Presi il mio telefono e chiamai Federico.
«Nico? Tutt'ok?» La voce era ancora impastata dal sonno, ma si sentiva la preoccupazione per quella chiamata. Le parole non riuscivano a uscire, erano tutti singhiozzi dovuti allo choc. «Cos'è successo?»
«Sono morti... Non sono riuscito a salvarli...» Risposi, finalmente, dopo un paio di minuti.
«Dove ti trovi? Sto arrivando.» Gli mandai la mia posizione e, in meno di dieci minuti, arrivò.
Quando vide i cadaveri dei nostri compagni di classe mi strinse forte. Non riuscivo a muovermi, né a parlare. Avrei dovuto chiamare un'ambulanza o la polizia ma non lo feci. Rimasi lì, tra le braccia del mio fidanzato, senza riuscir a dire nemmeno una parola.
In lontananza sentii le sirene delle forze dell'ordine che, probabilmente, aveva chiamato Fede. Quando i poliziotti arrivarono, inziarono a farmi domande, sperando di poter arrivare all'artefice di quell'orrore. Non fui per niente d'aiuto, le uniche parole che uscirono dalla mia bocca furono: «Garçon de l'ombre.»
Più tardi, quella mattina, non andai a lezione. Fede voleva rimanere con me, ma lo obbligai ad andare, ricordandogli che aveva tanto da recuperare. Dopo qualche accesa discussione si arrese e andò via, lasciandomi solo in camera.
Da lì al suo ritorno non feci nulla, in senso letterario. Rimasi steso immobile a fissare il soffitto per chissà quanto tempo, tutto che ciò a cui pensavo erano i cadaveri dei miei compagni, a terra senz'anima. Trattenni diversi conati di vomito al pensiero, cercando di pensare a qualcosa di più felice, ma per quanto ci provassi la mia mente, alla fine, tornava sempre lì.
Avrei potuto fare di più. Pensai, quando mi alzai per aprire la finestra.
Sarei riuscito a salvarli se fossi arrivato prima. Mi dissi, quando la scavalcai.
Forse sono io la causa di tutto questo male. Mi ripetei, cercando il coraggio di farlo. Il coraggio per buttarmi giù.
Forse con la mia morte Garçon de L'ombre si fermerà. Mi convinsi, mettendo un piede avanti per poter andare verso la fine.
«Nico?» Fu la sua voce a farmi tornare la ragione, a ricordarmi il perché avrei dovuto continuare a vivere.
Devo vivere per Fede, per non fargli passare tutta quella tristezza che provai io.
Scesi giù dalla finestra, mi voltai verso di lui e, con le lacrime agli occhi, gli sorrisi. Capì subito qual era il mio intento e subito si precipitò davanti a me, stringendomi con tutta la sua forza e cullandomi tra le sue braccia.
«Non ti lascerò mai più solo, te lo prometto.» Mi sussurrò, tra una carezza e un'altra.
«Scusami.» Trovai la forza di dire, qualche minuto dopo.
«Non devi scusarti.» Mi accarezzò dolcemente i capelli. «La colpa non è tua. Nessuno ti ha chiesto di essere Spider-Man e tutto ciò che fai ogni giorno è tanto, forse troppo.» Mi posò un bacio sulla fronte e ci distesimo sul letto. Per il resto della giornata riuscii a non pensare a nulla legato alla mia seconda vita, tutto ciò che avevo in mente era Federico e il nostro amore. Passammo ore a baciarci fino a lasciarci senza fiato, a noi respirare non importava, ci bastavano le nostre labbra unite e i nostri corpi intrecciati.
Quando ci staccammo fuori era buio ed era quasi ora di cena, ma noi.. beh, avevamo già mangiato. Rimanemmo accocolati, ci staccammo per mangiare solo quando entrambi i nostri stomaci brontolarono. Andammo in cucina e mangiammo dei panini fatti qualche ora prima dalla madre di Federico. Erano freddi e un po' duri, ma poco ci importava. Finita la nostra cena, tornammo in camera e ci attaccammo di nuovo, stando l'uno sull'altro fin quando non ci addormentammo entrambi.
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𝐒𝐩𝐢𝐝𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧 𝐢𝐧𝐭𝐨 𝐭𝐡𝐞 𝐦𝐮𝐥𝐭𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐞 𝐨𝐟 𝐦𝐚𝐝𝐧𝐞𝐬𝐬
أدب الهواة~Strecico~ Parte 2 di "Your friendly neighbourhood Spider-Man". "Lo strinsi così forte che quasi non respirava. Mi era mancato così tanto, ma adesso lo riavevo tra le mie braccia."
