21 - In trappola

3 0 0
                                        

Il silenzio che seguì la furia di Mattia fu pesante. Per giorni non ricevetti sue notizie. Non incontrai il suo sguardo neanche per sbaglio. Ogni tanto, pensavo di dover essere io a fare il primo passo, ma qualcosa mi diceva di aspettare. Forse aveva bisogno di tempo, di pensare, di capire che dopotutto non meritavo la sua reazione violenta... In fondo volevo solo aiutarlo, ma... probabilmente... ODIO AMMETTERLO... l'unica a poterlo aiutare davvero, è Giulia.

Da ciò che più volte lei mi ha detto, hanno condiviso momenti davvero intensi. È riuscita a calmarlo. A farlo ragionare. E fanculo, ha ragione.
Io non avrò mai il suo posto.

Ho perso il conto delle giornate perse. Le mie amiche, spesso e volentieri, mi chiedevano come stesse, e ogni volta mi ritrovavo a rispondere con una parvenza di normalità, nascondendo quello che sentivo davvero. In fin dei conti, non sapevo nemmeno io come stesse.

È sabato. Sono appena le 16:00 e il mio cellulare squilla. È Marta. Mi assale un po' di inquietudine.
Non ho voglia di lavorare oggi.
So che una volta dentro, com'è già successo, non farei altro che aspettare Mattia... e, lui non ha più messo piede in quella casa.

Sbuffo. Contro voglia accetto la chiamata.

«Martina?» la sua voce, di solito così calorosa, ha un tono più grave, preoccupato. «Ti prego. Ho bisogno di te. Corri a casa» La mia mente comincia a piazzarmi davanti un milione di scenari, e non tutti belli.
Non mi lascia fare alcuna domanda. Stacca.

Resto un po' impalata, senza sapere bene cosa fare o cosa aspettarmi. Poi afferro la mia borsa, e parto.
Spero solo di non trovare Mattia in procinto di farsi del male. Non so se ne sarebbe capace. Ma da lui potrei aspettarmi di tutto.

Una volta arrivata, la porta di casa è aperta. Non c'è nessuno. Entro. Mi guardo un po' attorno. Mi fermo. Sbianco di colpo. Gli occhi di Mattia mi penetrano senza rispetto. Anche lui si ferma di colpo. Sussulto quando la porta si chiude. Mi volto.

«Adesso basta» urla Marta, restando dietro la porta «Non vi lascio uscire finché non chiarite» in sottofondo riesco a percepire anche la leggera risata della figlioletta.

«Cosa?» chiedo a gran voce, facendo qualche passo verso l'uscita «Non credo sia una buona idea. E poi ho da fare» mento.

«Non mi interessa. Ci vediamo tra un paio d'ore» e poi il vuoto. Il silenzio. Provo ad aprire la porta, ma ci ha davvero chiusi dentro.

«Non posso crederci» borbotto, prima di girarmi e incrociare le braccia al petto. Lo guardo male, come se fosse tutta colpa sua, ma se ne esce semplicemente con una scrollata di spalle. «Non dici niente?» domando, stizzita.

«C'era da aspettarselo.» si limita a dire, una volta buttatosi a capofitto sul divano.

La mia mente ripercorre tutta la rabbia che giorni prima mi aveva scatenato contro... ora invece, c'è qualcosa di diverso. Non più la furia cieca che mi aveva spaventata, solo un silenzio pesante.

Stringo i pugni e mi ci siedo vicino.
Non so che dire.
Lo guardo.
Lo guardo mentre è intento a usare il suo cellulare.
Mi ignora con così tanto impegno, da farmi dubitare di esistere.

Ho il cuore in gola.
Per far scemare questa sensazione decido di osservare un po' il lavoro fatto giorni fa. È come se mancasse ancora qualcosa. Sembra più leggera, ma non è cambiata abbastanza. «E quindi... non ti piace nemmeno un po'?» chiedo dal nulla, cercando di nascondere la tensione nella mia voce.

