capitolo 23

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La casa era silenziosa quando rientrammo.

Le luci del corridoio erano accese e tutto indicava che qualcuno ci stava aspettando. James era accanto a me, tranquillo, ma presente.

Non era il tipo da tirarsi indietro, e questo mi dava una certa sicurezza.

«Siediti», disse Max dal soggiorno, senza voltarsi completamente verso di noi.

Lo guardai un attimo. «Preferisco rimanere in piedi», risposi. «Se dobbiamo parlare, facciamolo così.»

James sorrise leggermente, come a dire che mi conosceva abbastanza da sapere che non avrei ceduto facilmente.

Max si voltò verso di noi, le braccia conserte. «Da quanto va avanti?» chiese, con voce calma ma decisa.

«Abbastanza da sapere cosa sto facendo», risposi, senza abbassare lo sguardo.

«Non ti ho chiesto questo», ribatté.
«E io non devo darti spiegazioni sui miei sentimenti», replicai subito.

James fece un passo avanti. «Se vuoi prendertela con qualcuno, fallo con me», disse, con calma.

«Non questa volta», risposi, rivolgendo lo sguardo a Max.

Max scosse leggermente la testa. «James, sei il mio migliore amico. E tu—» indicò me «—sei mia sorella. Pensate davvero che io non abbia il diritto di sapere?»
«Hai il diritto di sapere», risposi ferma. «Non il diritto di decidere per me.»

Quelle parole lo fecero respirare a fondo. «E da quando mi nascondi qualcosa?» chiese.

«Da quando ho capito che ogni mia scelta viene messa in discussione se non ti piace», spiegai, cercando di mantenere la voce ferma.

James mi guardò, sorpreso. Non avevo mai detto nulla del genere ad alta voce.
«Non è giusto», disse Max. «Se finisce male, io ci rimetto.»

James annuì. «Lo so. Ed è per questo che non volevo creare problemi.»
«E invece li hai creati», ribatté Max, con calma ma fermezza.

Mi feci avanti. «I problemi nascono quando le persone smettono di parlarsi. E noi stiamo parlando adesso.»
Il silenzio cadde nella stanza.
«Lo ami?» chiese Max, guardandomi negli occhi.

«Sì», risposi senza esitazione.
James trattenne il fiato per un attimo. Era la prima volta che lo dicevo davanti a qualcuno.

Max abbassò lo sguardo per un istante, poi guardò James. «E tu?»

«Non la farei soffrire. Mai», rispose James, con sincerità.

«Non è una risposta», disse Max, cercando chiarezza.

«È l’unica che conta», ribatté James.
Mi avvicinai a James, con naturalezza. «Non stiamo chiedendo il permesso. Ti stiamo semplicemente dicendo la verità.»
Max passò una mano tra i capelli, sospirando. «Se le succede qualcosa…»
«Le succede già qualcosa», lo interruppi. «Sta vivendo la sua vita.»

Si voltò verso di me. «Hai sempre avuto la testa dura», disse, con un piccolo sorriso.

Sorrisi a mia volta. «E tu hai sempre cercato di proteggermi dalle cose sbagliate, senza mai riuscirci davvero.»
Un lungo silenzio calò nella stanza.

Poi Max sospirò. «Non posso impedirvi nulla», ammise.

James annuì. «Non te lo chiederemmo mai.»
«Ma se le fai del male…» iniziò Max, con voce più morbida.

James lo guardò dritto negli occhi. «Perderai un amico prima ancora che un cognato.»

Le parole rimasero sospese nell’aria.
Max si voltò lentamente verso il soggiorno. «Non voglio più segreti. E non voglio più scoprirli per caso», disse infine.
«Affare fatto», risposi.

James prese la mia mano, stretta e sicura.

Quando rimanemmo soli, mi voltai verso di lui. «Sei ancora convinto?»
Mi sorrise, con un’espressione stanca ma determinata. «Più di prima.»
Mi avvicinai e lo baciai, senza più nasconderci.

Perché alcune battaglie non si combattono per vincere.
Si combattono per restare fedeli a se stessi.

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