XXIV

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A scuola andava tutto bene, avevo voti altissimi e senza fare un grandissimo cazzo. Consegnavo i compiti in bianco, facevo scena muta durante le verifiche orali e non mi presentavo i giorni delle interrogazioni programmate settimane prime, prendevo, però, sempre voti alti come 9 o 8. Beh, essere Spider-Man aveva i suoi pregi.
La cosa difficile fu far tornare Federico a scuola e spiegare a tutti perché era resuscitato all Gesù Cristo.
Più passavano i giorni più lui iniziava a essere strano, sembrava spaventato e spento. Provai a parlargli più e più volte, ma continuava a rispondere che tutto era apposto e che la situazione era soltanto strana. Io cercavo di stargli vicino il più possibile, anzi, non lo lasciavo mai andare. Ero paranoico? sì, da morire, ma non avrei lasciato che qualcun'altro minacciasse me usando lui.

«Fede?» Eravamo entrambi sdraiati sul letto, era presto e la luce dell'alba illuminava il suo corpo da dio greco. Gli accarezzai i capelli dolcemente, mentre lui apriva lentamente quegli occhietti azzurri di cui mi innamoravo sempre di più.
«Che c'è?» Disse con la voce ancora impastata dal sonno.
«Non riuscivo a dormire.»
«Questo vuol dire che devi svegliare me?» Mi domandò con fare ironico, ma nella sua voce notai un pizzico di seccatura che, però, pensai fosse solo la mia immaginazione.
«Volevo dirti che ti amo.» Restò un attimo fermo a guardarmi e un sorriso si stampò sul suo viso. Si avvicinò a me e mi baciò.
«Ti amo anch'io ragnetto.» Lo strinsi a me, beandomi di quel meraviglioso contatto. «Ma ora che siamo entrambi svegli... Che cosa dobbiamo fare?» Gli sorrisi e cominciai a baciargli il collo, provocandogli dei piccoli mugolii. Mi alzò il viso, fissando gli occhi nei miei. Era bellissimo, un angelo caduto dal cielo. Si sedette su di me e mi baciò, un bacio lento e scoordinato in cui le nostre lingue iniziarono a rincorrersi fin da subito. Ci staccammo solo quando tutto il nostro fiato venne a mancare, ma ricominciammo subito, sempre più vogliosi l'uno dell'altro.
Fu quando Fede si sfilò di dosso la maglia che il mio telefono iniziò a squillare, era l'allarme "Oui Oui Baguette". Fede cercò di stopparlo, ma sapevamo entrambi cosa doveva accadere. Mi staccai da lui e, controvoglia, indossai la tuta.
«Faccio presto, te lo giuro.» Gli stampai un bacino sulla fronte e corsi via, verso il luogo dell'attacco.
Garçon de l'ombre era lì, fermo immobile, il che era strano dato che l'allarme diceva di star attaccando dei cittadini.
«Finalmente sei arrivato, però è troppo tardi.» La voce proveniva dall'oscurità in cui era immerso, ma non era la sua. Era sempre maschile, ma l'accento non era il suo, non era quel solito accento francese che mi faceva sanguinare le orecchie. Mi avvicinai di più e fu allora che li vidi: quattro ragazzi di sedici/diciassette anni posizionati ai lati di Ombre. Erano in piedi ma c'era qualcosa in loro che non li faceva sembrare vivi. Erano tutti vestiti abbastanza bene, forse stavano tornadno da una serata in discoteca, ma quello non era l'importante.
«Il nostro eroe Nicola ha fallito.» Parlò una ragazza, dai capelli lunghi e castani, che aveva un'aria alquanto familiare.
«Ci ha lasciati morire...» Continuò un altro, il più alto del gruppo.
«...Proprio come ha fatto con il suo fidanzato.» Finì la frase l'altra ragazza. Fu allora che lo notai, Ombre muoveva le labbra e faceva parlare a suo piacimento quei poveri ragazzi.
«Non l'hai ancora capito?» Ridacchio Oui Oui Bidet. «O forse non ti interessano le persone che ti stanno accanto?» I pali dell'illuminazione si accesero e allora capii cosa stava blaterando. Quei quattro erano dei miei compagni di classe, alcuni dei pochi con cui parlavo realmente e spesso. Nicole, Miriam, Loris e Fabio, quelli erano i loro nomi.
Con un gesto della mano Ombre li liberò da qualsiasi cosa li stesse impossessando e i loro corpi esanimi caddero per terra. Mi gettai di corsa su di lui, ma la stanchezza e la rabbia si facevano sentire. I miei attacchi non facevano male a una mosca e lui, grazie ai suoi poteri, scompariva e riappariva grazie all'oscurità. Non volevo arrendermi, volevo almeno scalfirlo per rendere giustizia ai miei compagni, ma non ci riuscii.
«Per oggi la finiamo qui, Spider-Man.» Disse, sparendo nell'ombra. «Ma sta attento, il prossimo potrebbe essere più vicino a te di quanto tu possa pensare.» La sua voce era come ovunque, ma lui non era da nessuna parte.
Rimasi lì, solo con i cadaveri dei miei compagni. Provai a rianimarli, ma era ovvio che non c'erano speranze. Caddi in ginocchio e trattenni le lacrime quanto più possibile. Presi il mio telefono e chiamai Federico.

𝐒𝐩𝐢𝐝𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧 𝐢𝐧𝐭𝐨 𝐭𝐡𝐞 𝐦𝐮𝐥𝐭𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐞 𝐨𝐟 𝐦𝐚𝐝𝐧𝐞𝐬𝐬Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora