avvistato avrebbe dovuto dirglielo immediatamente.
<<Jus... è-è lui>> disse Dylan, più spaventato dal fratello che da altro, indicando quell'enorme soggetto alla loro destra che spingeva parecchi ragazzini del primo o del secondo anno - si accorse che stranamente il suo compagno non era con lui, ma ne fu solo sollevato -
<<Aspetta qui e ammira>> si pentì subito di averglielo indicato perchè Justin, senza aspettare nè conferme nè ripensamenti, si fiondò verso di lui ricevendo qualche sguardo ammaliato delle ragazze li attorno che sbattevano le ciglia per attirarlo, e altri sguardi impauriti nel vederlo così deciso a dirigersi verso di lui; li ignorò tutti e continuò la sua avanzata. Appena gli fu vicino, si notò subito la differenza di altezza: dopotutto lui e Dylan non erano molto diversi a livello fisico, certo Justin aveva qualche muscolo in più e anche qualche centimetro, ma niente che facesse vedere un chissà quale divario tra i due. Quindi anche per Justin non era esattamente un ragazzetto da sottovalutare. Prima di avvicinarsi troppo a lui, venne affiancato da un Dylan pietrificato. <<Grosso... >> bisbiglio Justin al fratello trattenendo il respiro, aveva un aria leggermente nervosa. Dylan lo guardò, ironico. <<Io te lo avevo detto>> affermò anche lui sottovoce. Si guardarono un po' indecisi poi Justin sbuffò e disse, prima di avvicinarsi ancora a quel ragazzo: <<Ma proprio così grosso doveva essere, eh?!>> poi prese a camminare di nuovo. <<Hey!>> esordì deciso quando gli fu davanti. <<Mai sentito parlare di Dylan Jhonson?>>
il ragazzo prima di rispondere lo squadrò guardingo. <<Il secchione? Quello di terza?>> domandò con voce profonda. <<Si... non è che hai avuto qualche contatto con lui in questi giorni?>> fece Justin irritato. <<No. perchè avrei dovuto?>> mentì l'altro, estremamente convincente. Justin assunse un aria assassina: <<Sicuro...?>>
<< Si >> rispose solamente. Justin guardò velocemente il fratello alla sua destra, lontano, l'espressione tesa e le mani che si intrecciavano tra di loro, era affiancato da Dereck.
<<Be', è mio fratello e casualmente a me è giunta una voce diversa>> il ragazzo parve per la prima volta in difficoltà; corrucciò la fronte e guardò minaccioso Dylan che, appena se ne accorse, indietreggiò leggermente poi sentì la mano di Dereck posarsi sulla sua spalla, lo guardò e lui gli sorrise, rassicurante. <<Non guardarlo così, figlio di puttana!>> esclamò Justin al ragazzo e senza aspettare un solo secondo, anzi mentre pronunciava quelle stesse parole, gli sferrò un pugno allo stomaco. Il ragazzo si piegò in due e grugnì: probabilmente non aveva nemmeno avuto il tempo di realizzare. Justin gli tirò un altro pugno, questa volta sul mento e allora il ragazzone perse la pazienza e fra vari insulti e imprecazioni cominciarono entrambi una guerra di pugni, calci e... tirate di capelli. Justin, sopra di lui, lo prese per il colletto. <<Toccalo ancora e l'inferno, paragonato a quello che ti farò, sembrerà il paradiso!>> sibilò a denti stretti a pochi centimetri dal suo volto. A circondarli, migliaia di urla sia di paura che d'incoraggiamento, gli strilli acuti delle ragazze e le preghiere di smetterla da quelli più piccoli. Erano per terra con almeno una cinquantina di ragazzi a guardarli, alcuni dei quali si chiedevano chi fosse Justin, poi vedendo Dylan preoccupato che continuava a seguire i suoi movimenti con lo sguardo e a difenderlo con le parole dicendogli quando, come e dove attaccare con voce tremante, quei ragazzi arrivarono a delle conclusioni senza bisogno di chiedere.
Finì che Justin, ormai sfinito dopo una lotta di circa un quarto d'ora in cui aveva rischiato di rompersi l'osso del collo almeno un paio di volte, concluse tirandogli un calcio ben assestato nei genitali, che lo fece ringhiare come un animale. Dylan corse da Justin appena lo vide rimettersi dritto e camminare verso di lui. Non era ridotto malissimo: gli sanguinavano il labbro e il naso... forse era di famiglia, pensò.
<<Ha detto che non lo rifarà! è un bravo ragazzo alla fine, no? Lo ha capito in fretta!>> disse ancora ansimando; Il più grosso si stava ancora contorcendo per terra.
<<Tu sei completamente pazzo>> affermò Dylan esasperato.
<<Lo so!>> lo informò Justin sorridendo. Anche Dylan sorrise e si guardò alle spalle per trovare Dereck... ma di lui nemmeno gli appariscenti capelli biondi si riuscivano a scorgere; Era andato via.
<<Ora però, ti prego, torniamo a casa... >> disse quasi accasciandosi sul fratello. gli mise un braccio attorno alle spalle.
<<Tutto bene?>> domandò Dylan sorreggendolo e portandolo all'uscita.
<<Si, si. Solo... vorrei aggiustarmi qualche costola... >> rispose, la voce soffocata. Dylan rise di gusto. <<Sono sicuro che questo tuo orgoglio ti porterà alla morte!>>
<<E io invece sono sicuro che se non mi porti subito in macchina muoio di sicuro!>>.
Tornarono a casa e la Signora Jhonson parve tanto infuriata che avrebbe fatto paura anche ad un leone. Rimproverò Justin molto allungo mentre gli medicava il labbro come aveva fatto il giorno prima con Dylan, che sembrava godersela a morte vedendo il fratello a capo chino che non aveva il coraggio di rispondere alla madre. Poi in un attimo quando li sorpassò per andarsene in camera soddisfatto come non mai, Dylan sussurrò al fratello: <<Visto?>> Justin lo guardò con gli occhi assottigliati e serrò la mandibola, per poi tornare a sentire i rimproveri della signora Jhonson. Quella sera raccontarono tutto al signor Jhonson, che si fece una gran risata con Justin mentre Dylan e la Signora Jhonson li guardavano contrariati e severi mentre commentavano facendo notare i lati negativi.
Il giorno dopo la signora Jhonson fu convocata a scuola dal preside che la informò di Agressione a Studente da parte del figlio, fratello di un alunno di quella scuola. Alla fine di una lunga e stancante riunione a cui anche Dylan, Justin, la madre del ragazzo e il ragazzo avevano partecipato, fu stabilito che quest'ultimo - il cui nome avevano scoperto che fosse Mirko Bennet - sarebbe stato sospeso per due settimane per aver aggredito a sua volta uno studente e compagno, e Justin, oltre alla raccomandazione che per tre settimane non avrebbe potuto entrare nell'area scolastica, ricevette una punizione per lui ben più severa visto che la signora Jhonson, per la seconda volta, nascose ogni tipo di alcolico dalla sua portata.
Per questo capitolo mi sono impegnata molto e ci ho messo anche MOLTO per scriverlo....era un sacco di tempo che aspettavo di scriverlo e credo che sia uno dei migliori fin ora...credo che, senza contare questo e i primi, il mio stile di scrittura sia scarseggiato ma ora mi impegnerò di più per scriverli più simili a questo o ancora meglio! Spero che la storia vi continui a piacere.
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LOVE YOUR ENEMY
Romansa[COMPLETA. IN REVISIONE] Ps. Se la state leggendo durante revisione potrebbero esserci delle incongruenze tra i capitoli siccome non ho ancora terminato di revisionarla. Amore e odio. Sentimenti così diversi eppure così uguali. Così difficili da do...
