Capitolo 6 - Lucidità.

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Non rimasi troppo tempo lì a guardarla, lei credeva già fin troppo di avere ragione e io non volevo assecondarla. Le passai accanto, entrai nel bagno, e chiusi la porta dietro di me. Mi poggiai con le spalle contro la porta, ci poggiai anche la testa e ripresi fiato lentamente. Rosa era stupenda, il suo corpo mi faceva impazzire e io non riuscivo a togliermelo dalla testa. Provai a farlo anche dopo, provai a farlo sparire dai miei pensieri mentre facevo la doccia, ma fu solo peggio. Molti pensavano che una doccia fredda poteva sistemare le cose, poteva raffreddare i bollenti spiriti, ma se in testa avevi qualcosa di letteralmente bollente allora l'acqua fredda non la sentivi nemmeno. Rimasi un quarto d'ora sotto il getto della doccia, non mi andava di perdere troppo tempo, anche se magari sarebbe stato meglio visto ciò che mi attendeva fuori. Non appena uscii dalla doccia presi l'asciugamano e mi asciugai con calma. Lì con me non avevo tutti i vestiti che volevo mettere, avevo solo l'intimo e un pantalone, tralasciando i vestiti che avevo da quella mattina. Non mi vestii subito però, rimasi in quel bagno per almeno un quarto d'ora in più, in fondo Rosa si prese tutto il tempo del mondo e io non volevo essere da meno. Strizzai i miei capelli nell'asciugamano, li asciugai il più possibile, ma per renderli minimamente decenti dovevo usare l'asciugacapelli. Di conseguenza mi toccava uscire da lì.
«Ah, fanculo...» sospirai prendendo le mie cose e aprendo con calma la porta.
Non sapevo come avrei trovato Rosa ma ero abbastanza preoccupata.
«Oh, ce l'hai fatta finalmente!» commentò lei che era già praticamente pronta, aveva anche un accenno di trucco sul viso.
«Guarda che tu hai passato quasi dieci minuti in più lì dentro.» mi lamentai io incrociando il suo sguardo, lei era seduta sul bordo inferiore del letto.
«Si, ma ora sono pronta.» continuò lei tirandosi su dal letto e mostrandosi in tutta la sua bellezza.
Indossava una tuta intera nera piuttosto particolare. La parte inferiore era un semplice pantalone, poco sotto alla vita c'era una piccola cintura fatta da anelli dorati cucita sul tessuto, e sopra era quasi più scoperta che altro. Sul davanti aveva due semplici fasce che le coprivano solo il seno, al centro era così scoperta che potei vederle l'ombelico e le curve interne del seno. Quelle due fasce si incrociavano poco sopra al petto, e facevano il giro del collo tenendo su tutto quanto. Il retro non lo vidi bene in quel momento ma era evidente che fosse completamente scoperto, la schiena era nuda, e non capivo come facesse a pensare di voler uscire in quel modo dato che eravamo a settembre inoltrato e lì a Torino non faceva poi così caldo come da noi. In fondo durante la serata iniziava a fare più freddo, e io contavo di tornare in hotel almeno per le 22:00. Erano appena le 18:30 quando io uscii dal bagno, Rosa era pronta ma io avevo ancora i capelli da asciugare.
«Allora? Come sto?» mi chiese lei notando che non le dissi nulla appena si tirò su.
«Stai bene...» dissi con fare titubante voltandomi e cercando l'asciugacapelli con lo sguardo.
«Solo "bene"? Sicura di essere una scrittrice?» continuò lei prendendomi in giro.
«Non avrai freddo più tardi?» le chiesi cercando di ignorare la sua provocazione, ma lei provocava in tanti modi diversi.
«Oh, ti preoccupi per me?» mi domandò con fare divertito.
«Fanculo, io ci rinuncio.» ribattei nervosamente.
Finalmente vidi l'asciugacapelli, era poggiato su un bancone bianco sottile attaccato ad una parete che fungeva da scrivania, vicino c'era anche una sedia nera. Mi avvicinai velocemente ad esso, lasciai le mie cose a terra accanto al letto e al mio trolley, e mi fermai accanto alla scrivania. Lì c'era uno specchio rettangolare appeso alla parete di fianco ad una piccola tv, anche lo specchio era incorniciato da lunghi led bianchi, e subito iniziai ad asciugare i miei capelli. Rosa rimase a guardarmi per tutto il tempo, la vidi seduta a letto, con le gambe leggermente divaricate e lo sguardo fisso su di me. In un certo senso ci stavamo guardando entrambe, non sapevo se lei sapeva che la stavo guardando, ma non smisi di farlo. Il suo corpo era magnetico, i miei occhi erano come calamite attratte da lei, non riuscivo a distogliere lo sguardo per troppo tempo. Quando finii di asciugarmi i capelli decisi quale camicia indossare. Non avevo portato alcun abito, ciò che dovevamo fare non mi faceva sentire nel mood adeguato per mettere qualcosa di elegante, così portai cose decisamente casual. Camicie, pantaloni e un blazer scuro, quest'ultimo lo indossai sia quella sera che il giorno dopo al firmacopie. Non faceva così freddo, ma preferivo averlo con me anche se non mi serviva, piuttosto che il contrario. Misi una camicia di un rosso scuro, le mie sneakers classiche e lasciai perdere il trucco, quello lo avrei messo il giorno successivo.
«Andiamo?» mi chiese Rosa non appena finii di allacciare entrambe le scarpe.
«Si, tu esci così?» ribattei vedendola ferma davanti alla porta senza nessuna giacca addosso né in mano, aveva praticamente tutto il busto scoperto, solo il seno era coperto.
«Sto bene, non farà tanto freddo.» rispose lei tranquillamente.
«Va bene, se lo dici tu...» continuai io facendo spallucce.
Non potevo costringerla ad indossare qualcosa se non voleva, era ovvio che volesse fare un giro vestita solo con quella tuta, e a me andava benissimo così. Non era una bambina, anzi aveva 8 anni in più di me, era grande abbastanza da capire quanto freddo poteva sopportare. Non appena uscimmo dall'hotel le chiesi dove dovevamo andare, lei mi disse di esser già stata in quella città, che conosceva un bel ristorante, e con calma mi fece strada per le vie di Torino. Lei era stupenda, chiunque la vedeva si girava per guardarla meglio, e io mi sentii un tantino strana. Sentivo di nuovo due cose contrastanti, probabilmente anche tre. Ero infastidita da quei tipi che la fissavano fino a quando non fummo più nel loro raggio visivo, ma ero anche sicura di me perché avevo lei accanto, e allo stesso tempo mi sentivo una stupida perché io e lei non stavamo insieme e chiunque avrebbe potuto avvicinarsi e portarmela via. Un paio di ragazzi ci provarono anche, erano dei ragazzini, avevano massimo 25 anni, ma non appena gli passammo accanto ci vennero in contro.
«Ehm, salve.» disse il più alto e apparentemente quello più maturo.
«Buonasera.» rispose Rosa con uno sguardo interrogativo.
«Io e il mio amico stavamo andando a bere qualcosa, vi va di unirvi a noi?» ci chiese lui.
«Non mi sembra il caso, siete molto carini ma noi non siamo interessate.» disse Rosa con calma.
«Oh andiamo, è solo un drink, nulla di più.» continuò quel tipo.
«Si, ci facciamo quattro chiacchiere, ci conosciamo meglio.» concordò l'altro.
«Perché dovremmo conoscerci meglio?» domandai io, anche se credevo fosse evidente che parlavano solo con lei, a me a malapena mi guardarono.
Tutto sommato anche io facevo le mie conquiste, alla festa di mia nonna ne feci un'altra nonostante la persona in questione fosse lì con la fidanzata, ma con Rosa non c'era partita. Lei era uno spettacolo vivente, difficilmente si attirava l'attenzione di qualcuno quando c'era lei nella stessa stanza.
«Perché mi piace molto ciò che vedo.» commentò il più alto dei due tenendo lo sguardo fisso su Rosa, e io in quel caso non ci vidi più.
«Si, beh, continua pure a guardare perché è l'unica cosa che puoi fare.» dissi prendendo la mano di Rosa e allontanandomi da quei due con lei al seguito.
Per i primi dieci metri andai veloce, poi rallentai e le permisi di raggiungermi.
«Cosa ti è preso?» mi chiese lei con fare divertito.
«Niente, semplicemente non mi andava che continuassero a guardarti in quel modo.» risposi io nervosamente.
«Oh, capisco...» commentò lei sorridendo.
«Non farti stupidi film.» continuai tirando su lo sguardo sul suo viso.
«No, tranquilla, quelli che faccio io sono documentari.» ribatté lei facendomi l'occhiolino, alludendo al fatto che era tutta roba vera.
«Seh, certo...» dissi riportando giù il mio sguardo.
«Vuoi continuare a tenermi per mano?» mi chiese lei in tono ironico dopo qualche istante di silenzio.
«Ehm, scusa.» dissi lasciandole nervosamente la mano.
«Tranquilla, ragazzina.» sussurrò lei con un sorriso. «Comunque siamo quasi arrivate.» aggiunse riprendendomi la mano e continuando a camminare tranquilla.
«Perché mi tieni la mano?» le chiesi piuttosto imbarazzata.
«Beh metti caso che quei tipi ci vengano dietro...» commentò lei con calma. «Se ci vedessero mano nella mano potrebbero già capire che non c'è spazio per loro, no?» mi spiegò con un tono abbastanza serio, ma io non sapevo cosa pensare.
«Si, certo...» dissi con lo sguardo basso e leggermente imbarazzato.
In quel caso la lasciai fare. Non appena arrivammo al locale mi fece strada all'interno, mentre un ragazzo ci fece strada ad un tavolo libero. Il ristorante era carino, piuttosto intimo e tranquillo. Le luci erano calde, i tavoli erano ben distanziati tra di loro e il personale sembrava piuttosto giovane. Non mi dispiacque quel locale, l'atmosfera che si respirava mi piaceva, non era troppo pretenzioso da ristorante stellato e mangiammo anche piuttosto bene. Restammo lì dentro per più di un'ora, quasi un'ora e mezza, e non appena uscimmo l'aria era quasi del tutto cambiata. Io non lo notai quasi a causa del blazer che indossavo, ma mentre passeggiavamo per le vie di Torino notai Rosa passarsi di tanto in tanto le mani lungo le braccia. Mi sembrava un gesto palese, aveva freddo, era ovvio. Così mi sfilai la mia giacca e senza dirle nulla gliela poggiai sulle spalle.
«Cosa stai facendo?» mi chiese lei fermandosi all'improvviso e voltandosi verso di me.
«Hai freddo.» dissi semplicemente.
«Non è vero.» ribatté lei che in un modo o nell'altro doveva sempre fare la dura.
«A me sembra di si.» continuai tranquillamente.
«Beh ti sembra male.» contestò lei.
«D'accordo, se non la vuoi allora me la riprendo.» dissi allungando di nuovo le mie braccia verso le sue spalle, ma non avevo intenzione di prendere nulla.
Lei si morse leggermente le labbra, e velocemente la vidi afferrare i lembi del blazer con le mani stringendolo contro di sé.
«Troppo tardi, ormai me lo tengo io.» ribatté allontanandosi lentamente da me.
Io mi lasciai scappare un sorriso, non l'avevo mai vista in quel modo. Sembrava tanto piccola e altrettanto dolce, forse anche lei aveva un lato nascosto oltre a quello duro e stronzo. Probabilmente se non avessi dato il blazer a Rosa saremmo tornate in hotel prima del previsto, non avremmo fatto alcun giro, e non sarebbe stato così male. Torino era bella, soprattutto di sera, ma Rosa lo era di più. Quando tornammo nella nostra camera mi porse la giacca e iniziò a sfilarsi tranquillamente la tuta intera davanti a me. Inizialmente mi lasciai incantare dal suo modo di fare, poi però mi ricordai che non aveva il reggiseno addosso e mi mossi verso il lato opposto del letto senza guardarla.
«Hai paura di vedere qualcosa di troppo?» mi chiese lei con fare divertito.
«Non ho paura di nulla, vorrei solo che tu fossi professionale.» risposi io continuando a non guardarla.
«D'accordo, ci proverò.» commentò lei con un tono divertito, e di conseguenza non sapevo quanto fosse sincera.
In quel momento mi cambiai anche io, presi il pantalone grigio di un pigiama e una maglia vecchia che ormai usavo per quello e la indossai al posto dei miei vestiti. Speravo che Rosa nel frattempo avesse fatto lo stesso, e invece no... Non appena mi voltai indietro, pronta per mettermi a letto, me la ritrovai lì sul lato opposto, distesa a pancia in su e mezza nuda. Aveva messo il reggiseno, ma non era comunque adeguatamente coperta.
«Puoi mettere una maglia perlomeno?» le chiesi con fare decisamente imbarazzato.
«Eh, cosa?» ribatté lei poco dopo come se sul serio non mi avesse ascoltato.
Aveva in mano il suo cellulare, non sapevo cosa stava facendo ma non credevo che non mi stesse prestando alcuna attenzione.
«Io dormirò nella doccia se tu resti così.» mi lamentai.
«Oh andiamo, non è così comoda come sembra.» commentò lei mettendo giù il telefono e voltandosi verso di me.
«Allora copriti.» la supplicai quasi.
«Ma qui dentro non fa così freddo come fuori.» ribatté lentamente.
«Va bene, ho capito...» dissi nervosamente.
Senza pensarci troppo presi il cuscino che era al mio lato e mi avviai verso il bagno, non volevo sul serio dormire nella doccia ma avevo bisogno di stare lontana da lei. Non riuscii ad entrare subito in bagno poiché Rosa mi fermò poco prima di arrivare davanti alla porta, mi prese per un braccio e mi fece voltare verso di sé.
«Perché devi comportarti così?» mi chiese lei, come se quella strana in quel momento fossi io.
«Io? Sei tu che continui a provocarmi.» ribattei con fare nervoso.
«Sto solo giocando un po' con te, questo non significa che voglia scoparti.» commentò lei ferendo inconsapevolmente il mio ego.
«Ah no?» le chiesi cercando di trattenere la delusione nel mio tono.
Magari cercavo di trattenere ciò che provavo per lei, qualsiasi cosa fosse, ma pensare che le piacessi era in un certo senso intrigante. Ero egocentrica, mi piaceva sapere o anche solo pensare di piacere alle persone che mi piacevano. Poi magari capitava che queste persone non mi si filavano di striscio e io ci restavo di merda, ma speravo tanto che non fosse quello il caso.
«Ti dispiace?» replicò lei con un sorrisetto divertito.
«N-no, certo che no. Anzi, è meglio così, è un sollievo.» dissi velocemente.
«Allora se la pensi così possiamo dormire tranquillamente nello stesso letto.» commentò lei con fare sicuro, e io mi lasciai convincere.
Rosa si voltò di profilo, mi fece segno col viso verso il letto e io le passai davanti provando ad evitare qualsiasi pensiero imbarazzante, ma la mia mente aveva una volontà tutta sua. Rimisi il cuscino al suo posto e io mi infilai sotto le coperte senza guardare Rosa che si distese accanto a me, cercai in tutti i modi di non avere pensieri spinti, ma più provavo a non pensare ad una determinata cosa e più ci pensavo.
«Beh buonanotte allora...» dissi voltandomi verso il mio lato e dando a Rosa le spalle.
«Buonanotte a te, ragazzina.» commentò lei lentamente.
Si sentiva che era più tranquilla di me, sapevo che era lei a dettare le regole del gioco, e in quel momento sembrava voler stare calma. Per tutta la notte non disse nulla, non mi provocò né oltrepassò la linea immaginaria che divideva i nostri spazi nel letto. Insomma, quella notte fu tutto stranamente tranquillo date le premesse di quella sera, e quando mi svegliai il mattino seguente non fu diverso. Mi svegliai prima di Rosa, mi svegliai nella stessa posizione in cui mi addormentai quella sera, su un fianco dando le spalle a lei. Lentamente mi stropicciai gli occhi, mi allungai verso il cellulare che avevo poggiato sul comodino e cercai di capire che ore fossero. Erano appena le 09:00, troppo presto per me, ma non potevo rimettermi a dormire. Mi voltai con calma indietro, cercando di capire dove fosse Rosa, e la trovai ancora lì accanto a me che dormiva tranquilla. Era poggiata anche lei su un fianco, lo stesso su cui ero io, e provai in tutti i modi a tenere lo sguardo lontano dal suo seno. Il suo viso addormentato sembrava così innocente, aveva delle ciocche che le coprivano parzialmente gli occhi e il naso, sembrava essersi mossa molto quella notte. Ero tentata dal coprirle il seno, in fondo non faceva così caldo lì dentro, ma ciò che feci fu quasi peggio. Mi sembrava dolce, innocente quasi, e a causa di questo la mia mano si mosse da sola. La allungai verso di lei, le sfiorai il viso e con quello stesso movimento le tolsi alcuni capelli dal viso, fermandoli dietro il suo orecchio.
«Oh, quanto siamo dolci.» commentò Rosa subito dopo facendomi prendere un colpo.
Lei parlò tenendo gli occhi chiusi, li aprì non appena concluse la sua frase, ma io mi spaventai così tanto che caddi all'indietro e inevitabilmente finii per terra.
«Porca puttana...» sussurrai tenendomi una mano dietro la schiena.
Per fortuna caddi col sedere e non con tutta la schiena, né tantomeno con la testa, ma rimasi comunque per metà distesa a terra con le gambe in aria e i piedi poggiati sul bordo del materasso.
«Oddio, ti sei fatta male?» mi chiese Rosa avvicinandosi a carponi al bordo del letto e guardandomi dall'alto in basso.
Il suo tono non era tanto preoccupato, il suo sguardo lo era ancora meno, così tanto che dopo qualche scambio di sguardi scoppiò a ridere.
«Sei proprio una stronza.» dissi tirandomi su con le braccia e scivolando giù anche con le gambe.
«Oh andiamo, non è stata mica colpa mia?» domandò lei con un tono lento.
«Si invece, mi stavi aspettando.» ribattei io mettendomi in piedi a fatica.
«Non proprio, mi ero svegliata poco prima di te e non mi andava di alzarmi. Poi ho notato che ti stavi muovendo e ho fatto finta di dormire, ma questo non significa che ti ho spinta io giù dal letto.» mi spiegò lei con calma.
«Metaforicamente parlando sì, sei stata tu.» replicai nervosamente.
«Esagerata.» ribatté lei trattenendo una risata.
«Non ti senti nemmeno in colpa, non ti importa nemmeno che mi sia fatta male.» continuai tenendo una mano dietro la mia schiena.
«Ma non è vero, quella è stata la prima cosa che ti ho chiesto.» contestò lei con un tono quasi offeso.
«Prima di scoppiare a ridermi in faccia.» dissi facendo un passo vicino al letto e sentendo una leggera fitta sulla natica sinistra.
«È stato troppo divertente, mi dispiace.» continuò lei sorridendo. «Ti fa tanto male?» aggiunse in tono più serio notando che mi tenevo una mano dietro la schiena poco sopra al sedere.
«Abbastanza...» dissi cercando di avere un tono neutrale, ma la sua risata aveva colpito nel profondo.
«Allora mettiti a letto, rilassati, io vado a vedere se hanno qualcosa per te.» commentò lei tirandosi velocemente su e armeggiando tra i vestiti che aveva nel trolley.
Si mise una camicia bianca, un pantalone di un blu particolarmente scuro e con le ciabatte fornite dall'hotel si allontanò verso la porta. Ci mise pochi minuti per tornare, e lo fece esattamente come se ne andò: con la camicia completamente aperta.
«Sul serio sei uscita così?» le chiesi non appena si avvicinò al letto, io ero seduta al centro del materasso.
«Così come?» domandò lei senza capire.
Io abbassai il mio sguardo sul suo busto parzialmente scoperto, le feci un cenno lì e poco dopo anche lei abbassò il suo sguardo. Si guardò per mezzo secondo e poi riportò il suo sguardo verso di me sorridendo.
«Dovevo fare in fretta.» disse. «Tra l'altro sono stati anche più gentili, mi hanno dato sia la pomata che il ghiaccio secco, così evitiamo di comprare qualcosa più tardi.»
«E tu pensi che se fossi andata ben coperta non ti avrebbero dato nulla?» le chiesi con fare ironico.
«Magari no, ma non lo scopriremo mai.» ribatté lei ridendo. «Adesso voltati e sdraiati così proviamo a non peggiorare la situazione.»
«Guarda che non è così grave.» dissi trattenendo l'imbarazzo.
«Lo dici adesso, lasciati mettere almeno il ghiaccio.» continuò lei sedendosi accanto a me.
Io ero abbastanza titubante, non mi fidavo per niente, e quella situazione mi metteva a disagio. Rosa sembrava tranquilla, non aveva brutte intenzioni, o almeno così sembrava. Dopo varie altre lamentele mi lasciai convincere, mi voltai a pancia in giù e mi distesi completamente scoprendo la parte bassa della schiena, appena sopra al sedere. Lei fu stranamente delicata, non me lo aspettavo. Quel giorno si comportò in maniera completamente diversa con me, fu più dolce, più premurosa. Continuava a mettermi quel ghiaccio sulla botta ogni tot di tempo, diceva che dovevo tenerlo addosso un quarto d'ora alla volta. Restammo in camera per più tempo del previsto, inizialmente avevamo progetti, posti da vedere, ma dato ciò che successe decidemmo che non era il caso di muoversi. Mangiammo lì, in camera, ci facemmo portare il pranzo e passammo mezza giornata a guardare la tv fianco a fianco.
«Sai, non è poi così male restare a letto a non fare nulla.» commentò lei dopo qualche minuto non appena finimmo di pranzare.
«Lo so, sei tu che mi critichi sempre.» ribattei io con un sorriso.
«Io non ti critico, dico solo che c'è tanto altro da fare nel mondo oltre a guardare la tv.» contestò lei.
«Tipo ubriacarsi e andare col primo che capita?» domandai con fare ironico.
«È successo solo una volta, e non puoi biasimarmi per questo, era davvero carino.» si giustificò lei.
«Si si, certo, "somigliava a Bradley Cooper" ricordo.» ribattei con fare ironico. «Peccato che quando è finita la sbronza non hai più voluto vederlo.»
«Ha iniziato a parlare di famiglia, di volere dei figli.» continuò lei in tono sconvolto.
«Aveva 50 anni, è normale che volesse sistemarsi.» replicai io.
«Ne aveva 46, e per sistemarsi ha avuto ben 16 anni.» disse lentamente.
«Quindi dici che se non ci si crea una famiglia entro i 30 anni allora non lo si farà più?» le chiesi con fare ironico.
«Beh no, ma non mi piacciono i bambini, e mi sento troppo vecchia per averne uno mio.» mi spiegò lei con fare quasi imbarazzato.
«Hai solo 38 anni, nemmeno li dimostri.» replicai in tono fermo, e lo credevo sul serio.
Era bella, era una donna non una ragazza, ma non sembrava così vecchia come a volte diceva di sentirsi.
«Carina che sei.» commentò lei sfiorandomi una guancia. «Tu potresti farci un pensierino, sarebbe carina una piccoletta con i tuoi occhi.»
«E tu potresti entrare in politica facilmente con tutte queste minchiate che dici ogni giorno.» ribattei con fare ironico, ma più per l'imbarazzo che provavo che per altro.
«Antipatica.» replicò lei togliendo la sua mano dal mio viso. «Se non avessi questa parlantina non potrei vendere i tuoi libri.»
«Seh certo, i miei libri si vendono da soli.» ribattei in tono fermo.
«Facciamo così, adesso prepariamoci, poi più tardi sarai tu stessa a chiedere ai tuoi lettori se è come dici tu o come dico io.» continuò lei con fare divertito.
«D'accordo.» concordai io tirandomi lentamente su.
La parte bassa della schiena mi faceva ancora male, ma rimase solo un leggero fastidio dopo la pomata e il ghiaccio che ci mise Rosa. Lei in quel momento si vestì in modo più formale, con un pantalone aderente e quella camicia che si mise qualche ora prima per scendere giù, anche se in quel momento la chiuse. Io feci lo stesso con una camicia rossa, delle bretelle nere e un pantalone nero. Con calma scendemmo giù e ci avviammo verso la libreria oltrepassando le vie del centro della città. Io e Rosa camminammo fianco a fianco per tutto il tempo, andammo con calma, senza fretta. Ci mettemmo un quarto d'ora ad arrivare, quasi venti minuti, e quando vedemmo la libreria da lontano notai anche una quindicina di persone in fila davanti all'entrata. Non erano molte, di solito ce n'erano di più, ma noi arrivammo lì con un'ora di anticipo, e loro fecero lo stesso. Erano perlopiù ragazze tra i 15 e i 35 anni, più o meno il mio target. Non appena fummo più vicine, anche loro mi videro, mi riconobbero subito e io mi sentii parzialmente in imbarazzo. Non mi piaceva molto mostrarmi in quei momenti, star lì per pubblicizzare il mio libro. Credevo davvero che una buona storia si vendesse da sola, senza l'autore che ne parlasse, e io credevo molto nelle mie storie. La parte del mio lavoro che non mi piaceva era quello. Amavo avere a che fare con il parere dei miei lettori, amavo fare conversazione con loro se mi chiedevano qualcosa sui social, ma incontrarsi fisicamente lo trovavo stancante. Dovevo cercare di tenere lo stesso tono con tutti, e se magari facevo una foto con qualcuno poi la chiedeva anche quello dopo, e quello dopo ancora. Se abbracciavo qualcuno dovevo fare lo stesso con il successivo e così via, e io odiavo abbracciare chi non conoscevo. Mi tenevo alla larga anche da alcuni parenti, persone che conoscevo da una vita, ma davanti a dei fan delle mie storie dovevo cercare di avere un atteggiamento più aperto, espansivo, anche se la cosa mi metteva a disagio. Salutai con un ampio sorriso le ragazze che erano lì e loro ricambiarono il saluto con estremo entusiasmo, mi sentivo quasi una persona famosa, eppure sapevo di non essere chissà chi. Passammo accanto a tutte loro, ed entrammo quasi subito in libreria.
«Pensavo ce ne fossero di più.» sussurrai a Rosa non appena oltrepassammo le porte.
«In effetti ce ne sono di più.» ribatté lei con fare parzialmente ironico.
Io non capivo cosa intendesse, alzai lo sguardo su di lei e la vidi farmi cenno poco più davanti a noi, così mi voltai in avanti e vidi quasi il doppio di quelle persone sedute su delle sedie ben posizionate davanti ad un leggio. C'era un piccolo cartonato con la copertina del mio libro sulla sinistra del leggio, e alle sue spalle c'era un tavolino con una cinquantina di copie. Attorno a noi la libreria era normale, c'erano libri ovunque su tanti scaffali ben organizzati, non sapevo come fosse quella libreria senza lo spazio adibito al firmacopie ma quella era ugualmente molto spaziosa.
«E le ragazze che sono fuori?» chiesi a Rosa senza capire cosa aspettassero.
«Immagino che non abbiano fatto in tempo.» disse con calma.
«"Fatto in tempo" per cosa?» continuai fermandomi all'improvviso.
«Beh per pagare un posto a sedere.» mi spiegò lei fermandosi poco dopo di me.
«In che senso? Fate pagare l'ingresso come se fosse una discoteca?» domandai nervosamente.
«No, non proprio, le facciamo pagare solo per ascoltarti.» continuò lei come se fosse normale.
«Per ascoltarmi? Che stai dicendo?» continuai io che sul serio non capivo.
«Sai come funziona. Adesso tu andrai lì con una copia del tuo libro, leggerai una parte qualsiasi e poi perderemo un po' di tempo con le domande.» commentò lei.
«E quindi? Pagano l'ingresso per farmi delle domande?» ribattei io sempre più nervosa.
«Non è poco, tu spendi comunque il tuo tempo.» replicò lei.
«E perché quelle ragazze sono lì fuori?» continuai.
«Magari non possono pagare, o hanno rifiutato di farlo, oppure la libreria vuole che ci siano solo persone sedute a fare domande.» ipotizzò lei che a quanto pareva non conosceva proprio tutto.
«Questa è una stronzata.» dissi allontanandomi velocemente da lei.
«Andiamo, Andrea, lo abbiamo sempre fatto.» commentò Rosa venendomi dietro.
«E allora è sempre stata una stronzata, come potete decidere chi far star dentro e chi fuori?» le chiesi voltandomi e fermandomi di fronte a lei.
«Noi non decidiamo proprio niente, offriamo qualcosa in più per chi può spendere.» mi spiegò lei con calma.
«Oh certo, e poi che cos'altro farete? Farete pagare anche delle foto o un semplice "ciao" da parte mia?» continuai cercando di contenere il mio tono, ma mi sembrava una situazione assurda.
«È solo business, Andrea, non te la prendere. Stiamo vendendo anche te, la tua persona, non solo i tuoi libri.» ribatté lei, e forse aveva ragione, ma a me non piaceva.
«Io non ho niente in più di queste ragazze, ok? Ho solo scritto dei libri, il mio tempo non vale più del loro.» commentai allontanandomi di nuovo da Rosa.
«Dove stai andando?» mi chiese.
«Faccio entrare quelle ragazze.» dissi avvicinandomi all'entrata.
«No, dai, non puoi farlo.» mi fermò lei.
«Perché no?» domandai tenendo lo sguardo fisso sui suoi occhi.
«Perché non hanno pagato.» rispose lei tranquillamente, ma a me non importava.
«Beh fanculo, pago io per loro. E la prossima volta voglio essere a conoscenza di ogni minimo dettaglio, altrimenti questo potrà tranquillamente essere l'ultimo firmacopie a cui mi presenterò.» le dissi in tono piuttosto duro.
Sapevo che c'erano cose di cui non ero a conoscenza, sapevo che per prenotare dei luoghi in cui fare dei firmacopie ci volevano un sacco di soldi, ma non volevo che quei soldi provenissero da chi leggeva le mie storie. I libri avevano sempre un prezzo alto, dal primo al terzo il costo era aumentato di quasi il 50%. Sapevo che era una cosa giusta, che bisognava approfittare della propria fama, ma non mi piaceva. Arrivai velocemente davanti alla porta vetrata del negozio senza Rosa che si fermò molto prima, aprii quella porta e mi affacciai fuori dicendo alle ragazze di entrare.
«Preferiamo aspettare qui.» disse una di loro, era piccolina, poco più bassa di me ma si vedeva che era giovane.
«Vi hanno detto che bisogna pagare per ascoltarmi e fare domande?» chiesi a tutte.
«Si, ma non fa niente.» disse un'altra.
«Già, io sono felice anche solo per essere qui.» continuò quella ragazzina.
«Si, aspettiamo il momento in cui inizierà il firmacopie, non è un problema.» disse un'altra ancora.
«Non mi va che voi restiate qui.» ribattei io. «Venite dentro.»
«Ma non possiamo pagare.» commentò la ragazza più piccola.
«Non dovete pagare nulla, siete con me, ok?» dissi, e quella ragazzina si tuffò contro il mio petto abbracciandomi.
«Grazie.» disse stringendomi forte e poi lasciandomi andare.
«Non sto facendo nulla, al massimo vi renderò partecipi di una noia mortale: me che leggo il mio libro.» dissi con fare ironico.
«Non può essere noioso, ho letto gli altri due e sono fantastici.» disse una ragazza, in quel momento non lo sapevo ma lei avrebbe potuto intaccare la mia reputazione.
In quel momento fu gentile, tranquilla e anche carina, qualche giorno dopo invece non l'avrei pensata allo stesso modo. Non ci pensai troppo in quel momento, la ringraziai semplicemente e feci entrare le ragazze in libreria. Dissi a tutte di seguirmi e le accompagnai verso la postazione piena di sedie già occupate. Le lasciai lì e mi inoltrai in mezzo alle due file di sedie non appena Rosa mi chiamò. Lei era già lì, stava prendendo tempo, stava parlando dei miei libri e fu proprio quando mi vide che mi chiamò per intervenire. Sapevo già come funzionava, dovevo leggere qualche riga che mi piaceva di più del mio ultimo libro, ma non sapevo mai quale scegliere. Ero indecisa su tre scene e in quel momento ci andai piano.
«Salve a tutti...» dissi non appena presi il posto di Rosa dietro al leggio. «Innanzitutto volevo ringraziarvi tutti per essere qui, mi rende davvero orgogliosa vedere tante persone qui per le mie opere.» continuai lentamente.
Non erano tantissime, quella parte del firmacopie era assistito da pochi mentre il firmacopie vero e proprio era ad un orario differente, poco più tardi, il tempo di dire due parole e rispondere a qualche domanda. Poi si sarebbe riempita la libreria.
«Credo che voi sappiate di cosa parla questo mio libro.» dissi sfogliando qualche pagina. «I libri che ho scritto fino ad ora sono tutti collegati, la trilogia parla della storia di Veronica, dalla sua nascita fino alla sua morte.» continuai. «È una storia come tante, può essere la storia di tante persone. "Nasci, cresci, ti innamori e inizi a bestemmiare".» dissi con un sorriso sentendo ridere alcuni. «Si, era questo il motto di Veronica.»
Quel mio personaggio aveva tanti lati di me, soprattutto l'ironia, quella era una cosa che i miei personaggi avevano sempre, mi piacevano le persone ironiche e mi piaceva esserlo io stessa. La storia di Veronica era in parte simile alla mia, lei aveva genitori più severi, più tradizionalisti, ma a parte quello non c'erano enormi differenze. Lei si sentiva invisibile, un po' come me durante gli anni dell'adolescenza. In quegli anni incontrò una donna, Cristina, che le fece scoprire molte cose di sé, soprattutto la sua sessualità. Veronica amava quella donna, fu la sua prima storia in assoluto, le piacevano anche i ragazzi ma nessuno l'aveva mai notata molto, prima di Cristina almeno. Quella donna la fece letteralmente sbocciare. La fece uscire dal suo guscio, le diede sicurezza, e le insegnò a vivere. Nel mio primo libro parlai di Veronica da quando nacque fino ai suoi 20 anni, conobbe Cristina quando ne aveva 17 e lei ne aveva 30. Nel secondo libro proseguii per i successivi 10 anni senza Cristina, ma in quell'ultimo libro quel primo amore tornò forte, prepotente, nella vita di Veronica.
«Ho letto le recensioni, so che non a tutti piaceva Cristina, che molti erano felici di leggere una fine tra loro due ma a volte un amore finito ritorna.» dissi con un piccolo sorriso. «Non vi dirò come finisce ma voglio leggervi la scena del loro primo incontro dopo il ritorno di Cristina...» dissi cercando la pagina segnata.
Il libro che avevo davanti era di Rosa, lei aveva segnato quella scena perché le piaceva molto, e io la trovai facilmente grazie al segnalibro di un gattino tra le pagine.

Di notte.Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora