𝐕𝐈𝐈

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Il buio della notte si era impossessato degli occhi della romana, che erano soliti risplendere più dei campi erbosi della campagna dopo una temporale. Il racconto del giovane elvetico, che fino a poco prima aveva l'aria di una statua distaccata e imperturbabile, aveva molto destabilizzato Gaia Corvina. Mentre osservava silenziosa Fearghal, che cercava di ricomporsi dal suo stato di inquietudine, generato dalla memoria degli occhi vitrei del fratello e da quelli disperati del padre, lei meditava qualcosa da dire, per cercare di dimostrare il suo dispiacere, arrivando alla conclusione che, forse, l'unica forma di dispiacere che fosse rispettosa nei confronti del gallico si trovasse semplicemente nel silenzio. Il silenzio che avvolgeva, in quella lontana Germania, la sepoltura di Brennos, che aveva accolto un corpo ormai esanime degnamente, e che aveva concesso il sollievo alla famiglia e ai soldati, nella speranza di immaginarli ancora in forze, splendenti di vita nel loro Antumnos.

Non si può dire che la  nobile romana fosse completamente estranea a questa realtà. Ricordava spesso le partenze del padre e della sua legione, ricordava il pianto straziante della madre, che le pungeva l'anima come uno spillo, giorno e notte, senza lasciarle pace. Nella sua infanzia era abituata a raggiungere la madre al talamo che solitamente condivideva con il marito e raggomitolarsi vicina a lei, per la paura che gli esodi dei legionari le portavano nel sonno. Aveva presto imparato a convivere con l'idea che, un giorno, il suo amato pater non sarebbe tornato a casa: il pensiero la inquietava, il suo mondo senza Publio Valerio era, almeno nella sua mente, immensamente vuoto e buio. Nonostante la madre, anche dopo anni dalla sua nascita, si ostinasse a chiudersi in un malinconico silenzio per la mancanza del marito, Gaia aveva imparato a mostrare una corazza di impassibilità e di inusuale forza, che la spingeva a proferire quasi come una sentenza ultima, che Roma fosse più importante delle vite perse per la sua grandezza. Quasi colpevolizzava la madre per il suo dolore, chiudendosi nel mondo di convinzioni che lei aveva costruito, che pensava indistruttibile. Poi era arrivato quel giorno, che aveva spazzato via ogni sua certezza come la tempesta spazza via i ramoscelli caduti. Non ricordava con certezza come apparisse quel giorno, forse il sole campeggiava nel cielo limpido senza essere ostacolato dalle nubi, forse, come più credeva opportuno ricordarlo, era il preludio di un diluvio carico di fulmini, pronto a distruggere qualunque cosa. In quel giorno senza luce e dal cielo grigio non si poteva definire bene se il cielo recasse alle orecchie degli uomini il rumore di un vicino temporale, che andava avvicinandosi sempre di più, o se fosse la serrata e sincrona marcia dei legionari che si apprestavano al ritorno nella loro Roma.

Una folla considerevole si era radunata nella piazza, per assistere al glorioso ritorno dei loro soldati, dopo una lunga spedizione nelle terre al nord delle province. Il rumore della marcia era costante e sempre più vicino, Gaia poteva sentire il suo cuore allinearsi a quel tempo marziale, mentre era urtata a destra e sinistra dalla ressa che si stava accumulando, rendendo insopportabile anche la grandezza che la piazza vantava. Poi si erano aperte le porte. A precedere i soldati a piedi vi erano quelli a cavallo, contavano una grande maggioranza tra i comandanti e gli alti gradi delle legioni. Il padre, tuttavia, non c'era. Il silenzio era calato, surreale, tra la gente. Nessuno esultava. Gli occhi di tutti erano concentrati sui legionari, che, in quel momento, lasciavano trasparire il dolore e la stanchezza: nulla a che vedere con i trionfi di cui si parlava, nessuna gloria, nessuna festa. Chi condivideva lo spazio con la giovane nobile aveva ripreso a sgomitare per cercare di vedere se il proprio fratello, marito o figlio fosse tornato: l'ultimo bagliore di sicurezza illuminava i loro occhi. Gli occhi di Gaia si erano andati a fissare su uno dei comandanti a cavallo, con una mano reggeva le briglie del destriero nero che lo aveva accompagnato, molto probabilmente, per tutta la battaglia. Era ancora armato di tutto punto, ad alcuni movimenti del mantello tinto di porpora si notava la spada corta che portava, impeccabilmente pulita nel fodero. I suoi occhi, tuttavia, erano spenti, come se il fuoco che avevano celato per tutto il periodo della battaglia si fosse trovato improvvisamente al cospetto del diluvio che sembrava arrivare, una lunga cicatrice gli attraversava il volto: dal sopracciglio destro alla guancia. La parte sinistra del suo corpo martoriato invece vedeva il mantello purpureo ricadere senza alcun tipo di animazione dovuta agli arti. Sceso dal cavallo si era scostato il mantello da quella parte del corpo con la mano destra, rivelando l'assenza di metà del braccio, in una ferita bendata con fasce bianche, tuttavia insanguinate: doveva essere stata cauterizzata, e il Fato doveva aver deciso la vita per lui, non c'erano altre spiegazioni che lo portassero lì in quelle condizioni altrimenti. Gaia le si era avvicinata timorosa, e aveva azzardato, con tono tremante, chiedere notizie di suo padre: "Publio Valerio. È vivo?"  aveva chiesto, diretta, notando l'indisposizione dell'uomo che aveva risposto con una semplice parola: "Retroguardia". Poi si era allontanato, lasciando che le attenzioni della ragazzina tornassero a concentrarsi sul corteo di legionari che faceva rientro alla città. Molti di loro erano mutilati, feriti, alcuni altri portavano il segno della guerra nei loro occhi: un bagliore insano splendeva negli occhi dei giovani, reduci dalle loro prime campagne militari, la celtiberica a portata di mano, in caso di improvviso pericolo. Pur serrati al movimento marziale che accompagnava la legione, i loro occhi guizzavano tra la folla rapidamente e spaventati, come animali selvatici in una battuta di caccia. Ad anticipare la retroguardia seguiva Publio Valerio Corvino, l'elmo sul capo gliene celava il volto stanco e gli occhi spenti, dietro di lui una formazione di fanti circondava l'avanzare del carro che trasportava i feriti. Il centurione si era tolto l'elmo alla vista di sua figlia, ancora piccola per assistere a quelle scene, almeno in accordo al suo parere. Lei le era corsa incontro con le lacrime agli occhi sussurrando parole sconnesse, lui l'aveva abbracciata forte, e, dopo aver consegnato il cavallo ad un fante, le aveva posto una mano sulla testa, assistendo con lei alla fine di quella triste parata. Le lamentele dei feriti sul carro si facevano più forti, mentre il carro rallentava per permettere alle famiglie di riconoscere i loro cari. Gli straziati sul mezzo condividevano il posto con soldati morti, ormai da ore forse, che giacevano con gli occhi vitrei, rivolti al cielo, le mosche che volavano attorno attirate dal tanfo della decomposizione delle carni. Erano iniziati i pianti, non c'era morte onorevole che potesse rendere giusta la perdita di quelle vite. Le donne, e tutti gli altri rimasti cadevano in ginocchio come i nemici che combattevano alla notizia della morte dei familiari. Gaia osservava con il padre il carro che man mano si svuotava, lasciando solo i corpi non reclamati a giacere lì, in attesa di una degna sepoltura. Il legno di cui era costruito, una volta probabilmente di un marrone profondo, ma tendente al grigio, era completamente sporco di sangue. Poi il carro era stato tolto dalla vista, i piangenti del lutto si erano allontanati, i soldati si avviavano nella maggior parte a ritornare alla loro casa, ovunque essa fosse. In quel momento era stata annunciata la vittoria, che aveva risollevato gli animi di chi poteva ancora permettersi di festeggiarla, la musica aveva preso a suonare ed erano iniziati i festeggiamenti. Gaia Corvina e il padre poteva sentirne il suono, che si fondeva a quello delle ultime grida di dolore, e la raggiungeva, mentre faceva ritorno alla domus. 

La ragazza, tuttavia, non mostrava segno di voler condividere questo con Fearghal. L'unica cosa che fu capace di fare, fu poggiare un bacio sulla fronte del gallico, prima di abbracciarlo.

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