capitolo 25

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La settimana che seguì non esplose.

Ed era proprio quello il problema.

Le cose esplodono quando qualcuno perde il controllo.

Qui invece tutti lo stavano mantenendo fin troppo bene.

A colazione, Max era puntuale come sempre. Xavier leggeva le notizie sul telefono.

Mattheo entrava e usciva dalla cucina come se niente fosse cambiato.

Eppure qualcosa era diverso.

Non nei gesti, ma negli spazi tra un gesto e l'altro.

James veniva a prendermi spesso, ma non sempre saliva.

Quando lo faceva, Max lo salutava con educazione forzata. Nessun pugno, nessuna minaccia.

Solo un silenzio che diceva ti sto guardando.

Una sera rientrai più tardi del solito. James mi accompagnò fino al cancello.
«Vuoi salire?» chiesi.

Scosse la testa. «Meglio di no.»

«Per non creare tensioni?»

«Per non peggiorarle.»

Sorrisi. «Apprezzo la diplomazia.»

«Non è diplomazia», rispose. «È rispetto.»

Rientrando, trovai Max in salotto. Solo.

Seduto sul divano, le mani intrecciate.
«Hai mangiato?» chiese.

«Sì.»

Annui. «Bene.»

Silenzio.

«Non devi trattarmi come se fossi fragile», dissi a un certo punto.

Mi guardò. «Non lo faccio.»

«Allora come mi stai trattando?»

Esitò. «Come qualcuno che può farsi male.»

Mi sedetti di fronte a lui. «Max, mi faccio male anche attraversando la strada.»
Sbuffò appena. «Non scherzare.»

«Non sto scherzando», risposi calma. «Sto vivendo.»

Abbassò lo sguardo. «James non è un cattivo ragazzo.»

«Lo so.»

«Ma la sua famiglia...»

«La mia non è perfetta», lo interruppi. «Eppure ci stiamo tutti dentro.»

Mi fissò a lungo. Poi sospirò. «Non ti chiederò di lasciarlo.»

Lo guardai sorpresa. «Davvero?»

«Ma se vedo che qualcosa non torna, non starò zitto.»

Annuii. «Nemmeno io.»

Quella notte, prima di dormire, pensai a quanto fosse strano crescere senza accorgersene.

Non c'era stato un momento preciso in cui avevo deciso di diventare adulta. Era successo tra una conversazione difficile e una scelta non rimandata.

E James era dentro tutto questo.

Non come salvatore.
Come variabile.

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