20. Colpi dal passato

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Elisabeth

La nottata non è stata semplice. I fantasmi del passato mi svegliano continuamente, rubandomi il sonno. Gli incubi sono diventati sogni, e i sogni rimangono solo semplici desideri. Gli incubi che mi tormentano ogni notte mi spaventano riportando in vita i vecchi traumi del passato che ho sepolto: la mia vita è un continuo incubo vivente.

Sette anni fa...

Nella casa di mia madre c'è un piano sotterraneo, che lei, sin da quando sono piccola, chiama "Il sotterraneo proibito". Non mi ha mai permesso di entrarci, so che se mi vedesse tra i corridoi del "sotterraneo proibito" probabilmente mi farebbe ancora del male. Ma oggi è uscita per una "questione di lavoro". Mi chiedo chi sarà oggi il mal capitato che sarà ucciso dalle sue grinfie.
Arrivo alle scale del nascondiglio di mia madre e con passo felpato scendo. Fortunatamente, non vedo nessun scagnozzo nella mia strada. Probabilmente saranno usciti con lei. Arrivata al piano d'arrivo, noto che sono entrata in un corridoio completamente buio, pieno di porte chiuse. C'è puzza qui, è disgustoso, per di più è umido. Forse dovrei salire e ritornare al piano terra, mi spaventa questo posto. Giro i tacchi con l'intenzione di scappare, ma a catturare la mia attenzione è l'urlo di una bambina.
"Ti prego! Portami via da qui! Sto morendo!" mi affretto a raggiungere la bambina, e con la torcia del telefono faccio luce. La bambina è molto piccola - avrà più o meno quattro anni. Ha delle enormi cicatrici sugli avambracci, come me. Ha lunghi capelli color rame che le cadono sulle spalle, occhi color cioccolato, pieni di lacrime e un nasino estremamente bello, sporco di sangue. Forse mia madre ha torturato anche lei. Il mostro è insaziabile ormai.
"Hey... cosa ci fai qui piccola?" domando, accarezzandole la testa.
"Mary è cattiva. Mi fa tutto questo ogni volta che le disubbidisco! La odio! Mary è una strega!" esclama, bagnandomi il dorso della mano con le sue lacrime.
"Oh Santo cielo... Cosa ti ha fatto?"
"Mi tortura continuamente. Se le mento, mi spegne le sigarette sulle braccia. Se non la ascolto, mi colpisce forte il viso con degli schiaffi! Ti prego! Salvami Elisabeth!" rimango di pietra, come si può far del male ad una bambina così innocente?
"Co- come sai il mio nome? " domando, scioccata dalle sue
conoscenze.
"So che ti chiami Elisabeth, perché io ti sento. Ti sento dentro di me ogni volta che parlo. Strilli, cercando di farti sentire. Nessuno ti sente, ma io sì. Percepisco ogni tuo urlo di dolore, perché è lo stesso dolore che sento anche io. Vorrei poterti aiutare, ma poi ho paura di poterti ferire di più, solo toccandoti, Elisabeth." penso di star parlando con un'anima profonda come la mia. Ogni parola che fuoriesce dalla sua bocca, la sento mia. Ogni suo dolore, mi sembra di averlo già subito.
"Come ti chiami, piccola?"
"Mi chiamo Daphne White." cado all'indietro, presa dallo spavento...
Alzo la testa dai libri.
Stavo cascando in uno dei miei tanti incubi.
"Elisabeth! Tutto bene? Ti sentivo piangere, e sono corso immediatamente." sfioro il mio viso con le dita. Effettivamente è tutto bagnato, non mi ero accorta di star piangendo nel sonno. Saranno lacrime mie o di Daphne?
"Penso di aver fatto un altro incubo sulla mamma..." spiego. Mio padre si avvicina a me, e si siede sulla scrivania, facendo attenzione a non stropicciare i miei appunti.
"Cosa hai sognato, El?" mi domanda con un'espressione distrutta.
"Era un sogno strano... Ho sognato di incontrare una bambina che ha subito tutto ciò che ho subito io... Si chiamava Daphne White, proprio come Mary mi ha obbligato a chiamarmi..."
"Capisco..." dopo aver raccontato il mio incubo, noto che gli occhi di mio padre si stanno facendo pian piano lucidi. Come se fosse lui ad aver passato le mie pene dell'inferno. Come se fosse lui ad avere gli incubi ogni notte. Come se fosse lui ad avere il mio dolore.
"Hey... Papà... Che ti prende?" mormoro appoggiando la mano sul suo ginocchio per fargli sentire che anche io sono con lui.
"È che... Mi dispiace averti fatto passare tutto questo. Se solo fossi stato più attento, ora tu non saresti qui, in questa vecchia casa, a piangere ogni notte per colpa di mia moglie..." mi si spezza il cuore a vedere crollare uno dei miei pilastri, nonché il mio punto di riferimento. Soprattutto, odio veder piangere mio padre: è la definizione di bontà assoluta, e non permetterò a quella strega di spegnere il suo innocente cuore.
"Papà... Non devi scoraggiarti, chiaro? Non è colpa tua. È lei il mostro. Tu non devi portarti questo peso. Diventerò una criminologa, e giuro che la incastrerò. Avremo entrambi la nostra rivincita, capito?" mio padre alza lo sguardo, incrociando i miei occhi. Non credevo che fosse possibile avere così tanta empatia per un genitore. Per tutti questi anni sono stata costretta a chiamare "mamma" una donna che non sa nemmeno il significato della parola "maternità" o di "amore".
"Amore", una parola così corta ma allo stesso tanto grande. "Amore", tutto ciò che mi è stato negato per tutti questi anni. "Amore", quello che mio padre mi regala incondizionatamente, cercando di equilibrare la mia sofferenza.
"Sei forte Elisabeth. Sono fiero della donna che stai diventando, sappilo." dice, accarezzandomi dolcemente la testa.
"Io e te. Insieme, contro il mondo..."
"Sempre e per sempre."

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