Un mese da esule recluso, ma quanto era dolce la prigionia per chi non aveva altra casa che quella, quanto era serena la tenebra se all'orizzonte vedeva un sogno sorgere.
Non poteva uscire neanche per fare la spesa qualcuno avrebbe potuto vederlo ma non gli serviva mangiare quando sapeva che era vicino alla sua Rosa, la possibilità di poter intervenire in qualunque momento qualunque cosa fosse successa lo tranquillizzava più di ogni altra cosa.
Ogni giorni aveva il suo peso nel bilancio delle emozioni e il giorno si avvicinava ineluttabile.
Era passato quasi un anno da quando sulla scacchiera era comparsa la regina rossa
Un anno che è sembrato un ora, ancora qui, ancora noi, ancora spezzati ma ancora in piedi...
Per ora.
Tra i due non so dire chi era più trepidante che arrivasse quel giorno, lei che allegra lo immaginava e organizzava o lui che minuzioso rifiniva il regalo per lei.
Maia sapeva che era li, non avrebbe potuto non saperlo così approfittava del fatto che non potesse avere altri disturbatori per recuperare il tempo perduto.
Io cercavo sinceramente di non farmi notare troppo, anzi tentavo di parlargli il meno possibile quando andavo a trovarlo, Maia non era della stessa idea.
Dato che a casa sua c'era sempre baraonda e che aveva degli esami da portare a termine decise di approfittare del silenzio del castello per concentrarsi meglio.
Arrivava alle 10 di mattina circa e se non saliva lo chiamava per dirgli che non sarebbe salita, giusto il tempo di svegliarlo.
Restava fino all'ora di pranzo e poi si metteva a cucinare, decideva sempre lei cosa mangiare e benché sapesse dei suoi disturbi alimentari, decideva di cucinava sempre qualcosa che gli faceva male.
Poi il pomeriggio si metteva a guardare la TV.
La sera cucinava di nuovo ciò che più gradiva e la sera di nuovo a guardare la TV fino a che non si addormentava sul divano per svegliarsi quando era più tardi e tornare a casa.
Di lui mi sorprendeva lo stoicismo dello stare zitto a farsi privare della sua libertà.
Ci furono sere in cui lei aveva dei crolli, allora lui si atteneva al solito copione, la stringeva e la accarezzava zitto fino a che non smetteva di piangere.
Poi arrivò il suo momento di vacillare, di mostrare il fianco perché nel frattempo Selene pur non essendoci e non sapendo niente, permeava l'aria, c'era il suo regalo all'ingresso che ogni giorno acquisiva un nuovo particolare, c'era la periodica notifica della sua voce; allora ogni tanto quella maschera di invincibilità che teneva addosso quando lo guardavano, crollava e sfuggirono le paure di fallire, di non farcela, di sbagliare a parlare o di essere scoperto ma soprattutto di dover portare il peso di quel segreto.
Lei rispose: "hai rotto con questa Selene, Selene, Selene, sempre Selene, non rompere il cazzo"
Quelle parole come pesanti rintocchi di campane a mezzanotte che vibrano e scuotono.
Io non c'ero quando accadde questa conversazione, ma sono sicuro come sono sicuro che domani sorgerà il sole del fatto che le rispose con il suo ghigno.
Con il tempo le cose peggioravano e la libertà che già non aveva gli era sempre più limitata.
Iniziarono a salire anche le sorelle di Maia e dato che avevano le chiavi di scorta di casa sua, non serviva bussare o chiedere il permesso.
Mi raccontò di quando si svegliò una mattina presto per dei rumori e vide la sorella di Maia che stava prendendo il latte, "scusa, non volevo svegliarti, ho preso il latte" e se ne andò.
Mi raccontò di quando si era messo a fare un bagno che sperava fosse rilassante e ebbe la malsana idea di tenere il telefono in silenzioso, così in 10 minuti si ritrovò Maia in casa dicendo che era preoccupata che non rispondesse, e poi vennero le altre due.
Con il tempo chiaramente il cibo scarseggiava, provò ad andare a fare una modesta spesa in orari in cui era sicuro di non essere visto ma se raddoppi i commensali il cibo finisce in metà del tempo, così quando il cibo iniziò a scarseggiare Maia iniziò a scendere a mangiare, senza dire nulla e lui ne era sollevato, perché così non era costretto a mangiare cibo che sicuramente gli avrebbe fatto male, lui che passava giorni interi senza mangiare e ne era soddisfatto.
Io stranito dalla sua tempra infinita, io non avrei resistito, lui non avrebbe resistito, nessuno avrebbe resistito, allora perché non diceva niente e le permetteva tutto ?
Quando glie lo chiesi vidi quello sguardo...
Spalancò gli occhi e implacabile si disegnò un tetro sorriso sul suo volto che scoppiò in una contenuta risata.
"Nick, ti ricordi perché è scoppiato il casino un anno fa quando è scoppiato, se ti ricordi bene Maia affermava e afferma tutt'ora che lei si è offesa e ha fatto saltare tutto per una frase che ho detto, è chiaramente un pretesto, uno di quelli che ripeti a te stesso da tanto tempo che riscrivi i tuoi ricordi e lo rendi la tua verità, però è comunque girato tutto intorno a quella frase, ricordi quale ?"
"Lei si arrabbiò quando tu le dicesti che lei non si è mai preoccupata di te"
"Esattamente amico mio, esattamente"
Si voltò e cambiò stanza come se quello fosse fin troppo eloquente come risposta, io lo seguii e per un momento un piccolo brivido mi attraversò la schiena, avevo già visto quell'atteggiamento, quello sguardo e mi spaventava come la prima volta.
"E quindi ?" Chiesi quasi tremante.
Lui spavaldo e possente si buttò in un balzo sul divano e tirò un sospiro di sollievo, come si fosse tolto un grande peso dall'anima, poi si alzò senza mani, quasi meccanico e intercettò il mio sguardo, di nuovo occhi spalancati, niente sorriso, serio e autoritario, di nuovo mi spaventava.
"Allora io ho vinto, ho dimostrato di avere ragione semplicemente stando zitto e lasciandola fare, ho dimostrato che lei nel momento del bisogno si gira e si girerà sempre dall'altra parte, sia per le cose banali come lavare i piatti che lei stessa a sporcato o prendere il latte che sua sorella ha finito, sia nelle cose più grandi come esserci durante un momento di down, e io, io invece ci sono stato per i suoi comunque, in ogni singolo gesto subito in questo periodo di esilio, io ho vinto, io ho dimostrato inconfutabilmente che ho ragione, l'ho avuta e continuo ad averla, a lei non è mai importato nulla se non di perdere chi si occupava di lei"
Poi quella carica di rabbia e rancore si esaurì all'improvviso e si calmò.
Si abbandonò e crollò sul divano.
Quasi si fosse spaventato di se stesso, come avesse preso coscienza di ciò che stava facendo.
"Ma perché non le hai detto niente, bastava anche meno per dimostrare tutto ciò, perché non l'hai fermata, e poi dimostrare a chi, pensi che io e Elio abbiamo dubitato per un secondo potesse avere ragione lei ?"
Sconsolato e ora mai ripresosi fissò il soffitto in sguardo di pentimento.
"Tu e Elio mi avreste creduto a prescindere perché vi fidate, ma io vi ho dimostrato che dietro la vostra fede c'è qualcosa di solido a cui credere, che non servono le mie parole ma i gesti e gli eventi che voi stessi potete giudicare e decidere se ho ragione o no"
Poi fece un ghigno malinconico ed esausto.
"Perché non l'ho fermata ?
Perché lei aspettava questo, qualunque cosa io le avessi detto, in qualunque modo, anche il più calmo, il più scherzoso e tranquillo lei lo avrebbe preso come una scusa per accusarmi di essere sempre il solito mostro e avrebbe iniziato una conversazione infinita dove lei dice di voler chiudere con me e che me lo ha detto e che lo sapeva ecc. e io non ho la forza di affrontare quella conversazione, non ho la minima intenzione di sentire le solite accuse basate sul nulla che mi lancia ogni volta e anche risponderle, anche ascoltarla richiederebbe un minimo insignificante impiego di energie che non ho intenzione di impiegare per una cosa così futile o per una persona così"
Quelle parole valevano più di una condanna a morte.
lo guardai come si guarda un bambino innocente che ha commesso qualcosa di terribile, non lo puoi condannare perché è innocente e sai che per quanto possa pesarti quella vista peserà molto di più a lui.
"Penso che non esista cosa peggiore che tu potessi dire N, tu hai detto letteralmente che lei non vale neanche lo sforzo di ucciderla, non vale neanche lo sforzo di scacciarla..."
