Nostalgia del mio ex mondo

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Dove sono tutti i miei alberi,i mie animali,la mia libertà?.
Dov'è la mia vita? E dove sono finita?.
Ero un povero uccellino che all'inizio svolazzava da per tutto,si spostava felicemente da una zona all'altra ;andava dove voleva,superrava i confini,nessuno le ostacolava, nessuno le poneva cosa fare o cosa non deveva fare; imaparava dai suoi sbagli.
A volte, magari capitava che cadeva e si feriva profondamente ma aveva avuto sempre il coraggio di rialzarsi da sola, nonostante le ferite le bruciava.
A volte ci impiegava giorni ma riusciva sempre a trovare la forza di continuare ad andare avanti; non si arrendeva mai.
Capitava di perdersi ma in un modo o in un altro ritrovava la via giusta.
Non aveva il limite e non si limitava.
Prima era libera,libera di sciegliere da se la sua destinazione ed era autonoma.
Aveva perso il suo nido però non era solo ma era in compagnia con altri della sua specie.
Poi lo catturano e addio alla sua autonomia,alla sua libertà e alla sua vita.
Finisce dentro ad una gabbia non poteva fare più fare nulla ,a parte stare fermo ed accovacciarsi a se stessa; sperando un giorno la libertà.
Aveva paura di impiegarci troppo tempo o di non ritrovarla.
Si sentiva vuoto con doppio stato d'animo, felice e triste.
Felice perché non le mancava nulla,mangiava senza dover far fattiva ,senza andare a caccia e aveva tutto il necessario anche oltre.
Era felice di avere una buona compagnia,di avere qualcuno che le ami e che prendeva cura di lei; Peró quello che aveva non le bastava perché era triste e sola anche se sola non era, se solo riusciva a comunicare e a farsi capire. Ma in che modo?
Quando erano diversi in tutto.
Come faceva a farsi capire con il suo pio pio? L'unica soluzione erano i gesti però non bastavano.
Sperava solo che un giorno si accorgono di lei e capiscono il bisogno che aveva della sua libertà.
L'unica cosa che le rimaneva il bellissimo ricordo del suo mondo.
Guardava dalla gabbia i suoi simili svolazzare in libertà all'aria aperto e guardava quel posto strano dove si ritrovava, dove sperava e sperava e teneva in sè il pensiero che un giorno sarà libero.
Era brutto sentirsi così però questo era la sua realtà o l'accettava oppure non poteva fare altrimenti,non aveva via di scampo perché ora mai quello che l'aveva catturato si era affezionato tal punto che non riusciva a vedere la sua solitudine e la sua tristezza.
Io mi ero sentita così nei primi anni, perché essendo che ero abituata ad avere la massima libertà e ritrovarmi di punto in bianco stare quasi sempre in casa non ce la facevo.
Era più forte di me!.
Volevo riavere la mia vita,quella spericolata vita che però a me piaceva molto e mi rendeva felice.
Era vero che in africa avevo solo una piccolissima parte di quello che ho ora; peró quel poco che avevo mi bastava e mi rendeva felice assai.
Non ne potevo più di quelle regole e di quel "sei troppo piccola".
Nella vita ci stanno le regole però questi sono troppi, ed io non sapevo fino a che punto potevo tollerarle.
Non avevo via di scampo,mi sentivo rinchiusa in una gabbia.
Non potevo fare altrimenti che obbedire e rispettare.
Vivono così i bambini di quasi nove anni in questo posto? Mi ero domandata.
Da una parte volevo dirlo a mia madre di come mi sentivo e cosa provavo però avevo paura, paura di non essere capita e fraintesa.
In fin dei conti era questo che volevo dal primo giorno che avevo iniziato a capire, solo che viverlo nei sogni è diversa dalla realtà.
Ogni tanto mi mettevo accanto alla ringhiera del balcone e fantasticavo ad occhi aperti;rivivevo la mia ex vita. Sperando che un giorno mia madre capisca che potevo badare a me stessa e di lasciarmi andare a giocare da sola con altri bambini.
Avevo paura di ferire i sentimenti di mia madre, oppure quando ci provavo, sembrava che io parlavo in un'altra lingua conosciuta solo da me perché non mi capiva.
Anche perché dopo i miei due anni in Italia avevamo già iniziato a non andare tanto d'accordo.
Bastava una piccola banalità per farci litigare.
Eravamo opposte,io non capivo lei e lei non capiva me.
Ricordo il mio primo giorno di scuola, quando avevamo litigato pesantemente perché voleva che io mi vestivo in mondo però a me nel suo modo non piaceva.
Era come se mi voleva viziare; ma io non sapevo cosa era il vizio e tutto quell'attenzione era troppo per me anche perché ero abituata a fare tutto da sola.
Ero molto sveglia ed apprendevo velocemente.
Pochi mesi dopo dal mio arrivo avevo imparato la cucina italiana, a parte che sapevo già cucinare prima di arrivare come sapevo anche lavare i piatti, lavare i panni a mano e fare tante altre cose.
Quando mamma non c'era a casa facevo io i lavori domestici tra cui cucinavo per me e Michele. Ma il bello era che lui aveva sempre da dire su qualsiasi cosa che facevo io eppure lui non muoveva un dito.
A volte sapeva essere veramente insopportabile non so se lo faceva apposta o no.
Io stavo quasi sempre in casa quando non andavo a scuola,ogni tanto Michele mi portava a parco come ogni tanto uscivamo tutte e tre insieme.
Un giorno avevo deciso di andare in oratorio e avevo chiesto a mia madre :
"Mamma posso uscire per andare in oratorio,lí si ritrovano tutti i giorni le miei amiche di scuola e loro mi chiedono sempre di andare; dicono che è un bel posto c'è il bar e i giochi. Sabato e la domenica pomeriggio dopo la preghiera fanno i giochi di gruppo anche la merenda,posso andare madre?"
"No!".
"Va bene, non vuoi che vada da sola e se mi accompagni te?"
"Ti ho già detto di no e non insistere".
"Che palle che sei, non ti ho mica chiesto di andare chissà dove, vorrei solo andare in oratorio come fanno tutte le persone della mia età, perché? perché non me ne sono restata dove ero e perché te ne sei ricordata di me? non potevi lasciarmi dove ero? anziché portarmi cua a deprimermi insieme a te anzi insieme a voi?."
Così me ne ero andata in cameretta mia sbattendole la porta in faccia.
"Ehi signorina per cominciare che tu voglia o no,io sono tua madre e non mi dici che palle e non mi sbatti la porta in faccia poi mi devi ringraziare".
"Allora grazie, grazie di avermi torta la felicità grazie di cuore. Cavoli preferisci il tuo compagno che me, io che sono tua figlia!; era meglio quando....."
"Dai completa la frase quando che cosa?!".
"Lascia stare che é meglio tanto fai sempre finta di non capirmi. Dato che tu non mi vuoi accompagnare me ne vado da sola e mi ero avvicinata alla porta".
"Angel non ti permettere di aprire quella porta, se lo fai vedi".
"Vedo cosa madre? poi me ne ero messa a ridere. Ora che hai deciso di fare la mamma e tutti gli altri anni che mi avevi abbandonata ?e allora?. Se tu non mi avessi lasciata là mi avresti cresciuta ed educata come volevi te". Dopo di che ero uscita di casa piangendo e mentre mia madre versava le lacrime.
Lei mi aveva afferrato la mano però Michele le aveva detto di lasciarmi andare.
Ero un pó dispiaciuta però non tanto perché come al solito preferiva Michele che me.

Le mie lacrimeLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora