Non era stato capace di fermarla.
Per la seconda volta l'aveva vista allontanarsi da lui e confondersi tra la gente e per l'ennesima volta lui era rimasto lì immobile, senza parole.
Camille conosceva profondamente l'uomo e la sua reazione le parve nuovamente eccessiva per una semplice conoscente.
Ti sei innamorato? E così vero? "
Non rispose.
Ed ella di fronte al silenzio incalzó.
"Questo non era nei piani Simon"
A quel punto l'uomo si passò una mano sul viso e come a voler scacciare quei pensieri che gli offuscavano la mente cercando di ritrovare un filo di lucidità.
Portò nuovamente gli occhi sulla tela e con semplicità aprì il suo cuore.
"È tutto sbagliato mia cara. Tutto sbagliato."
Tirò su le braccia conserte poi richiusa la mano destra in un pugno si diede un colpetto come a voler tirare fuori tutto il coraggio.
"Camilla, tu sei una donna straordinaria ed io ti voglio bene sinceramente.
Molti sono stati i sentieri tortuosi percorsi insieme, i nostri destini si sono incrociati per volontà del destino ma tu." si voltò guardandola negli occhi " Tu meriti qualcuno che viva ogni giorno per te. Che ti ammiri e ti guardi come si guardano i tramonti. Che ti scelga ogni giorno e non abbia paura di restare perché io mia dolce amica non potrei offrirti null'altro che titubanza ed inquietudine. "
Sistemò il guanto poi la tirò a sé, dopo aver poggiato le sue labbra sulla sua fronte piegò il viso in segno di rispetto e s'incamminò deciso nel suo intento.
Fece le scale a quattro a quattro e non appena lasciò alle sue spalle l'imponente struttura illuminata dalla luce lunare, percorse l'intero sentiero che portava fino alle scuderie.
Giunto nel posto fece segno ad un garzone di sellargli il cavallo.
Lo montò e tirate le briglie si diresse verso il centro della città. Sul suo viso non c'era più spazio all'incertezza o alla titubanza era questa la vera libertà?
Cavalcò per lunghissimi minuti accompagnato dal vento fresco della sere di fine estate e quando il cavallo si arrestò davanti ai suoi occhi si materializzò casa.
Lasciò ad un ragazzo il suo destriero e con rapidità vi entrò. La servitù s'era già ritirata e di suo padre neppure l'ombra si vedeva. Scese così diretto verso le cucine ed afferrando una brocca si versò dell'acqua mentre con le dita allentò il bavero della camicia poi prendendo il bicchiere si diresse verso la sua stanza.
Doveva mettere giù quello che provava e forse la scrittura gli avrebbe permesso di svelare alla fanciulla quello che con le parole non riusciva a formulare.
Tuttavia nel percorrere il corridoio si accorse che la porta della sua camera era spalancata.
Si affrettò ad entrarvi. Intorno era tutto buio e solo un fascio di luce illuminava una poltrona posta sulla parte destra della stanza. Seduto s'intravedeva la sagoma di un uomo ricurvo su sè stesso.
"Padre" esclamò.
Nell'udire le parole l'uomo si voltò e scattando in piedi gli gettò contro una lettera.
Simone lo guardò.
"Sei uno sciagurato" biascicò.
"Hai frequentazioni… inappropriate” disse il Duca, senza preamboli.
Simon si irrigidì."Sophia non è una frequentazione. È una persona."
"Una pittrice senza nome, senza lignaggio, senza forse nemmeno una dote. Non è degna di un de Bourienne"
Il cavaliere sentì il sangue ribollire nelle vene e preso da un fremito di ira afferrò il pezzo di carta. Ne lesse il contenuto e in collera con suo padre per averlo fatto seguire perse la lucidità.
"Non siete voi a decidere chi è degno della mia compagnia."
Il Duca si alzò, l'aria divenne ancora più tesa, le nocche delle mani rugose divennero improvvisamente ancor più bianche, poi, come scagliate da un arco in tensione, le parole, affilate più delle lame, furono scagliate.
"Finché vivi sotto questo tetto, sì."
Ma quelle frecce non caddero al suolo ma si andarono a conficcare nell'animo del giovane che di tutta risposta con tono di sfida rispose:
“Allora non vivrò più sotto questo tetto.”
Il silenzio che ne seguì fu definitivo. Simon uscì dalla sua stanza, attraversò il corridoio senza voltarsi e salì nel suo studio. Raccolse poche cose: la spada Gramr, un quaderno, degli appunti sparsi, la penna piuma ed il ciondolo.
Poi lasciò la tenuta di suo padre come un fuggiasco.
Non provò dolore. Solo uno straziante senso di libertà.
Vagò a lungo e largo, fino ad arrivare alla periferia della città spostandosi nelle campagne. Era ormai notte fonda e seppure l'autunno era ancora abbastanza lontano quella sera il vento continuava impetuoso ad agitare l'aria intorno.
Non aveva molti posti in cui potersi rifugiare quindi la soluzione più logica pensò fosse quella di rintanarsi nella vecchia magione di campagna.
Si trattava di un vecchio lascito ricevuto in eredità dai suoi nonni materni. Lasciato alle cure di una coppia di anziani, servi fedeli della famiglia da oltre quarant'anni, così che in qualsiasi momento i padroni fossero giunti l'immobile sarebbe stato pronto.
Entrato dalla porta secondaria, subito fu accolto dal tepore e dai profumi dell'infanzia. Tutto era in penombra comprese le pareti sulla quale pareva rappresentarsi una delicata danza grazie al gioco di ombre e luci generato dal fuoco che sovrastava nel centro di un immenso camino che si ergeva sulla grande parete della parte centrale dell'abitazione.
Non fece che pochi passi, lasciò cadere le sue cose e tenne nella mano destra solo il medaglione. Lo strinse nel palmo della mano con più veemenza mentre si lasciò cadere su una potrona di fronte al fuoco.
Lo schioppettio della legna, la potenza della fiamma parvero ristorare la sua anima in quel momento. Molti pensieri affannavano la sua mente: era davvero la fine quella? O semplicemente l'inizio di qualcosa?
Pensò alla sua Sophie, si disse certo che qualcosa avrebbe dovuto fare, né sentii forte la mancanza. Non era mai stata sua, neppure una carezza ma avvertì ugualmente un senso di smarrimento pensando a quegli occhi.
Poi ridestatosi si sedette al vecchio scrittoio e impugnata la pennapiuma iniziò a buttare giù qualche riga. Miele e fiele gli sembravano quelle parole e più volte dovette accartocciare la carta poiché come un musicista scordato non riusciva a comporre la melodia perfetta.
Fece allora pochi passi nella stanza. Le mani incrociate dietro la schiena, lo sguardo nel vuoto. Si avvicinò poi ad una finestra ed osservò nel buio i colori della campagna. Tutto era calmo e placido e lo era per davvero proprio come quel pomeriggio in cui lei lo aveva salvato nei boschi. Si fece coraggio buttando giù del liquido ambrato in un bicchiere. Ne bevve un sorso e subito mandò giù insieme all'alcol i dubbi.
"Cara Sophie,
vi scrivo con la speranza che queste parole possano raggiungervi come luce discreta nel silenzio della sera.
In queste ore il pensiero di avervi, anche solo per un istante, ferita o turbata mi accompagna come un’eco insistente, e desidero porgervi le mie scuse con tutta la sincerità che meritate.
Se lo vorrete, sarei lieto di rivedervi domani al fiume, nel luogo dove l’acqua sembra custodire le parole che non abbiamo ancora detto. Lì, tra il mormorio del ruscello e la quiete degli alberi, potremo parlare con calma.
Con rispetto e con un filo di speranza,
Simon Lèonard Adrien Henrique de Bourienne, Duca de Bourienne. "
Poi siglò la lettera con della ceralacca e si assicurò che fosse consegnata alla fanciulla.
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I Custodi Della Bellezza
Historical FictionSi era alzato il vento quella mattina. Si era alzato indomito e sulla sua scia aveva incontrato le anime di due giovani così tanto diversi ma decisamente uguali. Li aveva sfiorati, accarezzati e condotti l'uno tra le braccia dell'altro. Non si erano...
