Capitolo XIX

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Stavo lavorando alla mia tesina che avrei esposto all'esame orale, il quale scoprii sarebbe stato imminente. Sarei stato uno tra i primi della lista a dovermi fare avanti per passarlo. Esattamente tra una settimana sarebbe arrivato il giorno tanto atteso, quanto da tutti temuto. Non ero agitato, ma ero sicuro che poco prima sarei stato a dir poco terrorizzato.

Non avevo appena iniziato a scrivere la tesina, infatti non mi mancava tanto ed ero abbastanza soddisfatto del mio lavoro. Inoltre, prima dell'esame non avrei dovuto frequentare alcuna lezione, dato che erano finite, quindi ero libero di gestire i miei tempi di studio. Stavo scrivendo al computer dello studio di mio padre da più di quattro ore, essendomi svegliato verso le otto di quella mattina e si fece ora di pranzo. Mia madre aveva preso la giornata libera perché non era molto in forma e aveva un po' di febbre.

Bussò alla porta e mi chiese: "Verresti a tavola?". Salvai il documento e la seguii fino alla cucina dove trovai ad aspettarmi del pesce con un contorno di carote. Lei non avrebbe mangiato molto, ma si sedette al tavolo con me: "Come sta andando la tesina?".

"Molto bene" disse, concentrato sul piatto.

"Sembri felice".

Alzai lo sguardo e la vidi sorridere, quindi feci lo stesso: "Lo sono" dissi, pensando poi che, per la prima volta, mia madre non stava facendo gli affari suoi ed era curiosa di sapere cosa mi fosse successo "Ieri sera è andato tutto molto bene con la mia ragazza".

Lei ridacchiò e sapevo che avesse capito cosa fosse successo tra di noi, dato che mi aveva visto arrivare a casa dopo l'una di notte.

"Sono molto contenta per te. Raccontami dove hai conosciuto questa ragazza" affermò, poggiando la guancia al palmo. Aveva un'aria che non avevo mai visto e iniziai ad entusiasmarmi per quel tempo che mi stava dedicando: "Al quartiere a luci rosse, ma non è una poco di buono" ammisi, parlando in sua difesa.

"Vorrei conoscerla. Se ti fa così felice è proprio una brava persona".

Ricordai la sera prima; le sensazioni provate, la sua voce e il mio tocco sulla sua pelle e quasi mi vennero i brividi. Annuii all'affermazione di mia madre, continuando a mangiare, quando mi disse, con volto più serio: "Mi dispiace per tuo padre, per quello che è successo e per non essere stata dalla tua parte. Avrei dovuto ascoltarti di più".

Le toccai la mano appoggiata al tavolo: "E' tutto risolto adesso" la confortai, consolato dal suo resoconto. Da quel momento, magari, avrei avuto il suo appoggio e la sua comprensione. Sperai che sarebbe stata aperta ad ogni mia parola, ma preferii non raccontarle l'accaduto e mi limitai a finire il pasto.

Quando finii, tornai a dedicarmi alla tesina e le ore volarono, facendo arrivare il momento della passeggiata al parco. Infatti mi trovai Adele ai piedi che mi stava quasi implorando di uscire, quindi mi alzai, stiracchiandomi e le dissi: "Va bene mi hai convinto, ma esco solo perché me lo dici tu".

Presi il guinzaglio e salutai mia madre che si era andata a sdraiare in camera sua. Uscii di casa; non avevo voglia di camminare, ma il sole caldo di Giugno mi fece subito ricredere. Pensai a Camille, mentre ero per strada e compresi quanto fossi attratto da lei. Ero ancora più legato alla sua persona e non vedevo l'ora di continuare la nostra relazione. Arrivammo al parco, quindi lasciai libera Adele, cosa che avevo iniziato a fare da quando mi aveva convinto Sebastien, e la guardai giocare con l'erba. Ormai faceva troppo caldo per gli abiti pesanti, quindi indossavo dei pantaloncini semplici e una maglietta a maniche corte e, mentre mi stavo godendo il caldo del sole sulla pelle, vidi una persona già vista. Non avrei potuto sbagliarmi; nel viale alberato, seduta su una panchina c'era Camille che parlava con un ragazzo. Ero felice per la coincidenza e stavo per andare da lei, quando compresi che conoscevo anche chi le stava seduto vicino. Era Sebastien che ascoltava con serietà cosa diceva l'altra, seguendola con lo sguardo nel suo gesticolare. Le sorrise come non gli ho mai visto fare verso nessuno e lei gli poggiò la mano sulla guancia. Non capivo cosa stesse succedendo e mi stavo agitando, con tutte quelle cose negative che mi passavano per la mente. Non credetti fosse possibile che un mio amico frequentasse la mia ragazza di nascosto, anche perché si trattava di Sebastien e conoscevo i suoi gusti in ambito sentimentale. Magari stavo fraintendendo e, quando si abbracciarono, mi convinsi che stessero solo parlando da amici, però, quando Camille, dandomi le spalle, coprì il viso di Sebastein con il suo non potei che pensare al peggio. Si stavano baciando davanti ai miei occhi. Mi batteva forte il cuore, facendomi male e sentivo della rabbia e tanta gelosia che mi entrava nelle vene. Ero rimasto ghiacciato in piedi con gli occhi feriti da quella scena, le labbra tremanti e i pugni chiusi. Per tutto quel tempo avevano entrambi riso alle mie spalle e mi sentii tradito, incompreso e abbandonato. Non avevo il coraggio di farmi vedere, quindi rimisi il guinzaglio ad Adele e tornai a casa, camminando veloce. Avrei potuto piangere, ma il rancore era troppo e impediva alle lacrime di uscire. Non ero triste per quello che avevo visto, quanto per il fatto che per quanto ci provassi non riuscivo ad odiare nessuno dei due.

Nel pomeriggio tardo mi incontrai con Paul sotto casa sua perché voleva staccare un po' lo sguardo dai libri e sua madre glielo permise perché aveva parlato con la mia. Lei le raccontò di quanto avessero frainteso la situazione e ci difese sul fatto che eravamo andati a Pigalle di nascosto, dicendo che eravamo grandi e potevamo avere nuove esperienze. Facemmo una passeggiata senza allontanarci troppo, mentre mi raccontò dell'argomento della sua tesina, chiedendomi consigli ed eventuali correzioni. Non ero molto dell'umore per starlo a sentire, ma feci del mio meglio per seguire il discorso, dopo di ché mi parlò delle bionde, con le quali aveva ricominciato ad uscire. Non si trovava più a suo agio perché iniziava a capire che non fosse davvero interessato a loro, non perché si fosse stancato, ma per il fatto che non lo fosse mai veramente stato. Gli dissi di spiegare alle ragazze la situazione, altrimenti avrebbero continuato a sperare in qualcosa che non sarebbe mai successa, se era quello che volevano. Paul non era un cattivo ragazzo e sapevo com'era fatto: parlava tanto, ma alla fine la pensava come me su molte cose.

"Fratello, se non ci fossi tu, come farei?" mi domandò, poi mi chiese "Te cosa mi dici?".

Non riuscii a raccontargli ciò che avevo visto al parco, anche perché non ero capace nemmeno di ammetterlo a me stesso, quindi feci il vago, raccontando anche io della tesina e non aggiungendo altro. Arrivò il momento di tornare a casa e mi avviai, guardando il cellulare. C'erano molti messaggi di Camille che mi chiedeva come stavo, se volevo vederla e perché non le rispondevo. Spensi il cellulare e nei due giorni successivi non fui del tutto concentrato sullo studio. Lei continuava a mandarmi messaggi e io mi imponevo di non risponderle perché non capivo come avrei dovuto reagire. Anche se me lo domandavo, non potevo fare finta di nulla perché mi sentivo preso per i fondelli e provavo rabbia per quello. Così, quando il terzo giorno mi chiamò, persi la pazienza e mi decisi a parlarle. Volevo lasciarla andare, se era proprio quello che voleva e, per il mio bene, non l'avrei più sentita dopo quel momento.

"Mathis?" mi rispose al cellulare "Cosa ti è preso? Non mi hai più scritto".

"Camille..." parlai con voce tremante. Non sapevo come approcciarmi per non ferirla e per evitare di torturare il mio animo ancora di più, così, per non soffrirne, decisi di essere diretto e rapido "Ti ho vista al parco... con Sebastien".

Non rispose per pochi attimi e poi pronunciò un "Volevo proprio parlarti di questo", quindi io sospirai, arrendendomi alla mia decisione: "Se è quello che vuoi sei libera di andare da lui, ma non scrivermi più per favore".

"Mathis, non hai capito. Certo, mi è sempre piaciuto Sebastien..." non la lasciai finire perché rischiavo di non resistere fino alla fine della chiamata a mantenere una voce tranquilla: "E' tutto chiaro, Camille. Non devi spiegarmi nulla, quindi non chiamarmi più".

Allontanai il cellulare dall'orecchio e interruppi la chiamata, mentre la sentì pronunciare qualche parola che non capii. Fissai lo schermo del cellulare che, dopo pochi secondi, si colorò di nero, facendomi vedere la mia immagine riflessa. Avevo un espressione triste e disorientata, gli occhi stanchi dalla studio e un po' rossi per non aver dormito molto e i capelli spettinati. Misi da parte il cellulare ed entrò mia madre, essendo ancora a casa per malattia. Mi portò una spremuta: "Hai bisogno di energia se studi per così tante ore" mi sorrise. Ero ancora nello studio di mio padre, dato che era lì il computer e solo con quello potevo fare la tesina.

"Grazie, mamma" ricambiai il sorriso, facendo del mio meglio, perché in quel momento avrei potuto fare tutto tranne che essere allegro. Quando Pauline fu fuori dalla stanza guardai il bicchiere con la bibita e mi persi tra i miei pensieri. Si diceva che si beveva per dimenticare, ma sapevo che non erano quei tipi di drink a funzionare per quel detto. Non volevo cancellare i miei pensieri, bensì la mia tristezza e negatività per essere concentrato per l'esame. Non avrei mai pensato che sarei arrivato a quello, ma quella sera uscii di casa, con l'intenzione di far scoprire al mio palato nuovi gusti.

--- Spazio Autrice ---

Ciao a tutti e un "Grazie!", come sempre, per aver continuato nella lettura!

Il colpo di scena di questo capitolo ha spiazzato il povero Mathis, tanto che crede che buttarsi nel bere sia la soluzione ai suoi problemi. Attendete il seguito e assisterete ad una serie inaspettata di eventi!

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