Una nuova vita

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MARCO POV.

Il rumore della porta d'ingresso che si chiude mi sveglia.
Mi strofino gli occhi con le mani e mi metto a sedere fissando quasi maniacalmente la sagoma di Luca ancora stampata sul letto.
È passata una settimana dal mio arrivo a Londra, e lui ha ripreso a lavorare.
Non abbiamo mai toccato l'argomento lavorativo, quindi solo ieri ho scoperto che gestisce un giornalino, molto letto a quanto pare.
Non avevo mai sperato in una vita così a Catania, e non avevo mai pensato a questo. È così strano, che non mi sembra neanche vero, ma lo è.
Osservo l'orologio, sono le 8:30, e decido che è ora di alzarmi. Luca mi ha lasciato solo quì, in questo luogo sconosciuto. La sua casa mi è ancora estranea, quindi, vago per le stanze in cerca di qualcosa da fare.
Ci sono: una stanza per gli ospiti, uno sgabuzzino e due bagni al piano di sopra; la cucina, il grande salotto e un altro bagno al piano inferiore.
Non trovo niente, quindi mi siedo attorno al tavolo in cucina. Solo.
Solo. È così che si sentiva lui quì a Londra? Senza nessuno con cui passare il tempo, senza nessuno da amare. E quì mi riaffiora un pensiero in mente. Ha davvero pensato a me in questi anni?
Poi ricordo...Lui aveva la sua consolazione, ma io avevo i miei amici, e solo adesso mi accorgo che sto divagando.
Poggio i gomiti sul tavolo freddo e resto a fissare il vuoto in quel muro che mi sembra ancora estraneo, ma poi qualcosa di meno estraneo mi ricorda che devo fare una cosa.
Mi vesto alla svelta. Sciarpe, maglioni e scarponi per adattarmi al clima londinese, dicembre è alle porte. Prendo le chiavi che Luca mi ha lasciato ed esco.
Tanti piccoli fiocchi cadono lentamente dal cielo, ed è uno spettacolo osservarli mentre mi accarezzano la pelle.
Sto camminando piano, osservando ogni singola persona che mi passa davanti.
Faccio un gioco con loro, anche se loro ovviamente non lo sanno.
Cerco di individuare i turisti dai londinesi veri e propri, e lì divido in due categorie.
Per ora ho incontrato più londinesi che turisti, che si contraddistinguono dalla tranquillità con cui camminano e i grandi cappotti di chi non ha mai sentito il freddo di quì. Sembra quasi divertente ma poi smetto, concentrandomi sulla mia destinazione.
I palazzi sono alti e innevati e passeggio tra essi incrociando viuzze e osservando i particolari di ogni cosa per non perdermi.
La neve cade ancora, sempre leggera e danzante e sorrido perché mi piace la sensazione fresca che mi da quando tocca il mio viso.
Osservo tutto, come le pellicce dei turisti e le valigette di chi ha fatto tardi al lavoro. I bambini che giocano con la neve mentre le madri parlano tra loro tenendo d'occhio i loro figli, e sorridendo a volte vedendoli felici. Faccio una smorfia perché non ho mai provato la sensazione di quei bambini, ma non importa, devo sentire la sua voce.
Le strade sono pulite e si respira un profumo di buono, di fresco, come la neve che ha smesso di cadere. Ora il sole si è fatto spazio tra le nuvole e illumina la strada davanti a me.
Finalmente trovo ciò che stavo cercando.
Un'alta cabina rossa come quelle che ho visto in foto è davanti a me, e sono emozionato perché cose come questa, che sembrano speciali e leggendarie, faranno parte della mia quotidianità.
Ci entro dentro, e i vetri mi permettono di vedere la strada.
Inserisco una moneta e digito il numero.
Sorrido sentendo la sua voce.

"Mamma"

Sento un sospiro di sollievo dall'altro lato del telefono.

"Marco"

Esclama dopo facendomi sorridere ancora. Parliamo un pò, e ci diciamo le stesse cose ci diciamo per messaggio, ma poi...

"Marco, sei via da una settimana, e non è niente"

Dice. La sua voce è bassa e stento a capire ciò che dice perché le auto coprono il suono della sua voce. Aspetto che continui.

"Ma ci manchi"

Esita a dire quest'ultima frase. Qualcosa dentro mi me si spegne, e qualcos'altro si accende.
Si accede la speranza di avere dei genitori, perché sento mio padre che mi saluta urlando, e si spegne quella solitudine che mi dava il loro silenzio. Infondo è vero quando dicono che una persona lontana, o persino morta, vale molto di più? O forse si stanno accorgendo solo adesso che il loro figlio conta qualcosa?

"Anche voi mi mancate"

Non mento. La sento sorridere dall'altro capo del telefono e subito dopo ho terminato il tempo a disposizione.
Inserisco un altra moneta e digito un altro numero. Stavolta è una voce maschile che risponde.

"Pronto"

È lui, lo riconosco e sorrido.

"Dan!"

Esclamo contento. Spero che i vetri della cabina siano oscurati, perché sto sorridendo come un cretino.
Converso un pò con lui come se fosse passato un sacco di tempo. Saluto Paolo, Roberto e infine il tempo scade di nuovo.
Esco dal rosso simbolo londinese e vado a sbattere contro qualcosa, o meglio qualcuno.

"Scusi!"

Esclamo aiutandola a non perdere l'equilibrio. Mi guarda e mi sorride, si porta un ciuffo dietro l'orecchio e con voce dolce dice:

"Scusa, colpa mia"

Sorride ancora e mi oltrepassa, entrando nella cabina. Lei è una....non è una londinese indaffarata, ma neanche una turista. Non lo so.
Passo avanti e sono felice di aver parlato con Daniele e mia madre e sono sorpreso da quanto mi mancano.
Torno a casa, ricordando ogni cosa del tragitto, studiando persone per poi suddividerle in gruppi.
Attraverso la strada e osservo un autobus, rosso e alto come quelli nelle foto, colmo di persone allegre, persone tristi, ritardatari e e annoiate. È incredibile, moltitudini tipi di persone in un unico posto.
Arrivo all'ingresso e con la copia delle chiavi che mi ha lasciato Luca, entro.
Il salotto è sempre lo stesso, ma sul sofà panna, c'è la giacca di Luca buttata a ferro vecchio. Sento lui che mi chiama dalla cucina e mi metto una mano sulla fronte quando sento odore di bruciato.
È già ora di pranzo? È passato così veloce il tempo.
Lo raggiungo e lo trovo girato di spalle che arneggia con una padella, e l'odore di bruciato si fa più forte.
Gli poggio le mani sui fianchi e lo bacio sul collo, sbirciando ciò che prepara. Scoppio a ridere alla visione delle cotolette nere che sta preparando. Lui ride con me e tra una risata e l'altra dice:

"Volevo farti una sorpresa...sorpresa! Non so cucinare"

Continuo a ridere e lo bacio ancora, poi prendo le redini della situazione e il manico della padella.

"Sei un danno"

Dico scherzando, ma mi guarda e non ride più.

"Il migliore però"

Aggiungo afferrandolo per il colletto della camicia per poi baciarlo di nuovo. Stavolta lo approfondisce, e mi sento bene, perché è ancora strano ma un pò di meno.
Preparo un piatto accettabile e ci sediamo attorno al tavolo.

"Come ti stai trovando quì?"

Dice prendendo un boccone.
Io annuisco, gli dico che mi trovo bene, anche se è tutto così strano.
Lui mi osserva dolcemente, come anni fa e non posso non chiedere.

"Tu come ti trovi con me quì?"

"Bene"

Risponde subito. Continua a guardarmi e sembra inquietante, ma poi ride.

"È strano, lo so"

Prende un altro boccone e continua.

"Non ci vediamo da anni. Mi hai fatto una telefonata...solo una"

"Luca"

Lo interrompo e lo guardo male. Quel tasto non avrebbe dovuto toccarlo, ma l'ha fatto. Dove vuole arrivare?
Mi guarda dolcemente, e mi accarezza la mano che ho posata sul tavolo.

"Non ti sto rifacciando niente, sto solo dicendo che è strano.
Eravamo così uniti allora, quando niente poteva separarci. Poi l'ha fatto la distanza, ed è stato un colpo basso per entrambi.
Ma adesso siamo quì. Tutti potranno pensare che è il ricordo del nostro rapporto a tenerci in vita, ma non è così"

Si interrompe, non ha più aria, e rimango stupefatto da quelle parole. Tutti potranno pensare che è il ricordo di noi a tenerci vivi come coppia. Non ci avevo mai pensato, ma so che non è così. Stacca i suoi occhi dai miei e guarda altrove.

"Non è così perché, io ti amo e non ho mai smesso di farlo"

Lo guardo. Mi guarda.
È questo che desideravo dalla mia nuova vita.

Vecchi "Amici" (In Revisione)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora