PRIMA PARTE VENT'ANNI PRIMA

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CAPITOLO DUE

Il periodo del liceo era stato per Lorenzo piuttosto difficile, ma finalmente era finito. Era stato colto da una delle peggiori tempeste ormonali adolescenziali, il suo volto era stato stravolto da un'acne perniciosa, di cui aveva ancora i segni, la vista gli si era abbassata progressivamente fino a costringerlo ad indossare spessi occhiali da miope, e per finire aveva baciato solo tre ragazze e non era andato a letto con nessuna. In più il suo carattere schivo ed orgoglioso non gli aveva permesso di fare amicizia con i suoi compagni di classe, tutti fighi e spensierati animali da discoteca, ma solo con un piccolo gruppo di reietti filo comunisti senza ragazze, che passavano le loro giornate a giocare a Dungeons & Dragons ed a discutere di chi fosse il migliore tra Bruce Springsteen e Bob Dylan. Vestiti in modo improbabile, molto intelligenti e piuttosto saccenti, ma completamente disadattati alla vita dei giovani loro contemporanei, erano i nerd di quei tempi. E lui sarebbe stato come loro, se non avesse avuto una passione che lo aveva ammaliato durante l'infanzia, lo aveva affrancato dalla sua timidezza e gli aveva permesso di vivere decine di vite tanto immaginarie, quanto reali: il teatro.

Era stato promosso quasi con il massimo dei voti, mentre la stragrande maggioranza dei sui compagni non aveva superato il quarantadue, niente di inaspettato, vista la voglia di studiare che avevano. D'altra parte perché sforzarsi troppo, quasi tutti erano figli di papà pieni di soldi, con studi dentistici, di avvocato, industrie o alberghi già pronti ad accoglierli quando sarebbero stati pronti. Le loro strade erano già tracciate e ben visibili sul terreno. Non come la sua, che era piuttosto un misero sentiero nel bosco delle possibilità: nessuno aveva preparato per lui null'altro che un'educazione onesta e laboriosa, si, perché i suoi genitori erano stati in grado di tirarlo su con principi ferrei ma con una scarsa disponibilità economica, che peggiorò nel tempo quando la madre si ammalò e dovette lasciare le sue classi della scuola elementare. Il padre dovette con il suo magro stipendio tirare su i due figli e curare la moglie che lentamente si riprese, ma non riuscì mai più a tornare ad insegnare. Fu duro, quasi inflessibile nella loro educazione, non esitò di usare la cinghia per convincerli a seguire le regole e controllava fino alla mania le amicizie dei due adolescenti, perché sapeva che in una città come Napoli era facile prendere strade sbagliate, bastava una conoscenza deviata, una svista ed il ragazzo sarebbe finito in giri poco raccomandabili, ed il suo lavoro di padre se ne sarebbe andato a quel paese. Con la scuola poi era ancora più esigente, voleva, anzi pretendeva che i due suoi figli facessero una vita migliore della sua, anche perché lo aveva promesso alla moglie al suo capezzale, quando l'ictus le aveva bloccato la gamba ed il braccio destro, e così li aveva iscritti al liceo Umberto, quello dove i ricchi mandavano i loro rampolli. Lorenzo aveva vissuto il dramma in silenzio, come era abituato a fare, aveva accettato di entrare in quella scuola che odiò fin dal principio, ma sapeva che suo padre avrebbe fatto di tutto per non fargli mancare niente, a costo di lavorare la notte, e non si ribellò, apprezzava gli sforzi di quell'uomo stanco ed in un certo senso solo, ma vedeva fin troppo bene le differenze tra lui ed i suoi compagni. Per questo, Lorenzo, seguendo la promessa del padre, aveva deciso, che qualunque cosa avrebbe fatto, da grande, sarebbe diventato il migliore, o comunque ci avrebbe provato. Da studente non poteva far altro che studiare. E capire quello che studiava, cosa non scontata. In futuro poi avrebbe scelto la sua strada.

Ma il futuro era già alle porte, perché dopo la maturità, si pose il problema della facoltà da scegliere, ed iniziò la prima delle sue battaglie. Il padre ed i professori lo incoraggiavano a decidersi, tra una delle classiche facoltà, quelle che gli avrebbero garantito un avvenire sicuro, agiato, degno di una persona brillante come lui, la madre non parlava, ma lo guardava con sguardo severo e corrucciato. 

Per loro era facile parlare, ma per lui no, lui, grazie al teatro, aveva scoperto in quegli anni bui un'altra dimensione, che lo aveva salvato, facendolo viaggiare attraverso i secoli, le epoche, le lingue e le nazioni, facendolo diventare ora un militare, ora un marito, ora un fidanzato od anche un pazzo ed un ladro. No, lui non si vedeva con la giacca e la cravatta a dare del Lei ad un capo ed a stare dietro ad una scrivania a scrivere progetti, amava trasformarsi, diventare qualcun altro, vivere ogni giorno un'avventura diversa, il suo sogno era girare il mondo su quattro assi di legno polverose e un palcoscenico. Lui non aveva dubbi, voleva diventare un attore. Niente lo emozionava e lo faceva vibrare dentro così tanto come l'attesa dell'apertura del sipario, quei pochi minuti in cui le luci del palco erano ancora spente ed il vociare ovattato della gente in sala segnalava che lo spettacolo stava per iniziare. Poi l'ultima campanella avrebbe avvertito gli spettatori di sedersi perché nel giro di poco sarebbe calato il buio.

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