Diedi il tempo alle mie parole di attecchire e ripresi: "... lei ti ama, lo sai, e lo so io e lo sa Selene, forse l'unica che non lo sa è proprio lei, non merita questo"
Si sollevò piano, aveva gli occhi appena aperti e un dubbio sorriso carico di tristezza. Le guance scavate, le stelle curve come se non reggessero il peso della testa.
"Guardami Nick"
"Ti vedo"
"No, guardami Nick; sono stanco di lottare"
Scoppiò la malinconia in lui, la tristezza, la stanchezza, un anno di Maia, un' anno di Selene, una vita da Naos, il peso di tutte le vite che sono passate e che anche solo per un pò si è caricato sulle spalle, le battaglie, il sangue buttato c'era tutto, c'eravamo tutti in quello sguardo.
L'ho visto con i pugni insanguinati al muro, l'ho visto urlare alla note, l'ho visto ferito, l'ho visto distrutto ma non ho mai dubitato potesse farcela, mai, mai per un secondo perché solo lui si era spinto così in basso ma solo lui poteva risalire, ogni volta vedevo in lui una forza indescrivibile sopita e ho sempre saputo che per quanto potessero colpire forte gli eventi lui avrebbe sempre vinto perché non si sarebbe mai arreso.
Ora però era tutto diverso, era tutto cambiato dopo Selene e quella forza misteriosa e implacabile che ha sempre avuto, ora non c'era più.
Rimaneva solo l'uomo.
"Ehi, tutto apposto ?"
"Io lo so che mi ama, so che tutto quello che fa non sono altro che i raffazzonati gesti di una poveretta confusa che si è trovata tra le mani qualcosa di più grande di lei, lo so che non è cattiva, ma non mi basta, non è ciò di cui ho bisogno, mi hai visto poco fa"
"Si e sinceramente non credevo ti avrei rivisto così"
"Perché io non sono così, non lo ero e non voglio esserlo e non è ciò che voglio vedere tutte le mattine quando mi guardo allo specchio"
Ora anche il puzzle di Naos era svelato finalmente.
L'ho visto essere la persona più bugiarda che io abbia mai visto e forse che vedrò, quasi patologicamente come se non lo controllasse perché mentiva anche quando non aveva senso mentire per delle cose minime e insignificanti e la stessa persona ora non riusciva nemmeno a nascondere la verità e obbligato a mentire sapeva si sarebbe sentito in colpa per tutta la vita.
Ho visto un manipolatore che riesce a piegare la volontà più ferrea, che giocava con le persone come fossero stati insignificanti pupazzi scadenti e ora che si impegnava con tutte le forze di raccontarsi e farsi capire, lo stesso che poteva convincerti che il sole è freddo.
Ho visto un freddo calcolatore in-biasimabile che  pianificava le parole, i gesti e le giornate in modo da ottenere il più possibile dalle persone, pianificava gli sguardi, i momenti e creava le situazioni al punto da piegare il fato, ora inerme e tranquillo a farsi trascinare dalla corrente di ciò che accadrà.
E la risposta a tutto questo paradossale e intricato marasma di personalità che convivevano lo stesso spazio nello stesso momento è sempre stata davanti a me, semplicemente sbagliavo direzione dove guardare.
La risposta non era lui.
Era lei.
Nessuno è un isola, le persone ci cambiano e noi cambiamo in relazione alle persone, è il principio dell'evoluzione stessa l'adattamento e lui ne era l'apoteosi nei suoi comportamenti.
Era talmente tanto soggiogato dalle persone che ha incontrato, ha sempre avuto tanta paura di essere ferito che cambiava in base a chi aveva davanti e a cosa richiedesse la situazione, e lo ha fatto tanto da dimenticare chi fosse realmente.
Sono sempre state le persone a renderlo come era, quello sguardo famelico era figlio di Maia, non suo.
Selene lo disarmava.
Selene gli mostrava che oltre i guerrieri invincibili che aveva creato c'era ancora lui.
È sempre stato questione di ciò che ti rendevano gli altri amico mio, di ciò che serviva a loro e a lei non serviva nulla, ecco perché dicevi sempre che lei era più forte di tutti noi, ed ecco perché avevi la certezza che sarebbe durata per sempre con lei, perché eravate perfettamente uguali, perché lei aveva tante maschere quante ne contavi tu e tu la disarmavi allo stesso modo, a te non poteva dire che la verità come tu con lei.
Eravate speculari e combattevate ad armi pari, tanto che vi annullavate a vicenda fino a restare solo voi.
Scusa amico mio se ci ho messo così tanto a rendermene conto, perdonami se puoi.

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