Nessuna risposta.
Ripunto su di lui e il suo sguardo mi colpisce duro.

«Scusa» mormora. Resto di pietra, in attesa di sentire dell'altro. Prende un po' d'aria, poi si sistema meglio. Ora è costretto a guardarmi dall'alto e questo non mi rasserena per nulla. «Non sapevo come... come reagire,» continua, con una voce che tradisce una fatica immensa. «Non so come... non so che dire...» La sua vulnerabilità è così palpabile da farmi sentire piccola e grande allo stesso tempo. Mattia sta lottando con se stesso, con il suo passato, con le sue emozioni. Non sa ancora come lasciarle uscire, e non sa nemmeno come chiedere aiuto. Questo è chiaro.

Mi avvicino lentamente, senza fretta, senza parole. Gli poso una mano sulla spalla, un gesto che sapevo che avrei fatto senza pensarci, perché è quello che sento. Non so se sia il momento giusto, ma non ho più paura di stare accanto a lui.

«Non devi dirlo subito,» dico piano. «Se non sei pronto...»

Mi sposta la mano, ma solo per prenderla fra le sue. Il mio cuore batte forte, così forte da dividermi da tutto il resto... è come se ogni battito fosse un piccolo tentativo di farlo avvicinare a me, di farmi sentire che, nonostante tutto, sono ancora qui. Il suo silenzio è più doloroso della rabbia, perché non riesco a decifrarlo. Non riesco a capire a cosa stia pensando, e questo mi fa sentire ancora più persa.

«Sai» inizia, rompendo il silenzio, «non è facile per me. Non è mai stato facile. E non... non so se sarò mai in grado di lasciarmi andare, di lasciarmi... aiutare. Di dimenticare.»

Mi avvicino. Non voglio spingerlo oltre i suoi limiti, non voglio fare niente che lo spaventi. «Forse, dimenticare non è il modo giusto di affrontare la situazione...»

Continua a mantenere il contatto visivo. I suoi occhi mi sembrano lucidi, ma pieni di quella stessa confusione che avevo visto il giorno in cui mi aveva urlato contro. Poi, con un respiro profondo, abbassa lo sguardo. «Non so come accettarlo, Martina. Non so come fare a sentirmi normale quando tutto ciò che vedo sono i ricordi, il passato.» e mentre lo osservo, mi pare di guardami allo specchio.

Il suo passato lo tiene prigioniero.

«Il passato... dovremmo imparare a lasciarlo lì, dov'è.»

«Fosse facile, lo farei» sbuffa, passandosi una mano fra i capelli, e poi sul volto. Mi faccio più vicina. Il suo respiro si scontra col mio.

«Giuralo» sussurro sulle sue labbra. «Giurami che ci salveremo a vicenda» ho gli occhi che bruciano e fatico a trattenere le lacrime. Afferro il suo volto fra le mie mani. Stringo. «Giuramelo.» urlo un po'. Sto tremando. Il silenzio che ci circonda mi fa paura. «Giuramelo» sussurro ancora, questa volta lasciando la mia fronte sulla sua, mentre chiudo gli occhi. Stanca.

Non risponde. Lo libero. Senza riuscire a guardarlo.

Prova ad alzarsi, ma lo afferro per la mano.

«Mattia...» è di spalle «non siamo soli» concludo.

«Non voglio portarti nella mia merda» sputa fuori, con voce tremante.

«Non voglio entrarci. Voglio portarti altrove» lo tiro un po'. Si gira. Mi guarda. «magari... ai piedi dell'arcobaleno» mi sforzo di sorridere un po', ma una lacrima sfugge al mio controllo.

«Allora...» con decisione mi tira verso sè, facendomi alzare. Per non farmi perdere l'equilibrio, sposta le mani sui miei fianchi. «Allora andiamo» e senza alcun preavviso, le sue labbra si lasciano cadere sulle mie, morbide e desiderose di lui.

Era quello che volevo.
Eppure, qualcosa ancora mi turba.

Mare e monti Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora