Capitolo 1°

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Ad Annalisa..

Ligny, Primavera 1815

S'era alzato il vento quella mattina.

Un vento gelido, irresistibile quasi fosse presagio di sventura. Si era alzato impetuoso e scorrendo lungo i terreni grigi, a tratti bianchi a causa della penuria delle fitte piogge, indomito, seguiva le scie dei movimenti del regio esercito francese.

Quei soldati esausti, stanchi, raccolti in religioso silenzio, raccattavano i loro effetti personali privi di ogni forma di entusiasmo nel riprendere la marcia. I campi aridi, tetri, investiti da un surreale silenzio, non conoscevano altro colore se non quello rosso. Rosso come il sangue versato dei caduti che si stendeva in sottili linee, altre in macchie più accese, che divenivano man mano più evidenti quando sconfinavano sui lembi degli avanzi di quella divisa che avevano onorato fino alla morte.

Queste linee vermiglie divenivano man mano più chiare e si confondevano con altrettante ramificazioni di un materiale più scuro. Si trattava forse di melma. Terra mischiata con acqua piovana e fango che si distendeva in una lunga scia. A quella ne seguivano altre, ridisegnate dalle orme dei corpi privi di vita, trascinati e accatastati all'interno di grosse fosse.

Queste buche erano state portate alla luce dalla fatica delle mani di uomini che erano stati raccattati nei paesi attraversati dalla cavalleria. Venivano strappati alla loro quotidianeità in cambio di quatto spicci, un tozzo di pane e un tanto decantato ideale di patriottisimo.

Quei corpi ancora sporchi di sangue e polvere da sparo, venivano ammucchiati poi l'uno sopra l'altro. Accatastati, erano alla mercè di un giovane cadetto, il quale col volto mesto, intonava, in un francese solenne delle preghiere, interrotte solo da quattro accordi di tromba. Quelle note squarciavano il silenzio che era calato dopo le urla e gli spari dei giorni di guerra.

Non appena la sua voce si dissolveva nel silenzio, lasciava che il fuoco divampasse.

I suoi occhi, fermi, non distoglievano mai lo sguardo dal più triste degli spettacoli, restava lì pietrificato, fin quando le fiamme inghiottivano le salme che scomparivano poco a poco. Era poi lasciato al vento l'onore di accompagnare l'anima di quei corpi, ridotti in cenere e polvere, al cospetto di Nostro Signore.

Seduto ai piedi di una strampalata tenda, gli occhi di un giovane cavaliere, erano fermi sullle iniziali marchiate a fuoco sulla propria spada. Le guardava con occhi lucidi, posando lo sguardo sullo stemma di quella casata che da lì a qualche settimana, avrebbe probabilmente ritrovato.

Simon era il suo nome, lo aveva ricevuto in consegna dal suo nonno, Simon Lèonard Adrien Henrique de Bourienne, del quale aveva ereditato non solo l'area altezzosa ma anche l'amore per l'arte e la letteratura. Ed in nome di quella sua segreta passione, aveva chiamato la sua spada Gramr, come quella che Sigfrido, nella mitologia norrena, usò per uccidere il drago Fàfnir. Una spada indistruttibile, forgiata nel fuoco sacro ed estrapolata da un ceppo nel quale, Odino, l'aveva conficcata.

Forte come la forza di mille cavalieri, più dura della pietra, avrebbe potuto distruggere persino un'incudine ed il giovane aveva ritrovato in lei una leale compagna di venture.

L'accarezzava con un'innaturale delicatezza poi con una pezza e del grasso animale prese a lucidarla un'ultima volta dalla cima al fondo. Un continuo e rutinario gesto col quale tentava di scacciare via il sangue delle sue vittime in maniera ossessiva. Ne aveva trafitti con quella lama di corpi ed ogni vittima era rimasta impressa nella sua mente. Le aveva contate tutte e trecentotrentatre poiché tante, erano le anime che gli davano il tormento, ogni qual volta le sue palpebre si calavano anche per un sol momento. Simon non era un uomo di guerra. Non lo era mai stato, gli facevano riluttanza le armi, le guerre, i giochi di potere. Era in fondo un artista.

I Custodi Della BellezzaLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora