Capitolo 4°

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Besançon, Luglio 1815

Gli erano sembrati un sogno quei cinque anni quel pomeriggio. Eppure, ora, era seduto alla sua scrivania, sulla sua sedia in mogano come se quello fosse sempre stato il suo posto naturale. A dire la verità erano già passati altrettanti tre mesi da quando era seduto lì, al suo scrittoio e nulla gli poteva essere apparso più diverso da quello che la fantasia gli aveva suggerito nei giorni di ricovero.

Suo padre, nel vederlo rincasare malconcio, lo aveva a stento salutato. La sconfitta bruciava, bruciava soprattutto per un sostenitore della Corona come lui e poche parole aveva riservato a quell'unico figlio nonostante tutto. Al contrario era stato accolto calorosamente dalla sua Ninì, l'unica che lo aveva amato e cresciuto sin da quando sua madre lo aveva lasciato all'età di 5 anni.

Si era presa cura di lui come fosse suo, così come aveva promesso alla donna che lo aveva generato sul letto di morte: la Duchessa Caroline J. Christine d'Armagnac.

Quando suo padre lo aveva spedito al Collegio ne aveva sofferto tanto. Ma mai lo aveva dimenticato! Anzi ogni qual volta il piccolo Duca, tornava a casa, era festa grande! Gli preparava amorevolmente i suoi piatti preferiti e non mancava di servirgli nel pomeriggio anche le madeleine che tanto gradiva, accanto, ovviamente, ad una buona tazza di tè alle erbe che esalava all'intero dello studio, l'intenso profumo dei fiori di montagna, quasi che ogni volta gli sembrava di ritornare sulle Alpi francesi.

I suoi occhi andavano continuamente oltre la finestra che dava direttamente sui giardini del Palazzo e di tanto in tanto, accompagnava lo sguardo portandosi fisicamente sul davanzale della finestra, sorseggiando un buon tinto per poter spiare la servitù o per meglio dire, trovare qualcosa che potesse allontanare dai suoi occhi il viso di Philippe. Ma se di giorno si rintanava nel suo ufficio, per svolgere le incombenze che suo padre gli aveva affidato, era di sera che riusciva ad evadere e a sentirsi libero da ogni legame, impegno, affondando nell'alcol e nel sesso ogni risentimento.

Il sole quel pomeriggio di luglio, era quasi calato ma non era ancora giunta l'ora della cena e questo gli diede l'occasione di fuggire e fare quattro passi al di fuori del Palazzo. Le scie arancioni che coloravano il cielo terso, erano assai intense,tanto che dovette abbassare lo sguardo più e più volte per impedire ai raggi solari di accecargli la vista, quando stringendo tra le mani un vecchio ed elegante bastone di legno, s'incamminò passo dopo passo verso il centro del paese. Centro, che in verità, non era assai distante dalla sua dimora ma quella manciata di minuti gli permettevano di prendere fiato, aria, prima di incrociare suo padre a tavola e così fece.

Si trascinò lungo tutto il viale, facendo pressione sulla gamba sana e fu dopo appena pochi metri, incuriosito dalle urla di bambini che rincorrendosi, giocavano in un giardino poco distante da dove si trovava, che trovò un buon motivo per svoltare e cambiare la sua solita direzione.

Fece qualche passo e si soffermò con curiosità ed attenzione a guardarli. Avevano poco più di quattro anni. Dovevano essere gemelli, pensò. Chiari, così chiari che i capelli sembravo del colore del miele e del grano. Furono le loro guancette paffute a strappargli un sorriso, seguito poi da un intenso sospiro, col quale inalò ingordamente il soave profumo di pane che invase le sue narici lasciandogliene in bocca la voglia. Si voltò quasi come a voler capire da dove provenisse ma era assai difficile poiché la strada, si diramava in tante altre piccole viuzze, il che, rendeva praticamente impossibile capire da dove effettivamente quel profumo provenisse.

Nelle giornate estive, spesso ,le famiglie amavano riunirsi nei patii davanti casa e lui si rallgrava nel vedere così tanta gente passeggiare o sedere fuori le proprie abitazioni. Per tanto camminò ancora, stavolta, svoltando verso destra, ammirando continuamente la cura dei giardini, dei viali e cogliendo la sfumatura dei fiori estivi che a quell'ora della sera si richiudevano in loro stessi. Camminò fin quando qualcosa di inaspettato colpì la sua attenzione.

Si arrestò d'impatto, portando gli occhi verso una minuta figura che celata da una cascata di lucenti capelli castani, aveva il viso inclinato e la mano destra impegnata a tracciare poche linee di colore su una tela bianca, posta nel bel mezzo del giardino.

Sorrise, rimanendone piacevolmente sorpreso. Non era molto alta, anzi probabilmente non raggiungeva neppure la sua spalla ma era assai graziosa. Il viso delicato era segnato dal rossore delle sue gote. La pelle era chiara ma di un contrasto perfetto con le labbra di un rosa acceso. La guardò per un lungo minuto e gli parve che mai fanciulla fosse stata più bella alla sua vista.

La giovane con un solo gesto, scostò i morbidi ricci lungo le spalle e quel gesto scatenò in lui qualcosa di paragonabile al mare in tempesta.
La guardò con gli occhi sfavillanti, fece qualche passo per poter scorgerla con più attenzione e benché non potesse vedere per bene il colore dei suoi occhi, gli sembrò che fossero chari ma si ripromise che presto quegli occhi avrebbero incrociato i suoi per ancora molto tempo. Fece ancora qualche altro passo in sua direzione sperando che la fanciulla non lo notasse ma ad un tratto una voce dall'interno reclamò la sua attenzione.

"Arrivo" disse lei.

La vide allontanarsi osservando l'abito di lino azzurro che leggero, nel muoversi, si arrese alla forza del vento, svolazzando per qualche istante nell'aria frizzante della prima sera, ricreando così giochi di movimento gradevoli all'occhio del suo spettatore che come imbambolato, restò lì fermo ed immobile e solo quando il rintocco del campanile segnò l'ora che si ridestò.

Sorrise di nuovo poi riprendendo la marcia si convinse che fosse giunta l'ora di rincasare ed affrontare la realtà.

Come negli ultimi ventottoanni, la cena veniva immancabilmente servita alle 19.30 e che fosse estate o inverno poco cambiava. Il rituale più o meno era sempre il solito: il Padrone di casa, in tenuta serale, scendeva con la schiena dritta, l'enorme scalinata in marmo posta al centro della casa e dirigendosi venti minuti prima, verso i salottini del piano terra, si versava qualcosa da bere e leggendo con attenzione le cronache cittadine, disquisiva con suo figlio o con l'ospite di turno delle diatribe politiche o finanziare e se invece si trovava da solo spulciava anche le pagine della cronaca, ripetendo a sé stesso che quel Generale era stata la rovina della Francia.

Ad ogni modo alle 19.30 veniva servita la cena che più o meno consisteva in tre o quattro portate.

"Anche stasera andrai fuori casa ? " Disse, mantendendo una certezza compostezza celata da un tono sarcastico nascosto dietro ai baffi, il vecchio Duca De bourienne.
"Forse" ribattè il figlio non volendo anche quella sera intraprendere l' ennesima discussione che sarebbe sfociata in una insolita discussione che a nulla di buono avrebbe portato.
"Devi smetterla di vagabondare ogni sera con quei nulla facenti dei tuoi amici." tuonò l'uomo, non esimendosi dallo sbattere il pugno sulla tavola facendo, inevitabilmente, tremare le stoviglie e i cristalli.

"Padre ne abbiamo già discusso! Vi prego anche questa sera, no! Abbiate pietà!" Rispose coraggiosamente Simon portando la schiena lungo lo schienale in velluto bianco e poggiando le braccia sui braccioli, visibilmente stanco, lo guardò con aria di sfida. Ma era così stanco che stranamente anche lo stesso Duca parve accorgersene tanto che nonostante, il tono autoritario, gli parve una buona idea quella di cambiare argomento.

"Ho dei progetti in mente per te. Tu ne sarai il responsabile".

"Cosa?"

"È ora che tu faccia qualcosa di buono per questa famiglia. Voglio che tutti possano ammirare le gesta di questa Casata. I nostri avi hanno onorato col sangue questa terra ed è giunta il momento che ogni medaglia, trofeo, arma, venga esposto in una sala di rappresentanza."

Concluse portando alle labbra l'ultimo sorso di vino sotto gli occhi di un Simon stranito da quella ennesima richiesta che non riusciva a tollerare. Ma era abituato alle stramberie di suo padre e pertanto gli diede il giusto peso.

Non capiva come esporre in bella mostra le medaglie di quelle guerre assurde potevano rendere grande il nome dei De Bourienne. Era fermamente convinto che le guerre fossero un tentativo magro dei nobili di compiacersi alle cene o agli incontri. Nessuno però pensava al sacrificio di quanti erano caduti.

Il pensiero corse al suo amico. Rimase immobile, in silenzio; portò il pollice e l'indice al mento e visualizzò ciò che, in realtà, poteva e doveva essere fatto. Poi, come ogni sera, si ritirò nelle sue stanze.

I Custodi Della BellezzaLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora