capitolo 40

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Rientrati a casa, la porta si chiuse alle nostre spalle e per un attimo sembrava che tutto il mondo esterno fosse sparito.

La casa era silenziosa, quasi surreale.

Non c'era alcuna ansia, solo noi due e la voglia di godere di un po' di tempo privato, lontano dalle famiglie, dagli amici e da tutte le tensioni che avevamo vissuto negli ultimi giorni.

James si tolse il giubbotto e lo appoggiò sulla sedia, poi si voltò verso di me con un sorriso che sapeva già come conquistarmi. «Allora... cosa facciamo adesso?» disse, la voce leggera, quasi giocosa.

Sorrisi, appoggiando la testa sulla sua spalla. «Qualsiasi cosa tu voglia... basta stare insieme.»
Ci sedemmo sul letto, uno accanto all'altro, e iniziammo a chiacchierare a bassa voce.

Parlammo di tutto e niente, ridendo di piccoli ricordi, dei momenti più imbarazzanti della settimana, di amici e famiglie. Era incredibile come la vita normale, le piccole banalità, potessero diventare così preziose quando avevi qualcuno accanto a cui confidarti senza paura di giudizi o problemi.

James mi lanciò uno sguardo malizioso e mi sfiorò la schiena con le dita, come per provocarmi un piccolo brivido.

Io ridacchiai e, senza pensarci, gli diedi un colpetto sul braccio, e lui finì per ridere. Quella leggerezza ci ricordava quanto fosse bello essere insieme senza pesi sulle spalle.

«Sai una cosa?» disse poi, più serio, ma con un sorriso che tradiva un'emozione profonda. «Quando sto con te, tutto sembra più semplice. Anche le cose più complicate.»

«Anche per me è così», risposi, guardandolo negli occhi. «Mi fai sentire al sicuro... e allo stesso tempo viva.»

Decidemmo di fare qualcosa di strano, quasi infantile: iniziammo a rincorrerci per la stanza, ridendo come due pazzi, cercando di beccarci con piccoli colpi di mano e grattini scherzosi.

La stanza risuonava di risate, e ogni piccolo contatto era carico di complicità e affetto.

Sentivo le mani di James sulla mia schiena, i nostri corpi sfiorarsi leggermente mentre cercavamo di non farci prendere, e l'euforia di quella leggerezza ci faceva dimenticare il resto del mondo.

Poi ci fermammo, ansimanti dalle risate, e ci guardammo.

C'era una dolcezza incredibile nei suoi occhi, una combinazione di desiderio e protezione.

Mi prese tra le braccia e io mi strinsi a lui, sentendo il calore del suo corpo e il battito del suo cuore.

Non era un bacio, non era una dichiarazione, era semplicemente un momento di vicinanza totale, di fiducia e sicurezza reciproca.
Parlammo ancora, questa volta più profondamente.

Gli confidai alcuni pensieri che non avevo mai condiviso: le mie paure più nascoste, i dubbi sul futuro, ma anche le speranze che avevo per noi.

James mi ascoltava senza interrompere, annuendo, sfiorandomi appena il braccio di tanto in tanto,

facendomi capire che ero al sicuro e che tutto ciò che dicevo restava tra noi.

Poi ci sdraiammo sul letto, uno accanto all'altro, e iniziammo a fare qualcosa di dolce e un po' infantile: intrecciavamo le dita, ci facevamo carezze leggere sulla schiena e sulle braccia, e ci sfidavamo a non ridere mentre ci lanciavamo piccole grattatine sulle spalle o sui fianchi.

Ogni gesto era un modo per dire ti voglio bene, mi piaci così tanto, senza doverlo pronunciare a voce alta.

«Mi piaci quando ridi così», disse James, facendomi sobbalzare leggermente. «È contagioso.»
«E tu sei troppo serio quando parli... fino a quando non sorridi, e allora sei irresistibile», risposi, sorridendogli.

Continuammo così per un po', abbracciati sul letto, parlando e ridendo, dimenticando il mondo fuori dalla porta chiusa.

Ogni grattino, ogni carezza, ogni parola sussurrata rafforzava il nostro legame, la nostra complicità e la fiducia reciproca.

La stanza era piena di noi, dei nostri respiri, dei nostri sorrisi e della dolcezza dei piccoli gesti.
Quando finalmente ci fermammo, ci guardammo negli occhi e sorridemmo insieme, consapevoli che quel momento era unico.

Non avevamo bisogno di altro: il contatto fisico leggero, le risate, le parole intime e la presenza dell'altro erano tutto ciò che serviva.

Restammo così per ore, fino a quando la stanchezza ci avvolse dolcemente, addormentandoci vicini.

Le mani intrecciate, i piedi sfiorati e i cuori allineati,

sentivamo che quello era solo l'inizio di tanti altri momenti simili, dove l'intimità era fatta di fiducia, gioco e amore, e non servivano gesti estremi per sentirsi profondamente vicini.

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