Capitolo 11

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Qualche volta il cielo d'estate può togliere il fiato. Questo succede soprattutto quando notte e giorno si alternano regalando spettacoli difficilmente descriviibili con la parola umana.

Nei colori che non permettono più di distinguere cielo e terra quello spettacolo lascia all'occhio dello spettatore un sorprendente senso di quiete, la stessa pace che Simone cercava in quel tardo pomeriggio.

Scese le scale con rapidità, ancora visibilmente scosso. Montò a cavallo con un gesto brusco, il cuore in tumulto. Non sapeva dove stesse andando; sapeva solo che doveva allontanarsi.

Il vento gli sferzava il volto mentre attraversava il bosco ma non rallentò.

Percorse il sentiero interamente e più cavalcava tra le viuzze di campagna più sentiva l'odio scendere giù nelle viscere.

Più correva e più gli occhi di suo padre si materializzavano davanti a sé. Sentiva il veleno risalire su per lo stomaco. Era quasi arrivato al punto di odiarlo, odiava quella situazione ed odiava il fatto che nulla era in suo potere per smuovere quel rapporto stagnante.

Benchè il sole non avesse ancora lasciato completamente il passo all'oscuro, la terra iniziava ad adombrarsi.

Complice la poca luce il cavaliere non vide una radice sporgente, né si rese conto che in quel punto il terreno era cedevole a causa anche della pioggia dei giorni scorsi.

Il destriero scivolò.

Simòne fu sbalzato in avanti, rotolò tra foglie e fango e un dolore acuto gli esplose nella gamba. Tentò di rialzarsi, ma il mondo gli girò attorno.

Fu solo dopo una decina di minuti che si destò e fu allora che udì un rumore leggero quasi impercettibile.

Un respiro trattenuto.

Sotto un grande faggio, una giovane donna stava dipingendo. La luce aranciata filtrava tra le foglie e cadeva sul suo volto come fosse un velo dorato.

Aveva occhi attenti, mani delicate, e un'aria assorta che ricordò a Simon sua madre. La guardò per qualche secondo prima di emettere un grugnito di dolore che la donna avvertì all'istante.

Quando lo vide lasciò cadere il pennello.

“Monsieur! Siete ferito.”

Accorse verso di lui senza la minima esitazione. Lo aveva riconosciuto subito: la figura curva, il respiro affannoso, quel modo ostinato di celare il dolore con un orgoglio quasi infantile.

Simone cercò di scacciarla con un gesto debole della mano come se volesse dirle di non avvicinarsi.

“Sophie… non dovreste”

Ma lei non gli diede ascolto.

“Non è nulla” mormorò lui, ma la voce gli tremò.

“Non mentite. Venite, appoggiatevi a me.”

Lo aiutò a sedersi facendo attenzione  ai movimenti poi con le mani tremanti per la preoccupazione, rovistò nella piccola borsa cercando ciò che poteva servirle. Non trovando delle garze con forza strappò un lembo della propria veste ed incurante del terriccio si pose in ginocchio accanto a lui prendendo a medicargli la gamba.
"Perdonami…" mormorò, senza neanche sapere per cosa stesse chiedendo perdono.

Sophia lo guardò con un’intensità che fermò il mondo attorno a loro.

“Non dovete chiedere perdono perché avete bisogno di qualcuno.”

La frase cadde tra loro come una verità che lui non aveva mai osato concedersi.

Inspirò ed espirò a pieni polmoni come a voler cacciare tutta quella negatività e subito il profumo di lavanda della fanciulla invase le sue narici e quasi come fosse un calmante naturale riuscì ad allentare tutta la tensione.

I Custodi Della BellezzaLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora